mercoledì 18 luglio 2018

1270, re Luigi IX di Francia a Cagliari

1270, re Luigi IX di Francia a Cagliari
di Sergio Sailis
 
 
“Entretant, le jour du dimenche, environ le soleil couchant, l’en se merveilla mout forment de ce que il avoit si lonc voiage jusques au port de Callerique la où les barons devoient estre atendus; et pour ce furent les mestres de la nef apellés, devant le roy, du lie où il estoient adonc.”
(Chronique de Primat tradotta in francese da J. de Vignay nel XIV sec.)
L’8 luglio 1270 davanti al porto di Cagliari giunge la flotta di re Luigi IX di Francia. L’armata, partita qualche giorno prima dal porto di Aigues Mortes, era diretta in oriente per partecipare alla crociata (l’ottava, promossa e comandata proprio dal sovrano francese) e fece uno scalo tecnico nel porto cagliaritano di “Bangaie in Sardinea in castello Castri”. Nei giorni precedenti c’era stato mare molto mosso e le truppe avevano bisogno di ristoro nonché di rifornirsi di cibo e acqua; inoltre c’era l’intenzione di fare una piccola sosta per consentire il ricongiungimento di tutta la flotta in modo da affrontare in modo unitario l’ultimo tratto di mare che li separava dalla destinazione finale.
L’accoglienza degli uomini di Castel di Castro però non fu delle migliori; come dice la cronaca infatti “nos gens trouvèrent les hommes du chastel mout contraires et rebelles à euls”. I pisani infatti non permisero l’ingresso in città del sovrano francese e del suo seguito e si limitarono a rivendere ai crociati ciò di cui avevano bisogno peraltro a prezzi altissimi. Venne comunque concesso, specialmente per dar modo di curare i malati, di soggiornare nella “ville bas” il villaggio posto sotto le mura cittadine, ossia Stampace. Alcuni furono ricevuti nel convento dei Frati Minori mentre altri trovarono riparo in “mesons qui estoient en terre” tanto piccole e malridotte che in Francia, secondo gli stessi membri della spedizione, erano considerate inabitabili. Per alcuni storici queste misere casupole probabilmente non sono altro che i resti dell’antica capitale giudicale di Santa Igia all’epoca ancora ben visibili dopo appena poco più di due lustri dalla sua distruzione ad opera dei pisani nel 1258.
Il motivo di tanta diffidenza da parte dei castellani di Castel di Castro era dovuto al fatto che la flotta che trasportava i crociati era in buona parte composta da naviglio genovese, ossia il nemico giurato dei pisani che per tanto tempo aveva conteso agli stessi il giudicato cagliaritano e ancora in competizione con loro per i mercati mediterranei.



 
Nei giorni successivi il re, dopo aver tenuto un consiglio di guerra, radunata tutta la flotta il 15 luglio decide di salpare dalla terra sarda cambiando però (non senza più di qualche malumore da parte genovese) la destinazione: anziché dirigersi verso la Terrasanta re Luigi decide di puntare verso l’attuale Tunisia giungendo davanti a Tunisi il 17 e sbarcando in prossimità di Cartagine il 19.

(Re Luigi IX di Francia mentre sbarca a Cartagine
img. tratta da www.alamy.it: )

 
Il sovrano francese, dopo aver posto l’assedio a Cartagine, resta però anch’egli colpito dall’epidemia che già stava decimando il suo esercito e il 25 agosto muore. Qualche anno dopo, l’11 agosto 1297, con la bolla “Gloria, laus et honor” Luigi IX verrà canonizzato da una vecchia conoscenza sarda, quel Bonifacio VIII che appena qualche mese prima aveva concesso la “licentia invadendi” sull’isola a Giacomo II d’Aragona.

martedì 17 luglio 2018

1288, La cattura di Ugolino della Gherardesca

1288, La cattura di Ugolino della Gherardesca
Sergio Sailis

“Et l'arciveschovo entrò in Signioria et confortò li sua seguaci et signoregiò in fino a ottobre.” (Roncioni)

Il 2 luglio 1288 all’arcivescovo di Pisa, Ruggero degli Ubaldini, vengono conferiti i titoli di “potestas, rector et gubernator Comunis et Populi pisani” subentrando così a Nino Visconti e Ugolino della Gherardesca. É l’epilogo del colpo di mano da lui orchestrato contro i due condomini che per alcuni anni avevano retto la città.

L’arcivescovo infatti, a capo di diverse famiglie aristocratiche pisane (Lanfranchi, Gualandi, Sismondi, ecc.), il precedente 30 giugno aveva organizzato un’insurrezione contro il Giudice di Gallura e suo nonno. Nino Visconti riuscì a fuggire appena in tempo dalla città rifugiandosi nel castello di Calci mentre Ugolino, che invece si trovava nel suo castello di Settimo, rientra in città e il 1° luglio è costretto dai rivoltosi ad un’aspra battaglia nelle vie cittadine. Negli scontri il Donoratico ha la peggio. Asserragliatosi nel palazzo degli Anziani dopo un’inutile resistenza è però costretto a capitolare; durante gli scontri perdono la vita un suo figlio bastardo, Banduccio, e un suo nipote, Enrico figlio di Guelfo, mentre il conte viene fatto prigioniero assieme ai figli Gaddo e Uguccione, ai nipoti Nino il Brigata e Anselmuccio e al pronipote Guelfuccio (figlio dell'ucciso Enrico) il quale, ancora lattante, che verrà in seguito liberato.

