mercoledì 19 aprile 2017

1355 ostaggi sardi

1355, cattura di ostaggi sardi
(di Sergio Sailis)
 
Nonostante pochi mesi prima, il 13 novembre 1354, tra Pietro IV e Mariano IV fossero stati sottoscritti gli accordi di Alghero, la situazione nel Regno di Sardegna e Corsica non era del tutto tranquilla e pacificata. Il 19 aprile 1355 (nell'img ACA) Pietro IV ordina pertanto ad Artal de Pallars di recarsi a Sanluri e in altri luoghi contigui con la frontiera arborense per identificare i luoghi validi per la difesa dei confini e in quelle zone prendere degli ostaggi così come nei vicini territori soggetti al Comune di Pisa ossia Gippi e Trexenta.
La cattura di ostaggi era frutto della decisione di Pietro IV formalizzata nella terza costituzione (vedasi l'articolo apposito) del Parlamento riunito a Cagliari nel precedente mese di marzo; gli ostaggi dovevano essere preferibilmente maschi mentre le donne e i bambini, qualora ritenuto necessario, dovevano essere condotti in luoghi fortificati. Per esempio venne disposto che gli abitanti di Villamassargia dovevano essere portati al castello di Acquafredda mentre quelli delle curatorie di Sulcis e Sigerro dovevano essere portati nei castelli di Iglesias e Gioiosa Guardia avendo però l’attenzione di non prendere donne e bambini al di sotto di sette anni.
L’ordine di prendere ostaggi venne reiterato il successivo 24 aprile quando le trattative diplomatiche, che pure erano in corso, lentamente stavano lasciando il posto a nuove operazioni militari e in effetti nel mese di giugno ricominciano le ostilità con Mariano IV. Il 1° luglio infatti Pietro IV scriveva al Consiglio Reale – che richiedeva il rientro del sovrano in terra iberica - di non poter lasciare la Sardegna in quanto gli arborensi erano di nuovo in armi e avevano distrutto alcune ville reali.
Una delle zone colpite da questi eventi era la Trexenta i cui abitanti inviarono una supplica al sovrano che il 25 giugno rispondeva invitandoli a concentrarsi a Serrenti per partecipare alle operazioni militari contro gli arborensi mentre le rispettive famiglie avrebbero potuto trovare rifugio nell’appendice cagliaritana di Villanova.
Essendo proprio in una zona di frontiera il fatto faceva seguito a scaramucce di confine, requisizioni di frumento ai pisani che commerciavano con l’Arborea e di notizie che il veguer pisano fosse passato dalla parte di Mariano.



A questo si aggiungevano le nuove tensioni con il Regno di Castiglia e si temeva inoltre che anche a Genova, benchè sconfitta nella battaglia di Porto Conte del 1353, si stesse approntando una nuova flotta per danneggiare le coste catalane e davano pertanto le disposizioni per la protezione delle zone rivierasche della Catalogna e dei Regni di Valenza e Maiorca.
La situazione sarda si tranquillizzò solo dopo una decina di giorni, l’11 luglio, quando a Sanluri venne sottoscritto il nuovo accordo di pace con Mariano e nello stesso mese finalmente gli ostaggi poterono far rientro alle proprie case.
 

venerdì 7 aprile 2017

Pimentel

Immagini della Trexenta ottocentesca: Pimentel
 
PIMENTEL o PIMENTELLO, villaggio della Sardegna nella provincia di Cagliari, compreso nel mandamento di Guasila e nella prefettura di Cagliari. È contenuto dentro l’antica curatoria del regno Cagliaritano.
La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 56', e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 4'.
Siede alla falda orientale di alcune colline, dalle quali è impedita alcun poco la ventilazione della parte del ponente e de’ suoi prossimi punti: e perchè alcuni altri poggi sorgono in poca distanza alla parte del levante e del greco, però la sua situazione può considerarsi come avvallata. Ed è diffatti giacente in un fondo e diviso in due parti da un perenne rivoletto. Da ciò nasce la forza del calore nell’estate, la tepidità dell’atmosfera nell’inverno, la nebbia, l’umidità. L’aria non è salubre ne’ tempi, che ne’ luoghi pantanosi della valle fermentano i fanghi, e lo è ancora meno quando il vento vi versa i miasmi delle terre di Barràli. Sono anche dentro il paese molte cause di malignità, e non era poca quella che usciva da’ sepolcri.
Il territorio de’ pimentellesi non è maggiore di 4 miglia quadrate, di starelli 3400, parte collino, parte vallivo, e tutto facilmente coltivabile.
Sono in esso alcune fonti, e di esse le più notevoli sono, quella che trovasi alla parte boreale del paese, che si raccoglie in alcune vasche per abbeverarvi il bestiame, per bevanda delle famiglie che non hanno pozzi di buona vena e per altri bisogni; quindi quella che è nominata di Solaris, a distanza di mezzo miglio dall’abitato, verso greco-tramontana, di acqua molto migliore della prima, donde però si provedono tutte le famiglie agiate. A distanza di un’ora sono varie sorgenti di acque ottime.
Manca affatto il bosco, e ne’ luoghi incolti è raro che trovisi qualche arbusto.
I selvatici sono lepri, conigli e volpi.
 
