lunedì 24 luglio 2017

Sant'Andrea Frius

Sant’ Andrea Frius (Sant’Andrea de Frius) [1]
Immagini della Trexenta ottocentesca: Sant'Andrea Frius
 
SANT’ANDREA DE FRIUS o FRIAS [S. Andrea Frius], villaggio della Sardegna nella provincia e prefettura di Cagliari, compreso nel mandamento di Senorbì e nell’antico dipartimento di Trecenta del Giudicato Cagliaritano.
Il suo antico nome era Frias, e Frius, e per qualche fatalità mancatavi la popolazione vi rimane una chiesa dedicata a s. Basilio, intorno alla quale si congregarono poi alcuni coloni scegliendo veramente con poca saggezza il sito.
 
 
Di esso trovasi menzione nell’atto di donazione dell’Incontrada suddetta di Trecenta, che si fece dal giudice del regno di Cagliari Torgotorio al suo figlio Salusio di Lacon nel 1119 addì 20 giugno. La villa di Frius vi è indicata quattordicesima tra quella di s. Basilio e Donnigalia Alba.
Vuolsi che il luogo fosse ancora deserto e tutto ingombrato di boscaglia in sulla fine del secolo XVII, e che solo ne’ primi anni del XVIII vi si stabilissero alcune famiglie.
È fama che in questo sito, dove passava una strada assai frequentata, si mettessero in agguato molti malviventi per spogliare i viandanti.
La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 28' 30" e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° 3' 30".
Giace in valle in un seno, che formano varie colline, le quali levansi al sirocco, austro, levante, tramontana, e che lo coprono a tutti quei venti, non lasciando libero il varco che al maestro-ponente.
Per siffatta posizione provasi nell’estate un forte calore, e un po’ di freddo nell’inverno se dominano i maestrali, e sentesi in ogni tempo, e massime a certe ore, una grande umidità, che è dannosa agli abitanti, come lo è a questi ed a’ vegetabili in certe circostanze la densa nebbia che spesso ingombra il vallone.
L’aria resta depravata non solo dalla immondezza delle strade, e da’ miasmi dei letamai posti intorno all’abitato e dalla corruzione delle foglie grasse de’ fichi d’India, ma peggio ancora nella stagione calda dalla infezione delle acque che ridondano dal recipiente della pubblica fonte in centro del popolato, e che impaludando diffondono esalazioni troppo moleste, incomodo cui si potrebbe rimediare se si selciasse il locale presso alla fonte ed abbeveratojo delle bestie, e si desse uno scolo. Ma chi pensi al comodo pubblico? chi voglia spender poco per liberar il paese da tanta bruttura?
Componesi questo popolato di 210 case, le quali occupano una estensione maggiore del bisogno a cagione che ciascuna casa ha il suo piazzale, e questo assiepato da fichi d’India.
La popolazione componesi di circa 910 anime, le quali sono distinte in maggiori d’anni venti maschi 240, femmine 263, e minori maschi 197, femmine 200.
Notaronsi le seguenti medie, nascite annuali 30, morti 17, matrimonii 6.
Gli abitanti sono gente laboriosa e tranquilla, attendono studiosamente all’agricoltura, e alcuni anche alla pastorizia; delle arti meccaniche si sa e si pratica quanto solo è di necessità in una popolazione. Le donne al solito tessono lino e lana, e vendono tele e panni.
Le più frequenti malattie sono infiammazioni toraciche con le loro conseguenze.
La scuola primaria è frequentata solo da circa 10 fanciulli senza alcun profitto.
I Friasini sono sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari.
La chiesa parrocchiale è sotto l’invocazione di s. Andrea, ed ha contigua la piccola chiesa antica dello stesso nome, chiesa allora campestre, intorno a cui, come ho accennato, si formarono le prime abitazioni, e che servì di parrocchiale fino alla costruzione della presente, che fu eretta indi a non molto.
È questa parrocchia prebenda della mensa dell’arcivescovo, il quale vi manda per far le sue veci un prete che deve far tutto senza alcuna assistenza.
La festa del titolare addì 30 novembre, è la sola notevole; essa fassi lietissima da tutti gli usati pubblici divertimenti, e popolosa per una piccola fiera, alla quale concorrono dalla capitale, dalla Tregenta e dai vicini e lontani dipartimenti molti artefici con le loro opere, e mercadanti con le loro merci.
Il cemitero è contiguo alla parrocchiale, nè ancora si pensa al formar un camposanto.
Territorio. Come abbiamo già indicato è rilevato quasi a tutte parti per molte colline notevoli, massime quelle che sorgono alla parte di levante e scirocco, le quali formano una catena lunga circa cinque miglia, che pare dipendenza della massa di monte Igi, eminenza principale del dipartimento del Gerrei. Sono essi detti monti Casari.
Quasi aderente all’estremità della detta catena è un’altra serie di colline, che sono sette, e si distendono in linea dall’austro al ponente. Queste hanno la denominazione di Asìli.
Alla parte poi di tramontana in là del colle che abbiamo già indicato vedonsi altre eminenze, alcune di larga base, e tutte di facil pendio e coltivabili.
Sono nel territorio molte fonti, e alcune pregiate per la purezza delle acque. Dove tra le altre notasi quella detta di Miuri, a non molta distanza dall’abitato, la quale somministra abbastanza per bevanda alla popolazione, già che i pozzi che sono aperti dentro il paese danno acqua pesante e di gusto nauseante che serve per gli usi domestici e per abbeverare il bestiame.
Dalle notate sorgenti formansi vari rivi, de’ quali tre soli sono degni di menzione, uno quello che formasi presso il paese e scorre verso ponente-maestro al fiume maggiore; il secondo quello che scorre nella regione settentrionale del territorio nella stessa direzione, e si unisce a un altro rivo che formasi da varii ruscelli provenienti dal territorio del Gerrei, e si versa nel-l’anzidetto fiume: il terzo detto Cogìnas, è maggiore de’ suddetti, corre nella regione meridionale verso ponente, passa presso Donori e si versa nello stesso fiume. L’origine del Coginas è in territorio di Pauli Gerrei, nella regione detta Sa figu arrubia de Sanguini.
Il Coginas si guada facilmente in tutti i tempi, non però immediatamente dopo grandi acquazzoni per l’affluenza dei torrenti.
Prendonsi in esso poche trote, che però sono assai pregiate per il gusto.
Erano in questo territorio grandi selve, ora non resta che un piccol ghiandifero di leccio in quella parte, che dicesi Flumini de Asili. Il ferro e il fuoco ha distrutto o diradato i grandi vegetabili negli altri siti.
Il selvaggiume non manca, massime nella parte di levante ne’ monti Casari, e i cacciatori vi trovano cervi, cinghiali e daini. Le volpi sono frequenti nelle altre regioni come pure le lepri.
I cacciatori di uccelli trovano facilissima preda in tutte le parti.
Il terreno è in molti tratti assai fecondo, e se la coltivazione fosse meglio praticata i prodotti, dove concorresse il favor del cielo, sarebbero assai più ricchi.
Sono applicati all’agricoltura persone 240.
Le misure della seminagione sono di starelli 800 di grano, 350 d’orzo, 160 di fave, 50 di legumi, 60 di lino.
La produzione ordinaria del grano è al 12, quella dell’orzo al 15, quella delle fave al 12, quella dei legumi al 7.
L’orticoltura si esercita sopra una ristrettissima superficie, sebbene molti siti si prestino alla medesima.
La vigna vi trova conveniente il suolo ed il clima, escluse certe posizioni poco favorevoli.
La vendemmia suol essere copiosa e i vini riuscirebbero di maggior bontà se la manipolazione fosse fatta con maggior intelligenza.
Son pochi gli alberi fruttiferi, e ciò condanna la poca industria de’ Friasini, i quali potrebbero avere un sussidio dalle varie frutta, e lucro dalla coltivazione de’ gelsi e degli olivi.
Si hanno a più delle vigne circa 600 starelli di terreno chiuso, dove si fa la seminagione e si tiene a pascolo il bestiame manso, quando sono a maggese.
La pastorizia non è negletta, ma non tanto curata, quanto permetterebbe il terreno vasto e molto fertile di pascoli.
Il bestiame manso numera buoi per l’agricoltura 220, vacche mannalite, vitelli e vitelle 150, cavalli e cavalle 80, giumenti 200, majali 90.
Nel bestiame rude sono vacche 700, esclusi i capi minori, pecore 3500, capre 5000, porci 800, cavalle 60.
Quei che attendono alla pastorizia tra grandi e minori non sono meno di 90.
I formaggi sono di certa bontà relativa. L’arte è poca e mal guidata da massime tradizionarie.
 