Come noto Ugolino e i suoi famigliari finiranno miseramente i propri giorni nella torre dei Gualandi mentre Nino si unirà alla lega guelfa toscana (Firenze e Lucca in primo luogo) e Genova e continuerà a combattere contro il Comune di Pisa assieme anche ai figli di Ugolino, Guelfo, Lotto e Matteo, che in Sardegna caparbiamente combatteranno, inutilmente, contro Pisa e i suoi alleati sardi, principalmente Mariano d’Arborea.
 

“Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,

e questi è l'arcivescovo Ruggieri:

or ti dirò perché i son tal vicino.”
 

(Dante, Divina Commedia, Inferno, Canto XXXIII, IX cerchio, Il conte Ugolino
 
 
 
(nell’img. tratta da Wikipedia: Ugolino mentre morde il cranio di Ruggeri degli Ubaldini. Illustrazione del Canto XXXII della Divina Commedia di Gustave Doré)

 

lunedì 4 giugno 2018

Sisini


Immagini della Trexenta ottocentesca: Sisini
 
(Sisini viene inserito in questo spazio in quanto attualmente è parte integrante del comune di Senorbì anche se storicamente apparteneva alla curatoria di Siurgus)

 
 
SISINI, villaggio della Sardegna nella divisione e provincia di Cagliari, compreso nel mandamento di Senorbì, sotto il tribunale di prima cognizione di Cagliari, e nella Trecenta antico cantone del regno di Cagliari.
La sua posizione geografica è nella latitudine 29° 33' 50", e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 3'.
Siede sopra la falda d’un colle tra due vallette, una a levante, e l’altra a ponente, ventilato da tramontana ed altre parti, meno però da sirocco, dove il terreno elevasi notevolmente nelle eminenze di s. Basilio.
Nell’estate vi si patisce non poco del caldo, e nell’inverno del freddumido. In questa stagione cade talvolta della neve, che presto è disciolta.
Le pioggie sono qui pure scarse, la nebbia rara; non pertanto l’umidità vi è sentita spesso e massime ne’ crepuscoli.
L’aria si riconosce malsana, sebbene non tanto, quanto in altre regioni della Trecenta.
 
Territorio. È piuttosto ristretto, e forse non comprende tre miglia quadrate.
Sono nel paese molti pozzi, le cui acque sono non solo disgustose, ma gravi allo stomaco, sebbene si creda che convengano molto al bestiame, che prospera, come pare, quando si abbevera delle medesime.
Fonte pubblica. Pare sia questa un’acqua minerale, di cui però non si conosce nessun ingrediente, giacchè non si può accertare che abbia del ferro, come pare ad alcuni dal gusto. Questo gusto non la rende molto potabile ai non avvezzi; ma quelli che la bevono se ne lodano assai, perchè subito si digerisce, e molto giova allo stomaco. Essa è di una gran limpidità, scioglie assai bene il sapone, e serve a cuocere i legumi con la massima facilità, le quali doti la rendono pregiatissima sopre tutte le altre fonti, che sono inutili per lavare e cuocere.
Questa fonte trovasi in distanza di pochi minuti dall’abitato presso e di contro all’antica parrocchia. È stata scavata a poco più di due metri dalla superficie, poco più d’un metro sotto la roccia, e sgorga da una larga vena con molta copia e forza, sì che se il recipiente fosse fatto nel modo conveniente l’acqua salirebbe e si potrebbe avere un rivo. La poca attenzione che si ha nell’attingere fa che nel bacino cada la terra, e questo rende l’acqua men pura. Il comune sebbene povero si è più volte quotizzato per circondare il cratere di una sponda che impedisce la mescolanza della terra e altre materie all’acqua, ma queste quote gli esattori le applicarono ad altro oggetto.
Scorrono in questo territorio quattro rivoli, i quali a mezzo miglio sono riuniti in un solo fiumicello, che si cognomina di s. Cosimo.
Il principale de’ medesimi comincia a settentrione del paese a migl. 5 1/2 dalla fonte, detta Mitza de Tupperi, e si accresce di altri ruscelli prima di entrare nel sisinese. Entratovi e giunto a poca distanza dal paese dalla parte di greco riceve il rivolo di Seurgus, onde proceduto un miglio riceve proveniente dal levante le acque del monte di s. Basilio, e dopo poco men di un altro miglio riceve dall’altra parte (la destra) una parte delle acque di Seuni.
Sono rari i vegetabili di alto fusto, che si trovano in questo territorio, perchè sempre si è distrutto senza nessuna previdenza. Come i viventi patiscono per l’incuria dei maggiori, così patiranno i posteri, se non si cangi tenore, come è sperabile.
Di animali selvatici non si hanno altre specie, che lepri e conigli. La generazione di questi ultimi è tanto cresciuta che possono cagionare un notevole danno a’ seminati.
Delle specie di volatili citeremo le pernici, che può prendere chi vuole in ogni stagione, e le tortorelle che sono in gran numero nell’estate e nell’autunno.
 