Popolazione. Questo paese nominato dal titolo del signore straniero, che possedeva la Trecenta, è di poca antichità, e vuolsi sia stato stabilito nel 1670.
Il numero attuale de’ suoi abitanti è di circa 655, totale risultante da maggiori di anni 20 maschi 200, femmine 217, minori maschi 125, femmine 112, che si spartiscono in circa 170 famiglie.
Pimentello è diviso, come già notai, da quel rivo-letto in due rioni, o vicinati, come dicesi, uno nominato Nuraxi opposto al greco-levante, l’altro Saceni di incontro al ponente-libeccio.
L’ordinario annuo numero delle nascite è 20, delle morti 13, di matrimoni 7.
Per la cura sanitaria basta un sol flebotomo, che a tutte le malattie applica la panacea universale della lancetta. Per buona sorte che i temperamenti sono forti, e che poco i corpi patiscono dopo superati i pericoli della prima età, e che molti si abbandonano al beneficio della natura.
Le malattie più frequenti sono le infiammazioni di petto, i dolori di punta, e le febbri intermittenti.
La principale professione è quella dell’agricoltura, alla quale sono applicati tra maggiori e minori non meno di 220 persone, quindi quella della pastorizia, nella quale si possono numerare 25 individui.
Alle arti meccaniche de’ muratori, fabbriferrari, falegnami non istudiano più di 10 individui, i quali quando sono disoccupati da’ lavori di queste arti vanno a lavorar sul campo.
Le persone che non facciano alcun’opera sono rarissime e forse si contan sulle dita.
Le donne lavorano nel telajo, e di queste macchine (d’antica forma) quasi tutte le case son fornite. Molte donne han lucro dalla vendita delle tele.
La istruzione primaria è, come generalmente nelle altre parti, poco curata; i fanciulli, che concorrono alla medesima circa 10. Forseperò non saranno 12 in tutto il paese che sappian leggere e scrivere.
 
Agricoltura. Di quella superficie coltivabile, che sopra notai (starelli 3400), due mila e trecento starelli sono dedicati a’ cereali, con alterno esercizio e riposo, il rimanente è nel vigneto, nel prato e nel salto.
Le quantità solite delle seminagioni sono le seguenti, di frumento star. 700, d’orzo 200, di fave 320, di legumi (cicerchie, piselli, caci, lenticchie) 60, di lino 120.
La fruttificazione è abbondevolissima se il cielo favorisce alla vegetazione con la opportunità delle pioggie, e se nel tempo della fioritura e dell’ingranimento non incomba sopra i seminati nessuna nebbia venefica. Questa in poche ore diminuisce a metà, e pure a un decimo e a un ventesimo, la raccolta.
Le vigne danno buoni vini se le uve sono manipolate con qualche intelligenza.
Tra le viti sono alberi fruttiferi di molte specie, ma non in gran numero. Vi sono prosperi e danno ottimi frutti.
L’orticoltura è ristrettissima, perchè non si produce più del bisogno di alcune famiglie.
La pastorizia non cura che pecore, vacche e porci.
Il bestiame domito consiste in buoi di lavoro 270, cavalli 60, giumenti 200.
Il bestiame rude in vacche 220, pecore 3000, porci 350.
Si fa formaggio del latte pecorino, ma molto meno che voglia la consumazione, e di poco pregio, perchè non si sa fare.
 
Commercio. Gli articoli che i pimentellesi danno sono i soli cereali; però quando per la irregolarità delle stagioni mancano questi prodotti, essi non san che fare, e non hanno altro ramo da cui procurarsi le cose di cui abbisognano.
In anno di fecondità posson lucrare circa 35 mila lire.
Il paese trovasi in poca distanza dalla strada provinciale (da Cagliari all’Ogliastra, quando sarà finita), e potrebbe riunirsi con poca spesa.
 