Commercio. La produzione tanto del terreno che degli armenti e delle greggie è superiore a’ bisogni del paese, e si guadagna dal superfluo che vendesi a’ negozianti di Cagliari.
Il guadagno sarebbe assai più considerevole se fosse agevole il trasporto delle derrate, cioè se fossero strade per carreggiare facilmente. Non sarebbe molto dispendiosa, considerata la distanza di miglia 3 1/2 dallo stradone della Trecenta, e la natura del luogo, la formazione di una strada comunale.
La coltura delle api potrebbe essere un ramo considerevole d’industria, ma è quasi negletta.
 
Antichità. Nel centro stesso di questo abitato esisteva una chiesetta di s. Marta, le cui mura sono state distrutte nel 1829, per impiegarne il materiale in altri edifizii. Nello scavo fatto per le fondamenta si trovarono dei canali impiombati larghi un palmo e mezzo, e si scoprì una stanzina tutta smaltata anche nelle mura, ed il suo pavimento alla mosaica con tre gradini per discendervi, dove mettean foce i canali. Osservaronsi nelle pietre delle figure scolpite, ma per la loro smisurata grandezza non si poteron levare.
Siffatte antichità non furono osservate da persone intelligenti, e però non si tenne alcun conto delle medesime. Aspettiamo che qualche persona erudita voglia prendersi la curiosità di scavare e ricercare; forse si potranno rinvenire altri oggetti di antichità romana, quali sono certamente gli indicati, e riconoscere quelli che furono già ritrovati. Questo paese era compreso nell’antica Jolea, dove i Pelasghi di Jolao si stabilivano usurpando le terre agli indigeni.
In così vasta estensione furono senza dubbio altre popolazioni; ma noi non possiamo indicare che due soli punti, il primo in distanza d’un’ora verso greco nella via che conduce a Gerrei, e segnatamente nel salto detto Sanguinirubiu dal colore rosseggiante della terra, dove si riconoscono vestigie d’antico abitato. Gran parte di essa regione, d’estensione non meno di starelli 600, si possiede da un signore che vi fabbricò una casa di campagna e vi fece una piantagione di gelsi per la coltivazione de’ bachi; l’altro nel luogo detto deis Calcinaius, dove parimente sono molte linee di fondamente e gran copia di rottami sparsi.
Non possiamo dire nè il numero preciso, nè i nomi dei nuraghi, e solo ci limiteremo a notare che se ne trovano a tutte parti e che alcuni sarebbero degni di essere visitati da persone intelligenti. La massima parte sono disfatti più che a metà.


[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XVIII, Torino 1849, pagg. 89-94.

giovedì 6 luglio 2017

1328, Pietro d’Arborea armato cavaliere

1328, Pietro d’Arborea armato cavaliere
di Sergio Sailis
 

La domenica di Pasqua del 3 aprile 1328 nella Cattedrale di Saragozza, con grande sfarzo e con un gran numero di invitati, veniva incoronato il nuovo Re d’Aragona: Alfonso detto il Benigno.

Appena pochi anni prima, quando era ancora Infante, Alfonso era stato il protagonista della conquista armata del Regno di Sardegna e Corsica da parte dei catalano-aragonesi con l’importante sostegno di Ugone d’Arborea con il quale la casa regnante manteneva ottimi rapporti.