Popolazione. Nel censimento del 1846 si notarono viventi in questo comune anime 211, distribuite in famiglie 52, e in case 46 (?).
Si distinguevano, secondo l’età in uno ed altro sesso, nelle seguenti parziali, sotto i 5 anni, maschi 16, femmine 11; sotto i 10, mas. 9, fem. 10; sotto i 20, mas. 23, fem. 24; sotto i 30, mas. 19, fem. 11; sotto i 40, mas. 24, fem. 21; sotto i 50, mas. 14, fem. 13; sotto i 60, mas. 5, fem. 7; sotto i 70, mas. 1, fem. 2; sotto i 100, fem. 1.
Rispettivamente poi alla condizione domestica il totale 111 di maschi si divideva in scapoli 68, ammogliati 39, vedovi 4; il totale 100 delle femmine in zitelle 45, maritate 46, vedove 9.
Questa popolazione invece di crescere va sempre diminuendo. Nelle note prese da me nel 1836 il numero delle anime era di 250.
Cagione di questa diminuzione vuolsi sia la ristrettezza del territorio, essendo molto vicini all’abitato i limiti di Suelli che era feudo dell’arcivescovo di Cagliari, a ponente ed a maestro; quelli di Seurgus dalla parte di levante e scirocco, col territorio demaniale, dove già fu l’antico villaggio di Sarassi, che apparteneva al feudatario duca di Mandas ed ora è tenuto in enfiteusi dal cav. Ignazio Cossu, professore di medicina nella università di Cagliari; ma come ognun vede, se il territorio che resta eguaglia forse le tre miglia quadrate, e se questo basterebbe non a tante anime quante abbiamo notato, ma al quadruplo, è da dirsi che la vera causa della spopolazione sia nella nessuna industria degli abitanti.
In altro tempo il territorio di Sisini credesi fosse più esteso; ma dal 1583 in virtù d’una sentenza che si emanò in una lite tra D. Salvatore Satrillas, signore dell’Incontrada di Gerrei e di Sisini, e il signore di Seurgus e di Mandas, questo territorio fu ridotto a’ termini attuali.
Notasi però che non ostante tanto ristringimento di territorio la popolazione restò ancora numerosa sin intorno al 1648, quando imperversò una epidemia tanto mortifera, onde perì la massima parte della popolazione non rimanendovi più nè preti, nè notai. Consta questo da un istromento catalano della causa pia, dove si parla della morte di uno de’ principali del paese e de’ più opulenti, che nominavasi Antonio Palla, del quale trovossi pure memoria in un frammento della lapida che copriva la tomba della famiglia: sepultura de Antoni Palla e Palonia Sanna et de sus hereus MDCXLVIII.
A prova della maggior popolazione che in altro tempo abitava Sisini sono le molte vestigie di fabbricati, che si osservano intorno.
Avviene qualche anno che non si celebri alcun matrimonio. In media però se ne potrebbero dare a ciascun anno 3.
Le nascite possono sommare a 10. La metà dei nati muore ordinariamente dentro il triennio, come accade nelle altre parti della Trecenta, perchè in quei primi anni sono generalmente i bambini soggetti a febbri putride.
Questa morbosa disposizione si attribuisce al latte che secernono le madri nel nutrimento malsano e segnatamente nell’abuso delle frutta immature, di cui son ghiotte, ed inoltre al patimento delle medesime, che nel tempo della messe vanno a spigolare e depongono i piccoli sopra le ardenti zolle. Che nell’assegnamento di questa causa sia ragionevolezza apparisce da ciò che nelle case agiate dove le madri sono nutrite salubremente e non si espongono all’inclemenza estiva i piccoli prosperano, e da quest’altro che la mortalità de’ grandi e de’ piccoli è più frequente dall’agosto all’ottobre, che in altri mesi.
A questa mortalità finora contribuirono molto i flebotomi che facendo come fanno in luoghi cultissimi i famosi medici, cioè adoperando il salasso come panacea universale ottenevano lo stesso effetto di spegnere i malati. La prova è patente perchè come si cessa in qualche parte dall’abuso del salasso la mortalità diminuisce. Alcuni parrochi hanno avuto abbastanza di autorità da reprimere il loro istinto sanguinario consigliando medicamenti meno pericolosi, gli emetici ed i purganti.
I sisinesi sono come altri abitanti de’ luoghi di aria bassa ed insalubre poco temperanti nel bevere ed amano i liquori.
Vedesi molto amore alla pulizia e costumasi poco prima delle solennità di imbiancare con certa argilla, simile alla calce, le mura e il pavimento delle case, ed anche le loggie.
Il ballo è il solito divertimento, e si tiene assalariato un suonatore di lionelle o di flauto e tamburo, perchè possa il popolo ricrearsi ne’ giorni festivi di mattina e di sera.
Sono occupati nell’agraria persone 70, nella pastorizia 20, ne’ mestieri 3. Le donne si occupano in filare e tessere e lino e lana.
Mancò finora ogni istruzione e non si è aperta ancora una scuola primaria.
 