Religione. I pimentellesi sono compresi nella giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari, e diretti nelle cose spirituali da un prete che si qualifica rettore.
La chiesa parrocchiale è dedicata a N. Donna sotto il titolo del Carmelo, alla quale nel proprio giorno si festeggia pomposamente e lietamente. In occasione della medesima concorrono molti forestieri e si corre il palio.
Invece del camposanto si ha un cimiterio prossimo alla parrocchia in mezzo del paese.
 
Antichità. Furono già in questo territorio alcuni nuraghi, e certamente ve n’era uno in quella parte dell’abitato, che ritiene il nome del medesimo e appellasi Nuraxi; ma essendo stati tolti e adoperati i materiali in altre opere, or non ne appariscono neppur le vestigie.
Sono notevoli alcuni di quegli antichi ipogei, de’ quali spesso negli articoli sulla Sardegna si fa menzione, e che si sono sempre stimati sepolcri della primitiva popolazione.
Essi si trovano alla distanza di poco più d’un miglio dall’abitato. I pimentellesi indicano essi pure siffatte caverne col nome di domos de ajanas (case di vergini o fate).
In due diversi siti di questo territorio vedonsi chiare le vestigie di due popolazioni, una verso tramontana, dov’era la chiesa di s. Giacomo, della quale si è dimenticato il nome; l’altra verso maestrale, ed era l’antica villa Dei, di cui altrove si è fatta menzione.


[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XV, Torino 1847, pagg. 76-79.

martedì 14 marzo 2017

1355 l'emancipazione di Ugone d'Arborea.

1355 l'emancipazione di Ugone d'Arborea.
(Sergio Sailis)

“.... nos in Dei nomine et benedictione paterna ex certa nostra scientia, observatis modis et solemnitatibus consuetis, emancipamus, eximimus et penitus relexamus a iugo nostre patriae potestatis omni scilicet modo, iure, ratione, causa et forma quibus melius et efficacius possumus et debemus.”
(img ACA Barcellona)
 
Era il 14 marzo 1355: alla presenza del notaio regio Marchus de Vita e dei testimoni Renaldo de Berardo di Marsiglia, “magistro” Iacopo, Geraldo... de Flaçano, Petro de Acene, Barçolo Cathone e Petruccio de Moguro, il Giudice arborense Mariano IV “Dei gratia, iudex Arboree, comes Gociani et vicecomes de Basso” dichiara solennemente maggiorenne e emancipato il suo “nobilis et dilecti primogeniti nostri Hugonis de Arborea” il quale dopo esattamente 20 anni raccoglierà la pesante eredità paterna proseguendo le lotte contro i catalano-aragonesi sino al suo assassinio nel 1383 assieme alla povera figlioletta Benedetta ad opera, come scrisse Pietro IV d'Aragona, “per los seus sards d’Oristany”.

lunedì 13 marzo 2017

1363, Prestito di Mariano IV a Pisa

1363,  Prestito di Mariano IV a Pisa

(di Sergio Sailis)

Il 13 marzo 1363 gli Anziani del Comune di Pisa ratificano un trattato tra il Comune e Mariano IV d’Arborea. Il Giudice, a dimostrazione che la situazione economica arborense nonostante le guerre e le epidemie era in buona salute, concede infatti ai toscani un prestito di 16.000 lire di alfonsini d’argento.

Per la parte pisana le trattative vennero curate da Ricucco Ricucchi in qualità di procuratore speciale e profondo conoscitore della situazione isolana.

A garanzia del prestito il Comune dava le rendite delle curatorie di Gippi e Trexenta “ ... Dictus Commune erit dicto domino suisque heredibus et successoribus perinde generaliter obligatum et specialiter Camera dicti Communis ac cabelle vini et carnazarie seu aliqua ipsarum prout dictus dominus et sui heredes et successores comodius eligere voluerint, nec non et ville curatariarum Ghippi et Tragende situatarum in insula Sardinee ad ipsum Commune spectantes et pertinentes, non obstante quod essent vel sint aliis obligate in totum vel in partem, et quod presens obligatio ceteris preferatur. ...” e la possibilità per Mariano di nominarne i funzionari purchè pisani; gli stipendi a loro spettanti venivano invece pagati direttamente da Pisa.

Il Comune avrebbe dovuto rimborsare il prestito con rate annuali di 2000 lire con possibilità di rimborsarlo anticipatamente dopo tre anni.

Dopo pochi anni però Pisa veniva completamente e definitivamente estromessa dai suoi ultimi possedimenti sardi.

