venerdì 17 luglio 2015

La frontiera meridionale del Regno giudicale d’Arborèa

La frontiera meridionale del Regno giudicale d’Arborèa: un’area strategica di fondamentale importanza per la storia medievale sarda
Di Giovanni Serreli
Intorno alla metà di aprile del 1323 Ugone II di Arborèa – dopo lunghi anni di trattative diplomatiche fra Giacomo II d’Aragona, il Regno di Arborèa e la Repubblica di Pisa, nel contesto dell’intricata situazione politico – istituzionale del Mediterraneo e dell’intera Europa – mosse guerra ai pisani partendo da una località tra Villanovaforru e Sanluri, al confine meridionale del suo Stato: il confine meridionale era stato sempre strategico nel corso della storia del Regno di Arborèa e assunse, anche in questo frangente, un’importanza straordinaria per le vicende legate alla conquista aragonese dei territori pisani nell’isola.
Non per nulla in tutte le trattative sopra accennate fra Corona d’Aragona, Regno di Arborèa e Repubblica pisana, si fa spesso riferimento alle fortificazioni, ai castelli del confine meridionale dello Stato indigeno. Nel giugno del 1309, per esempio, oggetto delle trattative fra Giacomo II d'Aragona e i pisani sono i castelli di Monreale e Marmilla, da questi ultimi tenuti momentaneamente per conto dei sovrani arborensi («pro eis»); castelli noti ai catalano – aragonesi sicuramente per la posizione strategica, diretta verso il cuore arborense, ma anche per il fertile territorio da essi controllato; e dai catalano – aragonesi verosimilmente ambiti, ma per il momento confermati fra le pertinenze dell’Arborèa. Stesse considerazioni possiamo fare a margine dell’atto di vassallaggio con cui Ugone II di Arborèa si allea ufficialmente a Giacomo II: in quest’atto, del 1323, come nella successiva riconferma, del 1328, viene espressamente ribadita l’appartenenza dei castelli di Monreale e Marmilla, con tutte le loro pertinenze, «infra Judicatum Arboree», cioè all’Arborèa storica.
E questa importanza strategica il castelliere meridionale la manterrà per tutto il XIV secolo, il principio del XV e anche quando, negli anni ‘70 del Quattrocento, Leonardo Alagon, soffiando sulla brace non del tutto spenta del nazionalismo sardo – arborense, si ribella al suo re  – messo nel sacco, probabilmente, da Nicolò prima e Dalmazo Carròs poi – e a più riprese occupa i castelli di Monreale e Marmilla, reclutando il nerbo delle sue truppe nelle ex curadorìas di Parte Montis, Valenza, Monreale e Marmilla, appunto.
Con una digressione cronologica, impropria in questo contesto, potremmo vedere come, anche nei secoli precedenti al XIV la linea fortificata meridionale del Regno di Arborèa, composta dai castelli di Arcuentu, Sanluri (fino al 1206) e poi Monreale, Marmilla e Laconi  – per non citare il castello di Barumele nelle retrovie – fu fondamentale per la vita del più longevo fra gli stati giudicali sardi. Per questo oggetto delle trattative diplomatiche con il Regno di Càlari, nel 1206, e delle mire genovesi prima e pisane poi; quegli stessi pisani che, al principio del XIV secolo, avevano il saldo controllo della fertile Marmilla e minacciavano l’autonomia della corte arborense, la quale non trovò di meglio che stringere alleanza con la Corona d’Aragona per liberarsi dello scomodo ex alleato.
Non era valso neppure il tentativo di Mariano II d’Arborea di liberarsi della soffocante ingerenza dei Capraia pisani; il sovranio arborense, raggiunta la maggiore età, alla morte del reggente Guglielmo di Capraia, fece imprigionare il figlio ed erede Nicolò. E lo fece imprigionare proprio in quel castello di Marmilla, al confine meridionale del suo Stato, sempre più strategico per la storia arborense.
Un’altra riflessione mi corre l’obbligo di accennare appena, ponendola come oggetto di futuri approfondimenti, anche alla luce delle più recenti risultanze degli scavi archeologici nei castelli di Marmilla e Monreale: il ruolo svolto dai castelli medioevali nei quattro regni giudicali non può essere ridotto semplicisticamente a quello di custodi delle frontiere statuali, ruolo che peraltro svolsero soprattutto a partire dal XIII secolo, ma va rivalutata la loro funzione di rappresentanza del potere centrale nelle aree (curadorìas) periferiche  – soprattutto nel caso di una corte itinerante come quella giudicale – , la funzione strategica di controllo delle vie di comunicazione e quindi di scambio commerciale, la funzione di controllo in territori importanti economicamente. Anzi, queste ultime motivazioni possono aver dettato le scelte di governo del territorio delle corti giudicali per quanto riguarda l’edificazione, o la riedificazione, di questi baluardi inerpicati in improbabili cime, che evidentemente costavano ingenti risorse alle casse de rennu e a quelle de pegugiare.