Agricoltura. Il terreno è atto a tutte le maniere di cultura ed è di una gran feracità.
La parte occidentale è poco atta alla vigna perchè essendo piana e la terra molto argillosa si indurisce nella siccità e si fende; ma nell’orientale dove il suolo si rileva in varie collinette vi prosperano pure le viti e danno vino buono, se il mosto sia ben manipolato. Siccome però importa più la coltivazione del grano, così quella delle viti è praticata da pochi.
Le regioni culte sono, come generalmente nelle altre parti, divise in due, nelle quali si alterna la seminagione del frumento e dell’orzo.
In ciascuna di queste si posson seminare da 250 a 500 starelli di grano, e 70 d’orzo: nell’altra che si tiene a maggese e si prepara per l’anno seguente si sogliono seminare circa 150 starelli tra fave, ceci, lenticchie, ecc. Il frutto medio delle varie specie si computa al duodecimo.
L’orticoltura si esercita da pochissimi per il solo bisogno della casa; ma nell’estate si piantano a secco de’ meloni, che danno frutti gustosissimi, i quali appesi in luogo ventilato durano sino al marzo.
Le terre chiuse per pastura e seminatura alternata, sono poche e piccole: ma vi si semina più spesso ed allora bisogna pagare per il pascolo degli animali di servigio nelle terre de’ paesi vicini.
Ne’ poderi si hanno alberi fruttiferi di diverse specie, e più comunemente peri, susini, mandorli, fichi, ecc. I proprietari ne godon poco, perchè i ladri tolgon le frutta prima che sieno ben mature.
 
Pastorizia. Si hanno in Sisini buoi per l’agricoltura 60, cavalli 16, giumenti 40, majali 25.
Il bestiame rude comprende capi vaccini 120, pecore 850, cavalle 20, porci 300, i quali nel tempo delle ghiande si portano in altri territori, dove sieno selve.
 
Commercio. Sisini dista poco più di un miglio da Suelli, dove passa la strada orientale, per cui si va a Cagliari e si possono trasportare i prodotti agrari. La somma che si guadagna è poco notevole.
 
Religione. Questo popolo già compreso nella diocesi di Dolia ora resta sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari ed è amministrato nelle cose spirituali da un parroco, che ha il titolo di rettore ed è assistito da un altro prete.
Sino al 1826 era parrocchiale la chiesa di s. Pietro apostolo; ma perchè essa che in altro tempo era in mezzo all’antico maggior abitato, restava fuori alla distanza di 5 minuti dal presente paese ed era però poco comodo al popolo ed ai preti l’andarvi, se ne fabbricò un’altra nel centro di questo presso la casa rettorale e fu dedicata al Patrocinio della B. V., o come dicono alla N. Donna della Difesa.
Non essendosi formato un campo santo secondo le regole si seppelliscono i defunti nella suddetta antica parrocchia e nel suo recinto.
Resta la memoria con le vestigie di due chiese rurali, ed una di esse, dedicata alla Vergine Assunta, trovavasi alle spalle della suddetta chiesa di s. Pietro, l’altra a s. Basilio presso i ruderi del nuraghe che si denomina da questo santo.
Nella prima festeggiavasi per otto giorni con gran concorso di gente e grandi conviti.
Intorno alla seconda si osservano vestigie di non piccolo abitato e si nota la forma circolare delle fondamenta (?). Si potrebbe credere che quelle abitazioni fossero come si vedono ancora certe grandi capanne con muro circolare, sul quale sorge il tetto in figura di un cono costrutto di travi e vestito di frasche e fieno.
Nuraghi. In tre eminenze intorno al paese e distanti una dall’altra un quarto d’ora incirca erano tre nuraghi.
Ora due di essi sono in massima parte distrutti, il terzo conserva ancora la sua forma ed è alto circa metri 7, il quale per buona sorte non fu distrutto con gli altri nel principio di questo secolo dagli stolidi ricercatori de’ tesori.
Uno di questi nuraghi è nell’eminenza, in cui è posta l’antica parrocchia; l’altro in quello di Casaspu; il terzo è l’esistente che dicesi nuraghe-mannu.
 



[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XX, Torino 1850, pagg. 227-232.

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martedì 10 aprile 2018

1284, richiesta intercessione a Mariano II d'Arborea da parte di Pietro III il Grande

1284, richiesta intercessione a Mariano II d'Arborea da parte di Pietro III il Grande
di Sergio Sailis

Accadeva il 10 aprile 1284. Quando il bonifaciano “Regno di Sardegna e Corsica” era ancora da divenire, i rapporti commerciali e diplomatici tra Pisa e Aragona erano improntati ad una reciproca collaborazione sia nelle acque del Mediterraneo che sulla terraferma; questi rapporti amichevoli risalivano all’epoca della spedizione su Maiorca con i trattati sottoscritti dal conte Raimondo Berengario III nel 1113, confermati da re Giacomo I nel 1233 e successivamente da re Pietro III il Grande nel 1263 e poi il 26 giugno 1277 (dove peraltro, reiterando i precedenti privilegi ai pisani, il sovrano chiedeva fosse riservato ai barcellonesi e ai suoi sudditi uguale trattamento sia a Pisa che in Sardegna ed in modo particolare a Cagliari).

Nonostante questi accordi però non erano infrequenti vicendevoli atti di pirateria. Uno di questi si verificò proprio nelle acque di Cagliari dove i pisani catturarono due galee catalane provenienti dalla Sicilia uccidendo diversi uomini e catturandone degli altri che vennero imprigionati a Cagliari. Successivamente gli stessi pisani effettuarono altri attacchi nell’isola di Maiorca e catturarono altri vascelli e merci appartenenti a sudditi di Pietro III.