1202, triplice omicidio di ecclesiastici turritani

1202, triplice omicidio di ecclesiastici turritani

(di Sergio Sailis)

Gli anni a cavallo tra i secoli XII e XIII in Sardegna sono senza dubbio densi di avvenimenti di rilievo: ad agitare le acque già di per se abbastanza mosse (sia per le abituali turbolenze dei Giudici sardi che per le ingerenze sempre più invadenti dei Comuni di Genova e Pisa) è anche un nuovo attore: il Giudice di Cagliari Guglielmo, Marchese di Massa.

Dopo aver preso il potere nel giudicato cagliaritano infatti il Marchese, nell’intento di ritagliarsi una propria supremazia personale sull’intera isola, in alleanza con Pisa (della quale era cittadino) o perlomeno con una determinata fazione di cittadini pisani, in rapida successione rivolge le proprie attenzioni agli altri giudicati: Torres, Arborea e Gallura tutti orientati verso una politica filogenovese.

Il primo giudicato ad essere coinvolto è il giudicato di Torres che viene invaso da Guglielmo al commando delle sue truppe e di contingenti pisani e dopo poco tempo occupa lo strategico castello di Goceano.

In questa temperie le lotte per il predominio nell’isola tra Genova e Pisa e i loro alleati locali portano quindi ad uno stato di instabilità e anche il clero isolano si schiera con le diverse fazioni in lotta a seconda dei vari orientamenti politici rimanendone inevitabilmente e direttamente coinvolto anche per via dell’intensa attività dell’arcivescovo pisano Ubaldo che ripetutamente manifesta le proprie inclinazioni a prediligere una politica decisamente orientata verso gli interessi della propria città spesso anche in contrasto con le indicazioni papali.

Probabilmente proprio a causa di queste lotte di potere nel 1202 accade un grave fatto di sangue: vengono infatti uccisi il vescovo di Ploaghe, l’abbate di Tergu e il vicario del priore di Camaldoli in Sardegna, verosimilmente l’abbate di Saccargia che in altri documenti viene ricordato con questo titolo.

La notizia la si apprende da una lettera del 10 marzo 1203 inviata da papa Innocenzo III agli arcivescovi e vescovi dell’isola che vengono aspramente rimproverati per non aver preso alcun provvedimento nei confronti dei responsabili dell’eccidio che evidentemente, per quanto non nominati nella missiva, dovevano essere conosciuti in loco ma nessuno dei presuli aveva osato o voluto intervenire preferendo restare in silenzio “tamquam canes muti non valentes latrare nichil in eos sicut dicitur statuistis” forse per timore o accondiscendenza.

I motivi e i responsabili del triplice omicidio purtroppo non ci sono noti nel dettaglio; stando al testo della lettera di Innocenzo III probabilmente ne sono estranei, o perlomeno non sono coinvolti in modo diretto, i Giudici sardi (e quindi anche Guglielmo di Massa) in quanto il Papa richiede ai prelati di intimare agli stessi di non dare ricetto ai colpevoli presso i loro giudicati e anche nella corrispondenza successiva non sono oggetto di accuse specifiche in tal senso pur non mancando altri biasimi.

Gli assassini dovevano però essere personaggi abbastanza potenti in grado di intimorire o comunque influenzare e condizionare il comportamento omissivo dei presuli sardi; stante la carenza di notizie sono state avanzate dagli studiosi diverse ipotesi sulla loro presunta identità e sui possibili moventi: potrebbe essersi trattato di un semplice episodio di delinquenza comune (non molto credibile vista l’importanza e la notorietà delle vittime) oppure un omicidio maturato nello stesso ambito ecclesiastico, circostanza peraltro non infrequente nel periodo medievale con diversi casi anche in ambito sardo. Considerando però che all’epoca nel giudicato turritano erano probabilmente ancora presenti i contingenti pisani che già in precedenza avevano collaborato con Guglielmo nel tentativo di scacciare i genovesi potrebbe essere verosimile un loro coinvolgimento nel misfatto magari proprio con il concorso di personaggi legati all’ambito ecclesiastico considerata l’attività dell’arcivescovo Ubaldo e le sue manovre per imporre in Sardegna la supremazia dell’arcivescovato pisano.

giovedì 2 marzo 2017

1392, l'inizio processi contro Eleonora d'Arborea

1392, l'inizio dei processi contro Eleonora d'Arborea
di Sergio Sailis

Dopo la serie di processi intentati negli anni precedenti dai catalano-aragonesi contro Mariano d’Arborea, il 1° marzo 1392 anche Eleonora d’Arborea, suo marito Brancaleone Doria ed il loro figlio Mariano sono formalmente incriminati per aver infranto i trattati di pace sottoscritti con Giovanni d’Aragona e essersi ribellati al sovrano occupando territori, castelli e terre appartenenti alla Corona e invaso il Giudicato di Gallura.
Pertanto Bernardo de Serra, baiulo generale e procuratore fiscale del Principato di Catalogna chiede ufficialmente l’istruzione di un processo a carico della famiglia reale arborense, richiesta prontamente accettata da re Giovanni I.