Ma si torni di nuovo in argomento, in quel Trecento decisivo per le sorti del Regno di Arborèa e di tutta la Sardegna. La nostra attenzione si concentrerà sui castelli di Marmilla e Monreale, arborensi, e di Sanluri, regnicolo, visto che Arcuentu e Laconi, in questo secolo determinante, scompaiono dalla documentazione. Per Arcuentu possiamo immaginare una perdita d’importanza strategica per i nuovi orientamenti economici dello stato: non interessava più concentrare l’attenzione, e quindi ingenti spese, verso aree minerarie poco redditizie. Laconi, invece, culla d’origine del ceppo dinastico giudicale omonimo – come stanno confermando le indagini archeologiche ivi condotte da Giorgio Murru – , ormai non rivestiva più importanza strategica nel controllo del territorio e verrà ristrutturato solo successivamente in funzione signorile.
Sul fronte regnicolo, invero, ebbero fondamentale importanza i castelli di Salvaterra, Acquafredda, Gioiosaguardia e Quirra; ma una trattazione esaustiva ci porterebbe fuori dal tema del presente contributo. Del resto assai spesso le vicende militari del Trecento tra il Regno di ‘Sardegna e Corsica’ e il Regno di Arborèa si giocarono direttamente tra la linea Monreale, Marmilla e Sanluri e Castel di Cagliari, con ruoli marginali svolti dai manieri sulcitani e ogliastrini.
Negli anni Venti del Trecento, il castello di Monreale ormai, come quello di Marmilla, è tornato sotto il diretto controllo arborense e proprio il primo è ormai diventato sede residenziale della corte, mentre Marmilla, pur continuando a rivestire altrettanta importanza strategica, è meno adatto a ospitare una corte sovrana e alloggia una decina di armati con il castellano il quale – viste le ceramiche rinvenute durante gli scavi archeologici nei due siti fortificati, studiate da Francesca Carrada – poteva permettersi un tenore di vita relativamente elevato, in rapporto ai tempi e alle circostanze. Nel 1324 il castello residenziale di Monreale ospita la moglie dell’Infante Alfonso, Teresa d’Entença; la vicinanza delle terme di Santa Maria Is Aquas era senza dubbio un motivo che, assieme alla salubre e ventilata posizione e alle strutture più accoglienti e prossime a un ridente borgo, fecero di Monreale il luogo preferito di residenza, in pace e soprattutto in guerra, per numerosi sovrani di Arborèa.
Tralasciando il testamento di Ugone II del 1335, nel quale si ricordano i castelli di Barumele, Marmilla e Monreale, e le concessioni che del castello e della Baronìa di Marmilla fa Pietro IV al giovane principe Mariano – concessione che ci pone il problema di capire se il castello di Marmilla facesse parte del territorio storico del Regno di Arborèa, fosse cioè «infra Judicatum Arboree», oppure se, in seguito all’ancora poco chiara ridefinizione dei confini del 1206, fosse un possedimento ultragiudicale «ultra Judicatum» –, possiamo ricordare che proprio dal castello di Marmilla nel 1340 partirono gli attacchi del principe Mariano verso il Gerrei, prime avvisaglie dell’allontanamento degli Arborea dalla Corona d’Aragona.
Ma è, soprattutto, durante i drammatici decenni della secolare guerra tra il Regno di Arborèa e il Regno di ‘Sardegna e Corsica’, nella seconda metà del XIV secolo e al principio del XV, che la linea dei castelli di Monreale e Marmilla dalla parte arborense e di Sanluri dalla parte regnicola diventa strategicamente fondamentale. La lunga stagione di “guerra guerreggiata” si apre nel 1353 con Mariano IV d’Arborea che, prima di scatenare il conflitto, impartisce precisi ordini ai suoi capitani di comprare e far ammassare il grano dei villaggi conquistati nei luoghi più sicuri della capitale Oristano e del castello di Monreale: ancora in questi drammatici frangenti i castelli di Monreale e di Marmilla sono dei baluardi dai quali partono gli attacchi e dove le truppe si raccolgono nei momenti negativi; del resto fu già castellano di Marmilla uno dei capitani di guerra dell’esercito arborense, Cino de Zori, e da Monreale coordina le azioni l’altro capitano, il modenese Azzone de Boquis.