Forse il fatto è poco noto ma per dirimere la questione con il comune toscano il sovrano aragonese richiese l’intervento di un’importante figura del medioevo sardo: Mariano II d’Arborea. Pietro il Grande infatti (richiamando antichi legami di sangue con la casata dei Bas) il 10 aprile 1284 scriveva al sovrano arborense “viro nobili dompno Mariano, iudici Arboree, dilecto affini suo” esternando la sua meraviglia per questi atti ostili da parte pisana e nel contempo chiedeva appunto l’intervento del Giudice per liberare le due galere, le merci e i prigionieri catturati a Cagliari.

Questa richiesta aragonese evidenzia, se mai ce ne fosse bisogno, la centralità politica assunta da Mariano II in quel periodo (tra l’altro fornì dei contingenti armati anche allo stesso Pietro); grazie alle sue disponibilità finanziarie e alla sua intraprendenza era infatti diventato un protagonista indiscusso delle vicende sarde (ma anche a Pisa, dove possedeva molti beni, si era creato una cerchia di potenti e influenti amicizie) contrastando efficacemente nell’isola sia l’espansionismo genovese che l’attività di Ugolino della Gherardesca (e dei suoi figli) e dei Visconti in rotta con il comune toscano.

martedì 27 marzo 2018

Seuni

Immagini della Trexenta ottocentesca: Seuni
 
SEUNI, villaggio della Sardegna nella divisione e provincia di Cagliari, compreso nel mandamento di Senorbì, e parte della Trecenta, che era un cantone dell’antico regno di Cagliari.
Nelle antiche carte leggesi Siuni. Comunemente dicesi Seuneddu, cioè Seunello, o piccol Seuni, non già perchè sia il più piccol paese della Trecenta, ma perchè esisteva un Seùnimannu (grande) di cui vedonsi le rovine a 5 minuti di distanza da quest’abitato verso tramontana.
La sua posizione geografica è nella latitudine 39° 35', e resta sotto il meridiano di Cagliari.
Siede sopra lo sporgimento d’un rialto, o d’un terrazzo in esposizione a tutti i venti, sì che nella estate il calore è molto meno che nelle regioni basse della Trecenta che giacciono nella regione meridionale, nelle stagioni medie molto minore l’umidità, rarissima e innocente la nebbia, e nei tempi della produzione de’ miasmi, pura de’ medesimi l’aria, che insieme è d’una gran limpidità, come apparisce di notte nella chiarissima scintillazione delle stelle.
Il punto in cui siede il paese è centro d’un bell’orizzonte, che si vede esteso quasi da ogni parte a grandi distanze.
Le case sono costrutte di pietre sopra la roccia con poca regolarità d’allineamento e di larghezza nelle poche strade.
 
Territorio. La sua superficie si può computare di circa 8 miglia quadrate. Una parte è piana, quella che resta sull’accennato terrazzo, l’altra rilevasi in colline o declina in ripe.
Sono aperte in esso molte fonti d’acqua salubre, come è quella che bevesi nel paese; formano diversi rigagnoli, che poi si riuniscono in rivoli.
Due di essi sono molto prossimi al paese; uno comincia a poco men d’un miglio al suo maestro nella ripa, l’altro scaturisce a miglia 1/2 al suo greco-tramontana, il terzo move quasi a egual distanza dalla parte di levante, il quarto da quella di greco a miglia 1, il quinto a miglia 1 3/4 da greco-tramontana.
I due primi si riuniscono col nome di Baigodi a piè della ripa, quasi all’austro, e uniti si versano in quello che nasce in territorio di Gesico al suo ostro, il quarto e quinto formano il Sarasi.
Le sponde del Baigodi sono sempre piene di lavandare de’ vicini paesi e di altre donne che fanno caccia di sanguisughe, o tagliano i giunchi che vegetano in alcuni tratti di terra, che si lascia incolta, perchè nell’inverno fangosa e in tempo secco compatta e dura come la roccia.
Il rio di Gesico scorre nella regione occidentale del paese nella valle, che apresi tra la ripa del terrazzo suddetto e il colle che dicono di Punta-acuzza, congiunto alla falda australe di Monte Corona.
Non sono in questo territorio tratti boscosi dove vegetino grandi alberi; ma in siti pietrosi che restano incolti trovansi delle macchie.
L’unica cacciagione che si possa fare è delle lepri e delle pernici. Queste ultime che poco si spaventano de’ cacciatori, ne’ tempi burrascosi si rifugiano ne’ luoghi più prossimi all’abitato.
Abbondano i funghi di ogni specie e se ne fa grand’uso; ma non sono rari i casi di avvelenamenti cagionati dai medesimi.
 