Il processo verrà istruito da Eximen Perez de Arenos già “gubernator totius Regni Sardinie et Corsice” (peraltro anche lui inquisito per alcuni suoi comportamenti poco limpidi), dal suo luogotenente, Johan de Tolo, e dal luogotenente regio Johan de Monbuy.
Dopo la sottoscrizione della pace del 1390 tra Arborea e Aragona (praticamente estorta a Eleonora per via della prigionia di suo marito), una volta liberato Brancaleone aveva infatti preso militarmente in mano la situazione e in breve tempo riconquistato i territori cui Eleonora aveva dovuto rinunciare in cambio della sua liberazione.
 
“Processus inquisitionis factis per magnificos Exemenum Perez de Arenosio, militem, tunc generalem gubematorem et reformatorem insule Sardinie pro serenissimo domino rege, et Joannem de Tolo, locumtenentis ipsius gubematoris, ac Johannem de Montebovino, deinde gubematorem prefate insule, contra nobilem Alieonoram, iudicissam Arboree, et filium suum Mariannum de Brancham Leonem de Auria, comitem Montisleonis, ipsius domine Alieonore maritum, extractus ab regestis regalibus gubemationis regni prefati”
(img. ACA)

lunedì 6 febbraio 2017

Ortacesus

Immagini della Trexenta ottocentesca: Ortacesus
 
ORTACESUS, villaggio della Sardegna nella provincia di Cagliari e nel mandamento di Guasila, compreso già nel dipartimento della Trecenta del giudicato di Plumino.
La sua situazione geografica è nella latitudine 40°, 32', 30", e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0°, 2', 30".
Trovasi questo paese nella parte più bassa del bacino della Trecenta attorniato da una estesa palude e prossimo alla sponda sinistra delle acque che discendono dalle terre di Seùni, nate dalle fonti meridionali del monte san Mauro, coperto da’ venti boreali per queste eminenze, da’ levanti per le eminenze della Trecenta orientale, dal maestro e da ponente per le colline di Segariu e di Serrenti. Per tanto il calore è assai intenso nell’estate, e regna quasi sempre a certe ore una forte umidità, e soventi il paese resta involto nella nebbia. È questa la regione che sia più insalubre nella Trecenta.
Il territorio di Ortacesus non è maggiore assai di miglia quattro, tutto nel piano, sul quale spuntano alcune rupi presso il paese, coperte in cima di fichi d’India, e in sul confine con Guasila, nella regione appellata Siocco, una collina coronata d’un nuraghe, domu de Orcu.
Dopo notato quel rivolo, noteremo due fonti, una che dicesi Funtana-bangiu (la fonte del bagno), d’intorno alla quale sono materiali di antica costruzione e si osservano anche alcune caselle; l’altra Sa mitza Siddi, dove per le vestigie che si vedono si suppone sia stato in altri tempi un paese detto Siddi; un’altra presso la chiesa di s. Bartolommeo, e una quarta a piè della detta collina. Nel paese bevesi dai pozzi, che danno acque pesanti e salmastre.
Egli è solamente ne’ fianchi della medesima che si trovano degli alberi, fra’quali moltissimi olivastri. Una parte de’ medesimi è stata ingentilita e apporta bei frutti.
 