Il cronista Ramon Muntaner, testimone oculare dei fatti, riporta che alla cerimonia di incoronazione (descritta con dovizia di particolari) parteciparono l’arcivescovo di Saragozza, Pedro Lopez de Luna, Juan de Aragon, arcivescovo di Toledo, Guido Cattaneo, arcivescovo d’Arborea, Jemeno de Luna, arcivescovo di Tarragona, Ramon Gastò, vescovo di Valencia, Arnau Sescomes, vescovo di Lerida, Gaston de Moncada, vescovo di Huesca, e tutti gli altri rappresentanti delle istituzioni ecclesiastiche dei territori della Corona compresi quelli dei vari ordini militari; per la solenne occasione nella città affluirono inoltre i rappresentanti dei regni circonvicini e la nobiltà dei vari territori della Corona con numeroso seguito di cavalieri. Inoltre, sempre il Muntaner, mette in evidenza come parteciparono oltre al già citato arcivescovo d’Arborea anche “lo fill del iutge Darborea [...] e dos nabots del dit iutge Darborea” ossia Pietro, il primogenito di Ugone, e altri due nipoti.

img ACA
Pietro infatti, imbarcato a bordo di tre galere, si era recato a Saragozza assieme a Guido Cattaneo, arcivescovo d’Arborea (che peraltro partecipò attivamente alle cerimonie religiose per l’incoronazione), ad altri nobili sardi (tra i quali come detto due nipoti del Giudice Ugone) e al Governatore del Regno di Sardegna e Corsica ossia Bernat de Boixadors; la rappresentanza sarda aveva lo scopo di rinsaldare i legami politici tra i due stati e di stima reciproca tra i due sovrani.

Tornando alla cerimonia di incoronazione, come consuetudine dopo la messa il novello sovrano procedeva all’investitura di una dozzina di cavalieri scelti tra il fior fiore dell’alta nobiltà tra i quali, il visconte di Cardona, il conte di Pallars, il signore di Hìjar e, per quanto qui ci interessa, il principe giudicale Pietro d’Arborea.

manoscritto Cronica di Muntaner
Il Muntaner riporta che re Alfonso in primo luogo armò cavaliere Jacme de Xirica dandogli facoltà di armare a sua volta altri 20 cavalieri, subito dopo (a testimonianza dei profondi legami che al tempo legavano la Corona con la casata degli Arborea e dell’importanza che a questa veniva tributata) “lo dit senyor rey feu cavaller lo noble fill del Jutge Darborea” dando anche a lui la facoltà di armare a sua volta altri 20 cavalieri che avevano feudi in Sardegna, 10 catalani e 10 aragonesi, non appena fosse rientrato nell’isola in quanto non si era fatto in tempo a predisporre i necessari preparativi. Dopo di che (e dai nomi dei personaggi, alcuni dei quali imparentati con la casa reale, si vede anche l’importanza riservata a Pietro d’Arborea) seguì l’armatura degli altri “richs homens”: quali Ramon Folch, visconte di Cardona, Llope de Luna, Roger conte di Pallars, Nalfonso Ferrandis signore di Dixer, G. Danglesola, Ioan Ximenis Darocha, Berenguer Danglesola, Pere Corneyll, Guillem de Cervello, e Not de Moncada. Anche a questi nobili venne concesso di armare a loro volta altri cavalieri e così vennero armati via via gli altri membri dell’alta nobiltà giù sino a quelli della nobiltà minore.

Esattamente 7 anni dopo, il 5 aprile del 1335, moriva Ugone, Giudice d’Arborea e fondamentale alleato di Giacomo II d’Aragona durante le fasi della conquista iberica della Sardegna, fedeltà che confermava esplicitamente anche in punto di morte.

Lasciava una prole numerosa: ben sette figli legittimi: oltre al citato Pietro, Mariano, Giovanni, Nicola, Francesco, Bonaventura e Maria e altri tre illegittimi Lorenzo, Angiolesa e Preziosa.

Ugone dettava il suo testamento il giorno precedente alla morte alla presenza del canonico arborense Filippo Manneli, ai due medici che lo assistettero negli ultimi giorni di vita, Gratia Orlandi e Tomasio de Cinamo di Napoli, e ad altri notabili arborensi.

img ACA
Al trono giudicale pertanto, secondo le sue disposizioni, gli succederà Pietro che continuerà a condurre l’Arborea secondo la politica filo-aragonese instaurata dal padre.

Da una lettera del 13 aprile inviata da Pietro ad Alfonso il Benigno (con la quale il giudice comunicava di aver preso possesso del trono giudicale secondo le disposizioni testamentarie paterne e raccomandava al sovrano i suoi due fratelli minori Mariano e Giovanni che al momento si trovavano alla sua corte) sappiamo che i funerali di Ugone si svolsero il 6 aprile; nella successiva risposta del 24 maggio (nell’immagine ACA) il sovrano iberico esprimeva le sue condoglianze per la scomparsa di Ugone e rassicurava il novello Giudice sulla situazione dei suoi sue fratelli presso la sua corte.

San Basilio

Immagini della Trexenta ottocentesca: San Basilio



SAN BASILIO, villaggio della Sardegna, compreso nel mandamento di Senorbì della prefettura e provincia di Cagliari e nell’antica curatoria di Trecenta, parte del regno Cagliaritano.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39°, 32', 15" e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0°, 5'.

Siede nella pendice di una grossa eminenza incontro al ponente-libeccio, e però resta esposto a questi venti, e agli altri che sono nell’arco occidentale, ed è in parte difeso da venti dell’arco orientale, e specialmente dal greco, dal levante e anche dal sirocco.

È tradizione, che i primi abitatori di questo luogo sieno state le persone della famiglia d’un pastore, che nominavasi Virdano, o Birdano, e vuolsi pure che il nome di costui si leggesse in una carta antichissima, dove erano notate certe convenzioni col signore del territorio; come pare che la procedenza di questi primi popolatori fosse dalla regione prossima all’oriente, che dicesi Gerrei o Galilla, il che deve parere probabilissimo a chi riguardi la somiglianza nella foggia del vestire e nel parlare.

Di questo villaggio di s. Basilio è menzione nell’atto di donazione dell’Incontrada di Trecenta fatta dal giudice Torgotorio di Cagliari a suo figlio Salusio di Lacon nel 1119.

Componesi quest’abitato di circa 325 case, disposte irregolarmente, con vie irregolari, e nei tempi piovosi in gran parte fangose.