Popolazione. Il lettore che ora può distinguere tra questa regione così salubre, amena e ricca di acque pure, e le condizioni locali di Guamaggiore, Senorbì, Ortacesus, si maraviglierà vedendo che questo luogo di Seuni così favorevole alla popolazione sia il più spopolato. La ragione di che è forse in questo che gli abitatori de’ luoghi insalubri non sanno stimare il bene dell’aria pura, e perchè essendosi la popolazione di Seuni-manno dissipata, i vicini si sono introdotti a coltivare i terreni limitrofi al loro paese, e sono rimasti in questo.
Nel censimento del 1850 erano numerate anime 198, distribuite in famiglie 52 e in case 50, quindi distinte nell’uno ed altro sesso secondo le varie età, sotto i 5 anni, mas. 16, fem. 11; sotto i 10, mas. 9, fem. 10; sotto i 20, mas. 23, fem. 24; sotto i 30, mas. 19, fem. 11; sotto i 40, mas. 24, fem. 21; sotto i 50, mas. 14, fem. 13; sotto i 60, mas. 5, fem. 7; sotto i 70, mas. 1, fem. 2.
Si distinguevano poi in rispetto dello stato domestico, i mas. 103, in scapoli 66, ammogliati 34, vedovi 3; e le femmine 95, in zitelle 47, maritate 35, vedove 13.
Nell’anno 1769 questa piccola popolazione era ridotta a sole 7 famiglie che avevano complessivamente 49 anime.
Sono gente di buon carattere, laboriosi, sobrii, accorti e di vantata fedeltà. Essi pure con pregiudizio della loro sanità hanno dimesso l’uso delle pelliccie tanto salutare in un clima così variabile.
Come va che essendo accorti e laboriosi, e avendo una terra benignissima, come poi vedremo, sieno in condizioni poco felici e i più vivano disagiatamente? Perchè mancavano di soccorsi e di direzione. Aggiungasi che il loro paese essendo a piccol tratto dalla strada centrale possono più agevolmente trasportare i loro frutti.
Manca l’istruzione primaria, e nel paese forse non sono quattro persone che sappian leggere e scrivere.
Le donne, come negli altri luoghi, provvedono la famiglia de’ panni pel vestiario e delle tele per tutti i bisogni.
 
Agricoltura. Le terre di Seuni non cedono alle più fertili delle altre parti della Trecenta, e secondo le varie condizioni de’ diversi siti si hanno luoghi acconci, ne’ quali possono praticarsi molti diversi generi di coltivazione.
Quello che si semina da’ seunesi per se stessi consiste in star. 350 di grano, 60 d’orzo, 100 di fave, 10 di legumi, tra lenticchie, ceci e fagiuoli.
La fruttificazione mediocre è del 14 pel grano, 16 per l’orzo, 18 per le fave, 12 per i legumi.
Il monte di soccorso è dotato per fondo granitico di star. 300, per fondo nummario di ll. 40 ripartibili ogni anno fra’ contadini.
L’orticoltura è praticata da pochi, e potrebbe essere più estesa se si adattassero alla medesima tanti tratti di terreno pantanosi, dove riescono bene i citriuoli, i melloni, le zucche i cocomeri.
La coltivazione delle patate potrebbe essere molto fruttifera se si esercitasse nelle terre che si hanno proprie a questa specie.
La vigna è proporzionatamente estesa, e v’hanno siti così favorevoli, che il frutto vi abbonda e si hanno vini di gran bontà. Potrebbe pure questo ramo estendersi molto piantando a viti le ripe del terrazzo, dove godono meglio del sole.
Gli alberi fruttiferi sono di poche specie e pochi, ma danno ottimi frutti. Sotto le ripe, dove non si sentono i venti freddi, si potrebbe aumentare l’arboricoltura e formar delle selve anche di agrumi. Ma mancano i mezzi.
 
Pastorizia. Il bestiame manso consiste in buoi 84, cavalli 18, giumenti 40.
Si nutrono de’ majali e si educa molto pollame.
Il bestiame rude è tutto in alcune greggie di pecore, che sommeranno a capi 650.
I prodotti non bastano alla consumazione interna.
 
Commercio. L’unico ramo, da cui guadagnano qualche cosa, sono i frutti agrari, che porteran loro al più 15 mila lire!
Seuni ha Selegas a ostro-libeccio a miglie 1; Suelli a ostro-sirocco a miglie 1 1/2, dove si può andar per la strada reale, che passa a levante del paese a circa mezzo miglio; Gesico a maestro-tramontana a miglie 1 2/3; Mandas quasi a tramontana, dalla parte verso greco-tramontana, a miglia 4, dove parimente si può andare per la strada reale; Seurgus verso il levante a miglia 3.
 
Religione. Seuni era compreso con gli altri paesi della Trecenta nella diocesi di Dolia, la quale è annessa alla cagliaritana.
La chiesa parrocchiale è dedicata a s. Vittoria v. e m. sarda, servita da un parroco proprio, che si intitola rettore, e che ha coadiutore un altro sacerdote. Questa chiesa fu architettata nel 1583 da un certo Pavol o Paolo Riganò. Ha contiguo il cimitero, che serve di camposanto e resta fuori dell’abitato alla parte di ostro-sirocco.
A pochi minuti dal paese verso maestro in sulla sponda del terrazzo trovansi ancora ritte le mura di una chiesetta rurale, che era dedicata a s. Mauro abate.
 