Popolazione. Non sono forse sette anni che erano in Ortacesus anime 491, che si distinguevano in maggiori di anni 20, maschi 135, femmine 132; minori 133, femmine 91, e si distribuivano in famiglie 120.
I comuni numeri del movimento erano di nascite 12, morti 8, e di matrimoni 2.
Le malattie ordinarie sono infiammazioni di vario genere e febbri intermittenti nell’estate ed autunno.
Non si ha nel paese che un flebotomo.
Dopo quanto abbiam notato sulla insalubrità di questo sito, donde dovrebbonsi sradicare le abitazioni per traspiantarle sotto un cielo migliore, se un viaggiatore passi sul luogo non potrà non partire meravigliato vedendo che generalmente in aria così malsana godesi di buona salute, osservando uomini robusti e aspetti di forte sanità al contrario di ciò che avviene in altre regioni, di Francia e di Italia, dove le fisionomie intristite e le membra floscie e languide accusano il vizio del cielo.
Vorrei che questo che ho detto del trapiantamento delle abitazioni da luoghi così tristi in siti migliori fosse considerato, e si stabilisse il modo come effettuarlo entro un certo numero di anni.
La proposta può effettuarsi più facilmente che non si crede, massime se il luogo eletto sia non molto distante, perchè le costruzioni a mattoni crudi (làdiri) sono poco costose. I benestanti potrebbero i primi stabilirsi nella nuova situazione designata dal governo, e poi di mano in mano gli sposi potrebbero preparare presso alle prime le loro case, fabbricando secondo un disegno prestabilito. In questo modo senza gran dispendio e incomodo nello spazio al più di 30 anni sorgerebbero le nuove popolazioni, e il posto che hanno le prime sarebbe occupato dall’agricoltura.
Gli ortacesini son buona gente e laboriosa, e quasi tutti dediti all’arte agraria, eccettuati alcuni pecchioni, che diconsi letterati o notai.
Le donne travagliano ne’ loro telai principalmente alla tessitura delle tele.
Alla scuola primaria non concorrono più di sei fanciulli.
 
Agricoltura. Le terre umorose di Ortacesus, quando le piogge non sono troppo frequenti, spiegano la loro virtù in una vegetazione stupenda e danno larghissimi frutti; in caso contrario le radici si guastano e i seminati riescono infelicemente.
Nella seminagione spargonsi solitamente starelli di grano 700, d’orzo 120, di fave, ceci e altri legumi 300.
Se le stagioni procedano favorevolmente alle condizioni di questo suolo non è molto che abbiasi una comune nel grano del ventuplo, nell’orzo del 18, ne’ legumi del 16.
Le spezie ortensi prosperano nel terreno acquidoso, che ho notato intorno alle abitazioni, principalmente i melloni, i cocomeri, le zucche ecc., da’ quali hanno questi coloni un considerevole lucro.
La vigna non è in luogo assai favorevole perchè i grossi grappoli delle viti dieno un mosto, da cui si depuri un vino di molta bontà.
I fruttiferi sono in piccol numero, e gli ortacesini non sanno profittare della bontà del terreno per quegli alberi che amano terreni umidi e regioni calide, specialmente i cedri.
I predi sono tutti cinti di fichi d’India, che giovano coi frutti, che a’ poveri son parte di sussistenza per due mesi, e nuocono per le foglie cadute che si lasciano imputridire e accrescono la malignità dell’aria, giustamente detestata dai passeggieri.

Pastorizia. Pascono nel prato comunale e ne’ poderi, buoi 126, vacche manse 25, giumenti 100.
Si hanno quindi per sella e trasporto cavalli e cavalle 40, e si nutrono 50 majali incirca.
Il bestiame rude pascola nelle terre di riposo e ne’ salti, e i vari branchi avranno poco più di capi 2100, e dirò vacche 150, cavalle 50, pecore 1500, porci 400.
Dalle pecore appena si ha il formaggio sufficiente a’ bisogni del luogo.
Di rado i branchi patiscono per poco alimento e per la bevanda, perchè la terra umida produce erba fresca anche nell’estate, e il rivo, che dicono di Piscina-calenti, volge nella sua corrente acque limpide.
 
Pesca. Nel rivo suddetto trovansi anguille ben grasse e delle trote di ottimo gusto.
 
Commercio. Ortacesus distando sole tre miglia dallo stradone può in tempo asciutto mandar su quello i suoi carri con i sacchi del frumento e degli altri cereali, che sopravanzano alla consumazione delle famiglie, e ricevono in prezzo lire nuove 30 mila; ma in tempo piovoso i buoi e i cavalli devon consumare le loro forze per uscire da’ pantani, donde accade che debban operare le forze di molti uomini per estrarli.
 
Religione. Questo paese che era, come notammo di Orroli, nella giurisdizione del vescovo Doliese, ora è nella diocesi di Cagliari, e si amministra nelle cose spirituali da un prete, che è qualificato rettore ed ha ausiliari altri due sacerdoti.
La chiesa parrocchiale è dedicata a s. Pietro Apostolo.
Nelle chiese minori è a notare, dentro il paese la cappella di s. Lucia v. e m., che in altri tempi fu chiesa principale, fuori del paese la chiesa di s. Antonio abbate rinchiusa nel ricinto del campo santo, in distanza di 300 passi ordinari dall’abitato, e quella di s. Bartolommeo già rovinante, presso alla quale è la sunnotata fonte.
 