La temperatura nell’inverno è assai mite purchè non soffino il maestrale o il ponente; nell’estate è molto forte. L’aria sarebbe più salubre, se si togliessero tante cause di corruzione, e sorgenti di miasmi.

Il territorio è generalmente montuoso, tuttavolta tra le eminenze allargansi i piani, e sono coltivabili anche quelle come questi.

Il paese si trova prossimo a’ confini settentrionale e occidentale. Le eminenze minori sono nella parte meridionale di questo territorio e nella regione di levante.

Le parti incolte del territorio e destinate alla pastorizia hanno gran copia di grandi vegetabili, sebbene il ferro e il fuoco le abbiano spesso sgomberate.

Nelle specie ghiandifere notasi il leccio e il sovero, ma il numero è così ristretto, che appena negli anni di maggior fertilità producono abbastanza per i pochi armenti del paese.

Manca quindi il legname di costruzione, ma invece abbonda il legno minore per il fuoco e per i forni; onde i Sanbasiliani ritraggono gran profitto vendendone in gran copia a’ paesi della Trecenta, che ne abbisognano in modo, mentre in alcuni devonsi talvolta scaldare i forni con lo sterco delle vacche.

In questa industria sono occupati molti, e sovente per questa occupazione si trascurano i lavori agrari.

Gli olivastri trovansi passo passo: innestati, sarebbero un altro ramo di produzione; ma per la poca industria, e dirò per l’infingardaggine e negligenza del proprio interesse, i favori della natura sono ad essi inutili.

Cotesta infingardaggine è evidente in riguardo al lentisco. Questa pianta è sparsa per tutto e produce molto frutto, dal quale potrebbesi trarre olio e provvedere al proprio bisogno; ma essi e le loro donne, lasciano marcire quei frutti e comprano olio di lentisco da Gerrei.

Nelle regioni boscose trovansi molti cinghiali e occorrono pure sebbene rari i cervi; nelle altre parti sono in gran copia le volpi, le lepri, i conigli, le pernici, i colombi, ecc.

Nel paese i pozzi danno acqua poco potabile, e però bisogna provvedersi dalle fonti vicine, una che dicono di Calamata, distante d’un quarto d’ora, l’altra che appellasi Is mitziseddas, lontana d’un’ora, dalla quale, perchè migliore, bevono le famiglie agiate.

Scorre entro questo territorio un solo rivo, la cui fonte primaria è al greco del paese, e dicesi Funtana Romana. A questo primo rivolo se ne aggiunge poco dopo un altro quasi eguale che proviene dalle sorgenti occidentali di Monte Igi, quindi move verso ponente-libeccio, e cresciuto d’un altro rivolo, nato nello stesso territorio, e poi d’un altro, che ha sua origine nel territorio di s. Andrea Frius a greco-levante di detto paese, fa un arco in direzione ad Arigi, presso il qual paese si versa nel rio di Trecenta.

Questo rivo detto comunemente Bajoni, ne’ tempi piovosi ingrossa tanto, che nessuno può guadarlo, finchè non vengon meno i torrenti, da’ quali è accresciuto a dismisura. Per mancanza di ponte restano impedite le comunicazioni col villaggio s. Andrea, se pure non si voglia fare un giro troppo lungo, cioè una via quasi doppia.

Alcuni pescatori vi prendono delle ottime trote.

 

Popolazione. Consta questa di anime 1530, distinte in maggiori di anni 20, maschi 410, femmine 425, in minori, maschi 340, femmine 355, distribuite in famiglie 312.

Il movimento della popolazione è espresso ne’ seguenti numeri, nascite 50, morti 20, matrimoni 16.

Sono applicati all’agricoltura a circa 420, alla pastorizia 50, a’ mestieri diversi 25.

Nelle professioni liberali sarebbero a notare i notai che sono 7, un chirurgo, un flebotomo ecc.

Gli abitanti di s. Basilio non sono così laboriosi come erano i loro maggiori, e pochissimo industriosi; però la massima parte delle famiglie vivono stentatamente, mentre in altri tempi era questo uno de’ paesi più agiati e ricchi della Trecenta.

Le donne filano e tessono solo quanto vuolsi dal bisogno della famiglia.

L’istruzione primaria è trascurata, i fanciulli che concorrono alla scuola non sono più di 10, e le persone che in tutto il paese sappiano leggere e scrivere non sommano a più di 20.

 

Agricoltura. I terreni di s. Basilio sono di molta forza produttiva, e se non sieno contrarie le stagioni ottienesi un frutto notevole.

I numeri ordinari della seminagione sono i seguenti, starelli di grano 900, d’orzo 300, di fave 200, di legumi 60, di lino 60.

La fruttificazione mediocre è del 12 per il frumento, del 15 per l’orzo, del 10 per le fave, dell’8 per i legumi.

L’orticultura è quasi affatto negletta.

Gli alberi fruttiferi sono di poche specie e varietà, il numero degli individui e ristretto.

La vigna è prospera; la vendemmia dà il sufficiente; la quantità de’ vini è mediocre perchè la manipolazione è fatta con non buoni metodi d’arte. Si ha appena il sufficiente per il consumo.

Le piccole terre chiuse per le vigne e per seminarvi e pascolarvi (is congiaus) forse non hanno una superficie complessiva di 1250 starelli; di grandi chiudende (tanche) non se ne può indicare alcuna notevole.

I terreni aperti coltivabili sono più di starelli 3600, gli incoltivabili 1500.

 

Pastorizia. Nel bestiame manso sono a indicarsi, buoi per l’agricoltura 200, vacche 100, cavalli 70, giumenti 120, majali 80. Nel bestiame rude vacche 600, cavalle 80, capre 2500, pecore 3500, porci 600.

Nelle terre incolte di s. Basilio il pascolo è abbondante.

È però a sapersi che l’indicata quantità di bestiame nelle proposte specie non è tutta di proprietà de’ Sanbasiliani, perchè questi pastori non sono ordinariamente che communari, come dicono, coi proprie-tari di Senorbì, Suelli e Sèlegas.

I formaggi sono di mediocre bontà e si rivendono ne’ paesi della Trecenta o a’ negozianti di Cagliari.

L’apicultura è mediocremente curata; il numero degli alveari non eccede i 300.