Antichità. Le più notevoli delle eminenze già notate sono coronate da’ nuraghi, i quali si contano sino a 19 entro i termini seunesi, tutti, qual più, qual meno, diminuiti, ma meno degli altri il nuraghe Piscu, nella cui camera hanno ricovero i passeggieri, quando conviene loro di riposarsi perchè passa alla sua base la linea della grande strada, e il nuraghe Usti, che resta a ponente a circa mezzo miglio, ma meno notevole del predetto. A pochi passi da questo erano altri tre nuraghi, che vennero distrutti nel 1793 da’ nobili Martello, i quali adoperarono il materiale per chiudere un loro uliveto.
Di Seuni parlasi nel diploma, che abbiamo citato ultimamente in fine dell’articolo Senorbì.
Esso è il Seuni-mannu, che abbiamo indicato e che restò finalmente affatto deserto.
Si ignora in qual anno mancasse del tutto il suo popolo. Porta la tradizione che per gravi e irreconciliabili inimicizie, dopo molte stragi la fazione più debole sia dovuta escire dal paese e cercare altre sedi più quiete, dove avessero sicura la vita, e pare probabile che la parte che restò padrona nel paese sia stata annichilata dalla peste. Il che dovette avvenire prima della fondazione accennata della parrocchia di Seuni minore, se in questo sito si raccolse il residuo della popolazione di Seuni-mannu, che scampò alla pestilenza del 1581, come si crede.
I seunesi che dovettero per la violenza de’ nemici spatriare furono accolti nel novello paese di Pimentel, nome di un signore straniero, che quando si spense in quel territorio l’antica popolazione che vi avea abitato, la ristaurava con nuove famiglie. I seunesi aumentarono d’un terzo la nuova borgata, e ancora uno de’ rioni di Pimentel appellasi il vicinato di Seuni, e gli abitanti hanno cognomi simili a quelli che sono usati in Seuni.
Nelle vicinanze di Seuni-manno i contadini arando scoprono spesso sepolcri di alta antichità, lunghi poco men di metri 2, largo alla parte del capo 0,75 e profondi 1,20.
Vi si trovano avanzi di crani, e altre ossa, scodelline, orciuolini, manichi di spade in ottone e monete di varia grandezza.




[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XX, Torino 1850, pagg. 69-74.

venerdì 16 febbraio 2018

Viaggiatori ottocenteschi: descrizione della Trexenta di Alberto della Marmora

Viaggiatori ottocenteschi: descrizione della Trexenta di Alberto della Marmora [1]

“Au pont de Bangius la scène change, on ne voit plus qu’une espèce de piaine, ou plutòt un bassin légèrement ondulé dit la Trexenta; il est tout peuplé de villages: les uns, tels que ceux d’Arixi, de S. Basilio et de Sisini, sont placés au pied ou sur le versant des collines tertiaires qui bordent ce bassin vers l’est; du côté opposé on remarque spécialement ceux d’Ortacesus, de Guasila, de Guamaggiore, de Selegas et de Seuni, tandis que dans le centre de la plaine, la grande route traverse les gros villages de Senorbì et de Suelli.” 

"Dopo aver attraversato Monastir e superato il secondo ponte, a meno di un chilometro di distanza dal villaggio, il nostro viaggiatore dovrà lasciare la strada centrale per prendere a destra quella detta “dell’Ogliastra” o più comunemente “strada di Mandas”: egli vedrà subito sulla destra il grande villaggio di Ussana; poi lascerà, dalla stessa parte, dapprima quello di Donori, poi quello di Barrali, mentre sulla sinistra avvisterà in lontananza quelli di Pimentel e Samatzai.

Il terreno fino al ponte di Bangius è un po’ accidentato, soprattutto a est, dove avanza un contrafforte del monte granitico di Donori che si prolunga fin sopra Bangius; lo chiamano Monte Uda. Dietro al contrafforte si trova il villaggio di Sant’Andrea Frius, nei dintorni del quale sono state effettuate ricerche di minerali piombiferi, senza alcun risultato soddisfacente. Tuttavia il geologo potrà trarre profitto dalla visita del posto grazie alla varietà dei terreni che vi si trovano, tra gli altri i depositi terziari conchigliferi.

Nel ponte di Bangius lo scenario cambia: si vede soltanto una specie di pianura o piuttosto un bacino leggermente ondulato detto “Trexenta”; è popolato di villaggi: alcuni come Arixi, San Basilio e Sisini, sono ai piedi o sui versanti delle colline terziarie che delimitano il bacino a destra; dalla parte opposta si notano specialmente Ortacesus, Guasila, Guamaggiore, Selegas e Seuni, mentre al centro della pianura la grande strada attraversa i popolosi villaggi di Senorbì e Suelli.

Suelli fu un tempo sede episcopale, a datare da San Giorgio vescovo della Barbagia, al quale Torgotorio I, giudice di Cagliari, donò questo villaggio per tenere vicino a sé quel santo prelato.

La seconda moglie di questo giudice, di nome Nispella, gli donò anche la vicina villa di Simieri; i due sposi sono quelli di cui si è parlato nel capitolo precedente a proposito della chiesa di Sant’Antioco, dove sembra sia stato sepolto Torgotorio I.

Nel 1425, sotto il pontificato di Martino V, il vescovado di Suelli fu unito alla mensa arcivescovile di Cagliari, alla quale adesso sono annessi tutti i villaggi della Trexenta; ciò non impedisce che il vecchio titolo di vescovo di Barbagia passasse nel 1824 al nuovo vescovado di Tortolì. La figura di San Giorgio di Suelli è molto popolare in tutta l’Isola, soprattutto nella parte montuosa, detta ancora oggi “Barbagia”. La chiesa parrocchiale di Suelli, dedicata a San Pietro, è antichissima; si sostiene che la sua costruzione risalga ai tempi in cui viveva il San Giorgio in questione e cioè prima dell’anno 1113 nel quale morì. Vicino alla chiesa c’è il santuario dedicato al santo e molto frequentato dai devoti.