Antichità. Delle medesime abbiam fatto cenno più sopra. Forse è vero che là dove vedonsi quegli indizi di abitazioni distrutte erano in altri tempi se non villaggi, almeno corti, cioè grandi poderi di persone principali, ove stanziavano gli schiavi addetti all’agricoltura con le loro famiglie per lavorare a profitto de’ loro padroni. Negli antichi diploma è frequentissima la menzione di siffatte corti, e de’ servi e delle ancelle di tutti i giorni (de cada di), o di alcuni giorni nella settimana. In un antico diploma di donazione del cantone di Trecenta o Tregenta fatta dal giudice Trogodorio, giudice di Cagliari, o Plumino, al suo figlio Salusio di Lacon, è menzione di alcuni de’ luoghi nominati, siccome di ville allora esistenti, e noi ne trascriveremo un tratto perchè si veda la maniera d’infeudazione che usavano i sovrani sardi, e abbiano i lettori un altro saggio del volgare che in quei tempi era usato.
«In nomine P. et F. et SS. Amen. Ego Judigi Trogodori pro voluntadi de donnu Deu potestandu parti de Caralis, pro puru amori ki apo a filiu meu Salusiu de Lacon, de gradu et de certa scientia li fatzu donationi limpia (dal lat. limpida, cioè pura) et irrevocabili inter bios (vivi) dess’Incontrada de Tregenta a issu et a filios suos et heredis suos et generationi sua, dessa dicta Incontrada de Tregenta et de sas villas populadas et kena (senza) populari, et saltos, terminis, vassallos, hominis et feminas, domus rios (rivi), mitzas (sorgenti), funtanas, montis et pasturas, sylvas, molentis (asini che macinano) et alteros pegus (capi) de bestiamini, et totu sos alteros deretos et pertinentias et confinos dessa dicta Incontrada de Tregenta cum totu sa jurisdictioni alta et baxia, civili et criminali… sas quales villas, saltus, terminis, et làcanas (confini) sunt custos: sa villa de Goy majori, sa villa de Sèlegas, sa villa de s. Sadurru, sa villa de Sehuni, sa villa de Sitxi, sa villa de Simieri, sa villa de Arcu, sa villa de Senorbì, sa villa de Segollai, sa villa de Arigi Mangeta, sa villa de Arigi picciu, sa villa de Planomois, sa villa de s. Basili, sa villa de Frius, sa villa de Donnigala alba, sa villa de Alluda, sa villa de Villacampu, sa villa de Bacu de Otgo, sa villa de Fugas de Sitei, sa villa de Baralba, sa villa de Funtana Sinni, sa villa de Sii, sa villa de Dey, sa villa de Lery, sa villa de Siocho (già sunnotata), sa villa de Sebera, sa villa de Surbou, sa villa de Ortachesus, sa villa de Turri, sa villa de Baniu de Sixi, sa villa de Pau, sa villa de Fraus, sa villa de Sacariu, sa villa de s. Justa dessa Negi, sa villa de Goy-esili (oggi Guasila), et totu sas alteras villas, qui siant dintru dess’Incontrada de Tregenta: sa quali Incontrada … … donamus a filiu nostru Salusiu de Lacon et pro amori paternali et pro contemplationi dessu matrimoniu, ki issu fagit de voluntadi nostra cum donna Adalasia; et custa donationi volemus ki siat irrevocabili, et volemus ki siat pro issu et pro tota sa generationi sua de legitimu matrimoniu ecc.».
 


[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XIII, Torino 1845, pagg. 565-570.