 

Commercio. Il soprappiù del frumento e degli altri cereali vendesi a Cagliari. Il lucro che da questi prodotti e da quei della pastorizia e dalla vendita del bosco può ottenersi in annate mediocri non somma a più di ll. n. 50000.

Questo paese trovasi alla distanza di circa miglia 3 1/2 dalla strada reale, e potrebbesi con poca spesa, alla quale contribuirebbe il paese di Arigi, formare una strada comunale sino a Senorbì, la quale fosse comoda a vettureggiare anche nel tempo invernale, quando per i fanghi è grande la difficoltà di trasportare le derrate.

Le altre vie da s. Basilio a’ paesi vicini sono molto più malagevoli, massime a’ paesi del Gerrei, il primo de’ quali, Silìus, dista circa miglia 5.

 

Religione. Questo popolo già compreso nel vescovado di Dolia, è ora soggetto alla giurisdizione del-l’arcivescovo di Cagliari, ed è amministrato nelle cose spirituali da un provicario.

La chiesa maggiore è dedicata all’Apostolo s. Pietro; le chiese minori sono intitolate, una da s. Sebastiano, eretta per voto dopo la strage d’una pestilenza, l’altra a s. Basilio, la quale fu già parrocchiale, e diede il nome al paese.

Esiste una sola associazione religiosa, la confraternita del SS. Rosario.

La chiesa parrocchiale ha una dote sufficiente in terreni; la Causa pria ne ha però in quantità molto maggiore.

 

Antichità. Non mancano in questo territorio i nuraghi; due di essi sono ad austro-sirocco, l’altro a sirocco. Essi sono in massima parte disfatti.

Sono in due siti delle vestigie di antica popolazione; il primo si indica a libeccio nel luogo detto Gennas de Susu, l’altro a mezzogiorno nel luogo, che dicono Gennas de Jossu.

 

 
 

giovedì 29 giugno 2017

1409 Sanluri: la vigilia della battaglia

1409 Sanluri: la vigilia della battaglia.
(di Sergio Sailis)

Siamo in una calda, torrida, notte di fine giugno, esattamente quella del 29 giugno 1409.

In prossimità di Sanluri, nell’accampamento arborense, i fuochi del bivacco sono accesi per preparare un pasto caldo. Si sa, in battaglia servono energie, molte energie e l'ora della battaglia si avvicina, inesorabilmente.

Non tutti gli uomini hanno fame, uno strano morso attanaglia loro lo stomaco, impedisce quasi di deglutire ma sanno che comunque qualcosa devono mangiare; devono mantenersi in forma, il nemico incombe. Sanno che trascorsa questa breve ma infinita notte estiva l’indomani sono attesi da una giornata decisiva. L’alba che sorgerà tra qualche ora per molti di loro sarà forse l’ultima; in parecchi non vedranno mai quella del giorno successivo.

Gli esploratori sono rientrati all’accampamento e hanno confermato che poco lontano, a sole due leghe di distanza, il bagliore di un’altra serie di fuochi rischiara la notte. Una possente armata composta da nobili e cavalieri in cerca di gloria e da avidi mercenari che accompagnano l’Infante Martino ha infatti piazzato il campo vicino allo stagno a Flamayra.

Sono partiti da Castell de Caller “lo jorn de sant Aloy” e si sono accampati per concedersi un giorno di riposo prima della battaglia risolutiva "porque la gente de pie hallase refresco y pudiese descansar por ser el tiempo muy caluroso y requerirlo aquella regiòn que es como la de Berberia"; anche loro hanno bisogno di ristorarsi. Sono uomini temprati alla guerra, che vivono per la guerra, che la praticano per arricchirsi oppure per quello che oggi possiamo definire semplicemente uno sport, un passatempo per nobili annoiati. Gente del mestiere però, con equipaggiamento e armi adeguate, lucide corazze, barbute e bacinetti, cotte di maglia intessute fini, spade di ottimo acciaio ben temprato; non sono dei semplici contadini è gente avvezza alle battaglie.


L’indomani una selva di lance e di cavalieri armati di tutto punto sventolanti le insegne quadribarrate gialle e rosse sarà schierata contro gli uomini raccolti sotto i vessilli dell’albero deradicato. La consistenza numerica dei due schieramenti è decisamente rilevante rispetto agli eserciti dell’epoca; le fonti però, tutte di parte catalana, sono estremamente discordi sul numero degli effettivi, per quanto riguarda i catalano-aragonesi si va dagli 8 ai 12 mila uomini mentre per i giudicali dai 16 ai 23 mila. Siciliani, catalani, aragonesi, valenzani, maiorchini, provenzali, tutti arrivati per soffocare quella che per loro, ma soprattutto per il loro sovrano, è considerata una rivolta.



Una rivolta che dura da troppo tempo e da reprimere quanto prima assicurando così definitivamente alla Corona un’isola che tanti problemi, spese, e lutti ha causato in circa ottanta anni. Anche a costo di combattere una battaglia campale dall’esito spesso incerto e per questo generalmente evitata quando possibile.

Ma la posta in gioco è alta, troppo alta; il Visconte di Narbona è giunto nell’isola da pochi mesi e non da tutti viene ancora accettato come legittimo Giudice arborense. Bisogna evitare che il suo consenso si consolidi, che si estenda, bisogna intervenire risolutamente ora che l’occasione sembra propizia.

E in quell’accampamento ci sono forse anche dei sardi; si, ci sono forse anche gli ogliastrini “bons e leyals vassals”, come li aveva definiti l’Infante Alfonso appena qualche settimana prima invitandoli a raggiungerlo per combattere i ribelli, essi sono rimasti fedeli al re e hanno seguito il loro signore, Berenguer Carroç, conte di Quirra in questa spedizione ed in seguito ne verranno ben ricompensati.

Dormire è quasi impossibile, non resta che attendere pazientemente l’alba. Nel campo arborense sono tanti, provenienti dalle zone più disparate dell’isola, dal Meilogu ai Campidani, dal Monreale alla Planargia, dal Nurcara alla Marmilla, dalla Barbagia al Goceano, sono affluiti da ogni dove, ragazzi imberbi di appena 14 anni o anziani veterani di tante campagne combattute con Mariano, colui che con le buone o con le cattive ha saputo compattare un popolo sotto le proprie insegne, e dei suoi figli Ugone prima e Eleonora poi, o del marito di lei, Brancaleone Doria, mai troppo amato dal popolo ma buon capitano sul campo di battaglia. E attendono.