Il bacino della Trexenta, nonostante la grande fama di fertilità dovuta alle colture cerealicole, colpisce il viaggiatore per la totale assenza di alberi prodotta principalmente dalla mancanza d’acqua: difetta anche d’acqua potabile, e quella che si beve è salmastra oltreché rarissima. Le persone agiate dei paesi la mandano a prendere molto lontano.

Ho tuttavia dei dati geologici e stratigrafici sufficienti per credere che delle prove di scavi artesiani in questi luoghi sarebbero coronate da grande successo. Tutto il bacino, formato da depositi terziari abbastanza recenti stratificati regolarmente, si appoggia sui monti di formazione più antica che si elevano verso est; da questi punti devono senza dubbio provenire delle falde di acque sotterranee che scorrono nelle parti inferiori del bacino in questione, per cui è molto probabile che qualche colpo di sonda fortunato e ben diretto faccia scaturire le acque alla superficie della pianura. È una delle prove di sondaggio che in Sardegna raccomando in modo speciale.

Superato il villaggio di Seuni si incontra una salita che porta a un altipiano composto anch’esso di terreni terziari; si vedono a destra, un po’ in lontananza, i bei paesi di Siurgus e Donigala, nel punto di giunzione del bacino terziario ai monti di transizione, mentre verso ovest si vedono sorgere le cime marnose di Punta Acuzza (“Punta Acuta”) e il Monte Corona sotto il quale si nasconde il fangoso villaggio di Gesico; poi si arriva, sempre in pianura, a quello di Mandas.

Mandas è notevole soltanto per l’estensione dell’abitato e per la numerosa popolazione; la chiesa non offre un grande interesse, ma è degna d’essere ricordata per gli ornamenti in marmo locale, di cui è stata dotata a spese e su iniziativa di un suo rettore, il defunto Federico Gessa. Questo degno ecclesiastico fece intraprendere da solo lo sfruttamento e la lavorazione di un marmo grigio detto “bardiglio”, che si trova nel terreno di transizione a qualche minuto di distanza dal villaggio; ma l’industria decadde alla morte del rettore e non si riprese più, nonostante l’impegno del fratello, Francesco Gessa, anch’esso defunto, che per molti anni fu intendente della provincia di Isili, alla quale appartiene il villaggio. Il ricordo dei due fratelli resterà a lungo impresso nella memoria delle persone che come me hanno sempre trovato nella loro casa un’ospitalità cordiale e allo stesso tempo estremamente discreta, condizioni che difficilmente coesistono."




[1] Alberto DELLA MARMORA, Itinerario dell'isola di Sardegna, (riedizione originale Torino 1860 con traduzione a cura di Maria Grazia Longhi), vol. 2, Nuoro 1997, pagg. 9-12. Titolo originale: Itinéraire de l’Ile de Sardaigne, pour faire suite au Voyage en cette contrée, tome I-II, Turin, Fréres Bocca, 1860, pagg. 364-367. L'estratto in francese direttamente dalla versione originale a pag. 365.

mercoledì 14 febbraio 2018

1353 concessione uso delle armi ai pisani

1353 concessione uso delle armi ai pisani
(Sergio Sailis)


Il 14 febbraio 1353 Pietro IV concede finalmente ai vicari pisani presenti in Sardegna di poter portare armi sia difensive che offensive e di poter girare con una scorta di due uomini. Gli ufficiali del Comune toscano presenti nell’isola per amministrare i feudi di Gippi e Trexenta (concessi in feudo con la pace del 1326) erano stati a più riprese oggetto di vessazioni e intimidazioni e nel corso degli anni Pisa aveva a più riprese presentato le proprie rimostranze presso la corte aragonese.
 
(img ASPi)


Nella stessa data Pietro IV emana tutta un’altra serie di ordini (una trentina) volti a salvaguardare (almeno ufficialmente) gli interessi, anche commerciali, del Comune dell’Arno in Sardegna. I segnali provenienti da Mariano IV d’Arborea infatti erano poco incoraggianti e palesavano quel malessere che pochi mesi dopo sfocerà nell’aperta ribellione; con questa mossa probabilmente il sovrano aragonese intendeva non alienarsi le simpatie dei toscani e attirarli dalla sua parte o perlomeno mantenerli neutrali nell’ormai quasi imminente conflitto con l’Arborea.

 Uno degli ordini impartiti da Pietro IV nel medesimo 14 febbraio 1353 riguarda Jofré Gilabert de Cruïlles in quanto, secondo le accuse dei vicari pisani, aveva estorto dei beni agli abitanti di una delle ville trexentesi che aveva in feudo prima della pace del 1326 a seguito della quale passarono al Comune di Pisa.

Le ville in questione erano Bangiu de Aliri, Seuni e Suelli (oltre che Donigala e Siurgus ed in seguito anche Orroli e Goni) e inoltre quella di Segariu che era in feudo a sua moglie Sibilla de Vergua. Il sovrano ordinava ai suoi ufficiali che intimassero al nobile de Cruïlles di restituire il maltolto.