Ma anche Sanluri in questi anni gioca un ruolo primario nello scacchiere sardo: a Sanluri vengono raggiunti gli accordi di pace (dopo il tentativo andato a vuoto, del primo accordo di Alghero) che pongono fine alla prima guerra fra il Regno di ‘Sardegna e Corsica’ e il Regno di Arborèa, una pace effimera invero. E, a proposito degli accordi di pace, mai realmente applicati, stipulati a Alghero, è da notare che uno dei capitoli più importanti voleva a capo dei castelli di Montiferru e Marmilla due castellani catalani o aragonesi, i quali dovevano prestare omaggio a Pietro IV: era chiara l’intenzione del Cerimonioso di prendere possesso di queste due teste di ponte a nord e a sud, ovvero questa azione era soltanto provocatoria, per costringere Mariano a non osservare gli accordi per ovvie considerazioni di sicurezza, di sopravvivenza e di opportunità strategica, al fine di riaprire definitivamente il processo per fellonìa nei confronti del ‘ribelle’, con le stesse modalità adottate nei confronti dello sfortunato re di Maiorca. E così avvenne, nonostante le giustificazioni addotte dal sovrano arborense che, del resto, era ben consapevole dell’importanza dei due castelli in oggetto e, verosimilmente, del sottile gioco diplomatico nel quale era coinvolto, sperando, magari, di gestirlo a proprio vantaggio. Il mancato rispetto della clausola del primo accordo, sebbene mai applicato realmente, è una delle accuse principali contro Mariano contenute nel Proceso.
E cosa dire, poi, del fatto che anche la seconda fase della secolare guerra fra i due Stati conviventi nell’isola ormai troppo piccola, sia partito con l’assedio e la presa di Sanluri da parte di Mariano IV, che, tra l’altro, durante l’assedio, fece brutalmente uccidere l’ultimo rappresentante pisano a Gippi e Trexenta, Filippo della Scala: Mariano era un uomo raffinato e colto, ma pur sempre un sovrano del suo tempo a capo di uno stato impegnato in una secolare lotta per la sopravvivenza.
Avendo ben saldo il controllo delle piazzeforti di Sanluri, Monreale e Marmilla, tutto il calaritano poteva essere controllato, tranne Cagliari che era in grado di resistere all’infinito perché rifornita dal mare. Finalmente il 24 gennaio 1388 si addiviene a una nuova pace fra i contendenti, ratificata dalla Corona de Logu arborense proprio a Sanluri, laddove, venute meno le ragioni che costrinsero Eleonora alla ratifica di questo infausto accordo, nel 1393 suo marito Brancaleone Doria radunava di nuovo tutti gli hominis de muda dell’Arborèa storica e delle terre conquistate per «buona e giusta guerra» e riprese quel filo rosso della guerra ai catalano – aragonesi del Regno di 'Sardegna e Corsica' iniziato da suo suocero Mariano e che finirà di fatto solo con la battaglia campale del 30 giugno 1409, combattuta, guarda caso, proprio a Sanluri. Dopo la disfatta dei sardo – giudicali, però, ancora per circa sette mesi i baluardi di Monreale e Marmilla rimarranno in mano ai ‘ribelli’, con grande pericolo per il Regno catalano – aragonese, come ammoniva Pietro Torrelles al principio del 1410.
Ma l’importanza del castelliere oggetto di questo breve intervento, non cessa con la fine del Regno di Arborèa, di diritto solo nel 1420; a parte che, tra il principio del 1412 e il febbraio del 1413 il Governatore del Capo di Cagliari Berengario Carròs si attivava affinché i castelli di Monreale, Marmilla e Sanluri fossero adeguatamente riattati, riforniti e riarmati: la situazione bellica non permetteva ancora di abbassare la guardia, anche se il possesso di queste valide rocche garantiva alla Sardegna regnicola una certa sicurezza.
Ad animare, però, il quadro istituzionale dei nostri tre castelli e dei territori di loro pertinenza, erano le brame dei Carròs e di Leonardo Cubello di mettere le mani sulle risorse di questi territori; brame che per il momento si scontravano con la decisione della corte regnicola di mantenere questi baluardi ancora nel patrimonio regio, e con l’opposizione dei consiglieri di Cagliari che rivendicavano diritti sui castelli e sui loro territori in quanto ricadenti nel Capo di Cagliari: in sostanza erano però le altissime rendite cerealicole della Marmilla e del Monreale a fare gola alla capitale del Regno. Alla fine, considerata la situazione ormai stabile e, soprattutto, le esauste casse regie, anche questi territori, con i loro castelli, furono infeudati.
I nostri castelli torneranno in auge solo con la rivolta di Leonardo Alagon, tra il 1470 e il 1477, quando riacquisteranno ancora il loro importante ruolo strategico e di presidio del territorio; ma ormai, a parte questo episodio, la nuova situazione politico istituzionale non necessitava più di queste ardite e costose costruzioni che, lentamente, andarono in rovina.
 
 
 
in RiMe. Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea, n. 4, giugno 2010.

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