E attendono anche i francesi, i genovesi, i lombardi, i toscani; anche questa gente bene armata e capace di combattere, appositamente ingaggiata dal Visconte nella speranza che risulti determinante sull’esito dello scontro. Nonostante l’ancora scarsa conoscenza dell’isola tutto sommato Guglielmo è riuscito tuttavia a raccogliere un’armata numericamente considerevole, certo eterogenea e non bene equipaggiata come gli avversari ma comunque temibile.

E in quest’attesa nell’aria notturna del campo risuona il rumore delle coti, centinaia di coti che sfregano lentamente ma in modo deciso sull’acciaio, virghe e spade devono essere ben affilate; gli archi vengono tesi per saggiarne elasticità, robustezza e integrità mentre altri uomini controllano gli zoccoli dei cavalli, le finiture e agli animali non fanno mancare l’acqua e qualche manciata d’avena, senza eccedere non devono appesantirsi. Tutto deve essere pronto e l’alba si avvicina.

Anche nel campo aragonese fanno altrettanto; tutti sanno che l’indomani la vita può dipendere da questi semplici gesti e sanno che l’odiato nemico tanti dispiaceri è stato capace di dare in passato. Negli anni passati nessuna famiglia aragonese, catalana, valenzana o maiorchina poteva dire di non aver avuto almeno un morto in Sardegna.

Ma mentre nel campo sardo si svolgono meccanicamente questi preparativi il pensiero degli uomini inconsciamente vola alle rispettive case, lontane o vicine che siano. Il timore di non rivedere i volti cari incombe; gli anziani genitori, le donne amate, i bambini saltellanti e festosi con le loro grida stridule che in altre occasioni avrebbero arrecato fastidio oggi qui non ci sono e mancano, quanto mancano. Non sono qui e forse non rivedranno mai più quelle persone tanto amate.

Gli uomini sanno che l’indomani la tensione sarà ancora maggiore, la paura prenderà il sopravvento e i muscoli meccanicamente si rilasseranno, i bisogni corporali cominceranno a defluire involontariamente, e si ritroveranno a dover calpestare le feci, il vomito di chi li precede e poi, quando il combattimento entrerà nel vivo, dovranno calpestare il sangue denso che ha intriso il terreno rendendolo scivoloso e poi i corpi e le membra dei compagni rimasti colpiti o quelli degli avversari. Se sono fortunati. Altrimenti vorrà dire che i calpestati saranno stati loro; così era la battaglia in quei tempi.

Quanto avrebbero però voluto questi uomini affilare la falce anziché la spada con quella cote che hanno in mano; la maggior parte di loro non sono soldati, sono pastori, sono contadini e proprio in questo periodo hanno tanto, tanto da fare in campagna. Da qualche parte infatti il grano nei campi è ancora da mietere oppure i covoni sono ancora nelle aie in attesa della trebbiatura; chissà se riusciranno nuovamente a trebbiare. Sono stati chiamati a raccolta in fretta e furia, controvoglia, e non hanno potuto mettere al sicuro il loro bene più prezioso; da questo dipende il sostentamento di un anno intero per tutta la famiglia. E loro domani potrebbero non esserci più.

Anche all’interno del villaggio di Sanluri la preoccupazione e l’ansia serpeggia. Gli abitanti sanno che le mura non potranno garantire la sicurezza a lungo; il nemico ha avuto diversi mesi a disposizione per prepararsi e ha opportunamente realizzato un buon numero di macchine ossidionali. Sugli spalti i difensori, prevalentemente sardi e genovesi, accatastano le frecce per gli archi e i quadrelli per le balestre e posizionano le altre armi di difesa; bisogna prepararsi a qualsiasi evenienza, le battaglie campali sono imprevedibili e tutto può succedere.

Forse ora alcuni degli abitanti rimpiangono di aversi rifiutati, o almeno avevano tentato, di lavorare gratuitamente al potenziamento delle fortificazioni del villaggio come aveva chiesto loro il Visconte giusto tre mesi prima. Ma quella non era la loro guerra pensavano e invece ora essa è qui, proprio alle porte del villaggio, a pochi chilometri, a poche ore.

Guglielmo di Narbona, incoronato Giudice d’Arborea appena qualche mese prima, non è ancora riuscito in questo breve periodo ad accattivarsi le simpatie della popolazione. Pur essendo un discendente del Giudice Ugone è pur sempre uno straniero che prima d’allora mai era stato in Sardegna e, dopo decenni di guerra, la gente è ormai stanca di combattere. Soprattutto per un estraneo. Malumori serpeggianti forse non prontamente colti dalle elites o non tenuti nella debita considerazione.

E lo stesso avevano pensato nel mese di maggio molti uomini della Marmilla e delle zone limitrofe; anch’essi si erano rifiutati di radunarsi sotto le insegne giudicali e non avevano intenzione di muoversi per raccogliersi verso i luoghi fortificati come era stato loro comandato. Ritenevano preferibile consegnarsi al vincitore e dicevano “… nos volen moure e que volen esser de aquell qui mes porà ...“ nella speranza di restare indenni dai combattimenti, di esserne risparmiati e invece, come era prevedibile, la guerra è arrivata proprio in queste contrade di confine. E lascerà i suoi segni per lungo tempo; segni di morte e di devastazioni come ogni guerra. Dopo la battaglia per diversi mesi l’intera zona verrà percorsa da soldatesche in cerca di bottino comandati da nobili iberici, Carroç in testa, spesso in competizione e intenti a cercare di ampliare i propri possedimenti. Le donne saranno violate, gli uomini uccisi, interi villaggi saccheggiati, distrutti e abbandonati dalla popolazione a volte definitivamente. Ma questo ancora loro non lo sanno, non possono saperlo e probabilmente mai lo sapranno perché forse la morte colpirà anche loro prima ancora di rendersene conto.