martedì 17 gennaio 2017

1326, i disordini di Bonaria

1326, i disordini di Bonaria
di Sergio Sailis
Siamo a Bonaria, la cittadella fortificata eretta dai catalano-aragonesi in contrapposizione alla Castel di Castro pisana, in un freddo 17 gennaio del 1326; le truppe iberiche continuano il loro assedio alle poderose mura erette dai toscani a protezione della città ma non tutto fila per il verso giusto.
L’infante Alfonso infatti al fine di limitare lo strapotere che i Carroç avevano ormai assunto nell’isola il 5 novembre 1325 nomina Ramon de Peralta capitano di guerra in Sardegna lasciando a Francesc Carroç il comando della flotta; il precedente 24 settembre inoltre aveva destituito dalla carica di capitano di Bonaria il figlio di Francesc Carroç, Berenguer, nominando al suo posto Guillem de Llor anch’egli fedelissimo del Peralta. Questa situazione non poteva che creare attrito tra il Peralta e i Carroç che già in precedenza avevano avuto dei diverbi.
Fatto sta che all’imbrunire del 17 gennaio a seguito di una discussione tra Jofré Gilabert de Cruilles e Guillem de Llor si giunse allo scontro armato tra i fautori dell’ammiraglio Francesc Carroz (tra i quali i suoi figli Francesc e Jaume, Pere de Llibià, Bonanat Sapera, Jofré Gilabert de Cruilles, Arnau ça Cassà, Ramon ça Vall) e quelli del capitano di guerra Ramon de Peralta (tra i quali spiccavano le figure di Guillem de Llor, Jaume des Truyll, Bort de Montsonis, Rocafort, Berenguer d'Anglesola) con morti e feriti e per poco non si mise in discussione la stessa sopravvivenza della cittadella se solo i pisani fossero intervenuti.
Alla fine gli animi furono riappacificati grazie anche all’intervento del Giudice Ugone d’Arborea e dei magistrati di Bonaria che mediarono tra i contendenti anteponendo l’interesse della Corona a quello delle parti in causa.
La reazione dell’infante giunse dopo qualche mese richiamando a corte per gli accertamenti del caso quelli che erano ritenuti i maggiori responsabili delle lotte intestine e nominando due riformatori, Felip de Boyl e Bernat de Boixadors, con il compito di chiarire quanto successo.
Lettera inviata il 3 marzo 1326 dall'Infante Alfonso
a Francesc Carroç  e a Ramon de Peralta in merito agli scontri di Bonaria (ACA)
Tra i personaggi coinvolti in questa vicenda molti sono quelli relazionati con la Trexenta. Berenguer Carroç (figlio dell’ammiraglio Francesc) per esempio era infatti sposato con Teresa Gombau d’Entença cui l’infante aveva concesso in feudo, tra gli altri, il villaggio di Bangiu Donico (donazione che però rimase senza esito per via di alcune particolari clausole nella concessione); il villaggio poi venne successivamente concesso a Guillem Sapera (fratello di Bonanat sopra citato cui cedette i propri diritti mantenendone l’usufrutto) assieme alla villa di Gergei (curatoria di Siurgus). Un altro figlio dell’ammiraglio, Francesc II Carroz, viceversa aveva ricevuto in feudo le ville di Arili, Siocco, Donigala Alba e Segolai. Pere de Llibia invece aveva ricevuto il villaggio di Selegas. Jofré Gilabert de Cruilles era feudatario delle ville di Bangio de Arili, Seuni e Suelli site nella curatoria di Trexenta, e di Donigala e Siurgus site nella curatoria di Siurgus mentre Arnau ça Cassà aveva ricevuto il villaggio di Dei oltre alle ville di Sheutas, Nuragi e Postmont site nella curatoria di Nuraminis e quelle di Monastir e Sigogus, site nella curatoria di Bonavoglia e Guillem de Llor, tra le altre, aveva invece in feudo la villa di Barrali.
Nello stesso 1326 però quasi tutti, ad eccezione di Guillem de Llor, persero i loro feudi trexentesi (in cambio di un indennizzo) a seguito della seconda pace con Pisa che costretta a rinunciare a Castel di Castro riceveva in feudo le Curatorie di Trexenta e Gippi.
 
 
Bibliografia:
Pasquale TOLA, Historiae patriae monumenta - tomo X: Codex diplomaticus Sardiniae, tomo I, Torino 1861.
Marco TANGHERONI, Su un contrasto tra feudatari in Sardegna nei primissimi tempi della dominazione aragonese, in Medioevo età moderna, Cagliari 1972.
 
Sandro PETRUCCI, Cagliari nel Trecento. Politica, istituzioni, economia e società. Dalla conquista aragonese alla guerra tra Arborea ed Aragona (1323-1365).
Antonio FORCI, Damus et concedimus vobis. Personaggi e vicende dell'età feudale in Trexenta (Sardegna meridionale) nei secoli XIV e XV, Ortacesus 2010.
Sergio SAILIS, Guillem Desllor, primo feudatario di Barrali (1326-1331) in “Barrali. Un paese antico tra Parteolla e Trexenta”, (a cura di A. Forci e L. Casu), Ortacesus 2014.