Gli esiti della battaglia sono ben noti. Il sacrificio si è compiuto, la battaglia viene vinta dagli iberici e il numero dei caduti tra i sardi è consistente, dai 5 ai 7 mila uomini, una mattanza, uno stermino. Ed è anche l’ora della resa dei conti, Martino “obtenguda per gràtia de Déu la dita batalla per força d’armes, se n’entrà la dita vila de Selluri, la qual fo mesa a sacomano”, il villaggio viene messo a ferro e fuoco, e la mattanza continua, muoiono almeno altre mille persone e tanti, tantissimi, sono i prigionieri destinati ad esecuzioni sommarie o ad essere ridotti in schiavitù.

E gli stendardi regi possono finalmente sventolare dalla cima del castello sanlurese mentre Guglielmo ha a stento trovato rifugio nel poco distante castello di Monreale.

Il 14 luglio 1409 re d’Aragona Martino I riceve dal suo omonimo figlio una lettera portata con la galea di Johan Barthomeu e recante la notizia della brillante vittoria conseguita a Sanluri; nello stesso giorno il re, decisamente compiaciuto, si affretta a rendere partecipi i principali sovrani europei e suoi parenti della “ … execuciòn e exterminio feytos por eli, obrant l’ayuda de nuestro senyor Dios, el qual es endreçador de la justicia y fechos de los reyes, cuentra lo vescomte de Narbona e los seguaces suyos e toda la naciòn sardesca traydora e rebelle a nos e al dito rey … “ Ha! Le soddisfazioni della vita. Soddisfazioni destinate però a durare ben poco. Un mese, un solo mese, neanche. Ma Martino detto l’Umano ancora non lo sa. Non sa che di li a poche settimane la “febre pestilencial” colpirà suo figlio privando la casata dell’erede al trono e che anche lui lo seguirà dopo neppure un anno. Non sa ancora che la sua schiatta sarà destinata a estinguersi con la sua morte.


La Sardegna è ormai pacificata quindi e con essa la “naciòn sardesca traydora e rebelle”.

E la pacificazione è dura. Ne sa qualcosa Maria che, catturata a seguito del saccheggio di Sanluri, diverrà schiava di Bartolomeo Pellisser di Bleda, nell’isola di Maiorca; riacquisterà la libertà solo nel 1416 e, una volta libera, non farà comunque più rientro nell’isola. Forse non aveva più affetti nel suo luogo di origine, forse erano morti o forse non aveva più voglia di ricordare momenti terribili ormai dimenticati; non lo sapremo mai.

Oppure di Astacia, anch’essa di Sanluri, che nel 1419 riacquisterà la libertà per concessione del barcellonese Iacobus Gali; il mercante si trovava a Pisa per affari e sentendo avvicinarsi l’ora della dipartita sottoscriverà dinnanzi ad un notaio due atti pubblici ridando gratuitamente la libertà ad Astacia alla quale evidentemente si era nel frattempo affezionato.

Molti altri invece non avranno la stessa fortuna; persone delle quali spesso non ci è pervenuto neppure il nome saranno condotti in terra straniera, alcuni catturati e venduti in tenera età, e non riusciranno mai più a rivedere le proprie famiglie. Qualcuno tenterà anche di fuggire, ma la Sardegna è lontana, troppo lontana, a un mare di distanza, un grande mare.

Alcuni avranno in seguito la fortuna di essere riscattati dai familiari o, come abbiamo visto, liberati dai rispettivi proprietari altri invece finiranno i propri giorni al duro lavoro nelle galee o nei campi di qualche misero sperduto villaggio iberico o ancora a servizio nelle case dei nuovi padroni di Barcellona o di Valencia.
Così è la dura sorte degli sconfitti. Arregoda sa battalla.

 

venerdì 23 giugno 2017

1335, Portu de Sila e Portu Maiore

1335, Portu de Sila e Portu Maiore
(di Sergio Sailis)

E poi capita che il Tola, l’illustre studioso ottocentesco, cui ovviamente hanno fatto riferimento generazioni di storici isolani, nel trascrivere un documento – probabilmente utilizzando una copia scorretta - riporti alcuni toponimi trexentesi in un modo alquanto singolare: si tratta delle ville di “Portu de Sila” (Guasila), “Portu Maiore” (Guamaggiore), “Gelega” (Selegas) e “Gegaria” (Segariu). Volendo di proposito tralasciare i commenti sulle lettere iniziali degli ultimi due villaggi, risulta alquanto più problematica la presenza della parola “Portu” nei primi due toponimi in quanto sarebbe l’unica attestazione nota al posto del tradizionale “Goy” e varianti.

Spinto dalla curiosità (essendo i villaggi al centro della Sardegna e lontano da corsi d’acqua navigabili) uno si mette quindi a studiare la possibile derivazione di questa insolita variante risalendo anche agli usi che del vocabolo “portus” si faceva nell’antica Roma e arrivando persino ad una che potrebbe sembrare una soluzione plausibile. E poi cosa scopre?

Scopre che finalmente rintraccia il documento originale riportato dallo studioso e che nello stesso la parola “Portu” semplicemente non esiste mentre invece è riportato il più classico, ben noto e solito lemma “Goy”.

Non che il tempo passato a studiare le possibili implicazioni del termine sia stato tempo sprecato in quanto non si finisce mai di conoscere ma, bonariamente e ironicamente mi viene da dire alla maniera sardesca: “Oh Tola, ma bai a ...................”.

Lasciando ora gli argomenti semiseri e tornando al documento in esame, o meglio la serie di documenti, questi sono l’esito di alcune proteste che Bando Bonconti e Puccio della Vacca (rispettivamente vicario e camerario del Comune pisano per le Curatorie di Gippi e Trexenta) rivolgono nel maggio del 1335 al Governatore generale del Regno di Sardegna e Corsica, Ramon de Cardona, e le risposte inviate da quest’ultimo.

A seguito delle rivolte dei Doria nel nord Sardegna infatti il Governatore aveva imposto una serie di tributi (per la compartecipazione alle spese di guerra) anche alla Curatoria di Gippi e ai quattro villaggi prima citati appartenenti alla Curatoria di Trexenta, curatorie che il Comune pisano amministrava in feudo a seguito della pace del 1326.

Una delle clausole della pace e della conseguente infeudazione prevedeva espressamente che il Comune fosse esentato da qualsiasi tipo di tributo per cui le richieste aragonesi erano prive di fondamento giuridico ed un’evidente prevaricazione sui diritti di Pisa. Da qui le rimostranze degli ufficiali pisani e una serie di risposte e contro repliche con il Governatore ma alla fine ovviamente prevale sempre chi ha maggior potere contrattuale: anche per le due curatorie ancora in mano a Pisa si dovranno pagare i contributi richiesti perché le casse reali sono desolatamente vuote. Con buona pace del Diritto!

venerdì 16 giugno 2017

1353 Mariano IV e il possesso dei castelli di Damiano Doria

1353 Mariano IV e il possesso dei castelli di Damiano Doria
(di Sergio Sailis)
Uno dei principali punti di attrito tra Mariano IV d'Arborea e Pietro IV d'Aragona erano i possedimenti che il Giudice arborense aveva acquistato da Damiano Doria, al prezzo di 300 fiorini d’oro, acquisto che il sovrano aragonese non riconosceva in quanto già da tempo intenzionato ad entrare direttamente in possesso (con l’acquisto o con la forza) di questi territori ed in modo particolare dei “castra de Ardena et de la Capola” ossia Ardara e Capula nel Logudoro situati in posizione strategica ed essenziali alla Corona per il controllo delle importanti vie di comunicazione che dominavano.

Nei famosi Procesos è inserita copia della comunicazione che il 16 giugno 1353 Mariano aveva inviato a Rambaldo de Corbera (all’epoca Governatore generale del Regno di Sardegna e Corsica) e ai probiviri della città di Sassari con la quale li informava appunto di aver preso possesso dei castelli e terre “castrorum et terrarum” già appartenute, come detto, a Damiano Doria dal quale li aveva acquistati.
Copia della citata lettera di Mariano inserita nei Procesos
(ACA, Barcellona)

In seguito furono numerose e insistenti le richieste e le intimazioni fatte a Mariano, sia direttamente da Pietro IV che dai suoi ufficiali, affinché queste fortificazioni fossero consegnate agli iberici e furono continuo motivo di contrasto e guerra negli anni successivi così come furono punti fondamentali degli accordi di pace di Alghero nel 1354 e di Sanluri nell’anno successivo.

giovedì 15 giugno 2017

1347 giuramento Mariano IV

1347 giuramento Mariano IV
(di Sergio Sailis)

Il novello giudice arborense, Mariano IV, il 15 giugno del 1347 dal castello di Goceano rilascia una procura ai suoi ambasciatori (i barcellonesi Arnau Ballester e Galceran Marquet) affinché per suo conto prestino giuramento di fedeltà e vassallaggio a re Pietro IV d’Aragona per tutti i possedimenti, compreso il Giudicato d’Arborea (“… pro Judicatu Arboree et allis terris civituibus, castris, locis et villis quem et quas in Insula Sardinie predicti pater et frater sui tenebant in feudum sub annuo servitio seu censu trium milium florenorum a supradicto domino Rege et a predecessoribus suis …”), che già avevano avuto prima di lui i giudici precedenti suo padre Ugone e suo fratello Pietro e che, dopo la morte senza eredi di quest’ultimo, gli erano pervenuti in eredità secondo le disposizioni testamentarie di Ugone.
 
img ACA Barcellona
Si tratta probabilmente della prima attestazione di Mariano IV in qualità di “Iudex Arboree, Comes Gociani et Vicecomes de Basso”. Un’altra attestazione invece, a distanza di qualche giorno, la troviamo il successivo 30 giugno allorché papa Clemente VI si esprime favorevolmente alla richiesta di Timbora moglie di Mariano IV (“... nobili mulieri Timbordy, uxori dilecti filii viri Margani, iudicis de Arborea, insule Sardinie...“) di poter visitare una volta all'anno, insieme a altre dieci dame, i monasteri femminili di clausura di qualunque ordine, purché non vi mangino o pernottino.

Papa Clemente VI (img BCABo)
 




Il fratello maggiore di Mariano e suo predecessore, il Giudice Pietro, era morto dopo il 27 marzo 1347. In quella data infatti il giudice avanzava l’ennesima richiesta al papa per autorizzarlo a recarsi in Terra Santa; analoghe richieste erano già state avanzate da Pietro nel settembre 1343 (che venne prima concessa e poi annullata) e nel novembre 1344 quando il giudice manifestò nuovamente la sua intenzione di intraprendere il viaggio con tre galee armate per un periodo di sei mesi al fine di combattere contro gli infedeli, viaggio però che probabilmente non effettuò nonostante avesse ottenuto l’assenso papale.

Il Pontefice Clemente VI accoglieva la supplica del 1347 a patto di non portare beni e mercanzie che potessero avvantaggiare gli infedeli ed in modo particolare armi, legname, chiodi ecc. Non sappiamo se Pietro sia effettivamente riuscito ad effettuare il viaggio (morendo quindi durante lo stesso) o se invece sia deceduto durante i preparativi per questo pellegrinaggio.

 

lunedì 22 maggio 2017

1313, la Sardegna nel bilancio di Pisa

1313, la Sardegna nel bilancio di Pisa
(di Sergio Sailis)


Ma economicamente quanto era importante la Sardegna per Pisa?

Nella tabella che segue sono esposte le entrate e le uscite del Comune per il 1313. Come si vede la Sardegna incide per oltre il 40% delle entrate del Comune e le uscite (relative agli stipendi di 25 cavalieri e 120 fanti per il Giudicato di Cagliari e di 25 cavalieri e 55 fanti per il Giudicato di Gallura) erano decisamente basse. Il contrario di quanto avverrà successivamente nel periodo catalano-aragonese durante il quale le rendite erano in massima parte appannaggio dei feudatari mentre la Corona dovrà sopportare enormi spese per mantenere l'imponente impianto burocratico e, soprattutto, le continue spese militari.
Rielaborazione tabella dello scrivente su dati Doenniges 1839 / Violante 1980.

Dalla tabella precedente si può quindi intuire il perché Pisa, qualche anno dopo, non lesinò l'impiego di ingenti risorse umane e finanziarie per difendere l'isola dai catalano-aragonesi.