martedì 11 settembre 2018

Trexenta cara

Trexenta cara
di Fabio Strinati

Pubblichiamo un breve testo poetico dedicato alla Trexenta gentilmente inviatoci da Fabio Strinati, di origini trexentesi ma residente nella penisola, il quale non ha certo dimenticato i suoi legami con la nostra terra.


Lineamenti delicati, forme

mescolate con l’anima del campo

e in un granaio segreti e silenzi

di quel fertile ricordo

che la Trexenta mai muore e nell’aria,

tutto si espande e s’impregna

del profumo al bosco o di colline chiare

che sembrano colori di creature.

La musica tra i fili del vento,

le note antiche che risuonano

la storia in una delicatezza

che permane e che oscilla

tra le vigne intatte e quei frutteti dolci

sotto un sole d’incantesimo,

il ricordo del momento in un lampo di decoro,

e di una grandiosa foto negli occhi

intrisi di luci accese oltre il confinario,

Santa Vittoria quel santuario eterno

dai trasalimenti estesi e sconfinati

oltre quel florido pianoro.

 

FABIO STRINATI


 

giovedì 9 agosto 2018

Suelli

Suelli[1]
Immagini della Trexenta ottocentesca: Suelli
 

SUELLI, villaggio della Sardegna nella divisione e provincia di Cagliari, compreso nel mandamento di Senorbì, sotto la giurisdizione del tribunale di prima cognizione stabilito nella capitale e già parte della curatoria di Trecenta appartenente al regno cagliaritano.
La sua posizione geografica è nella latitudine 39.° 34.' 10." e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari, 0.° 1.' 20.".
Siede nel piano della Trecenta, dove esso comincia a chinarsi verso la valle a levante, e tiene a settentrione le eminenze di Seùni, a levante quelle di Sìsini e di s. Basilio, sì che da queste parti non soffre la libera influenza de’ venti, come al ponente e al mezzodì.
Il suolo è piuttosto secco e ben di rado ingombro dalla nebbia, come è raro che nell’inverno lo sia dalla neve.
L’aria in certi tempi non è salubre, perchè infetta dai miasmi delle vicine terre paludose a ponente e a libeccio.
 
Territorio. La sua superficie si può computare di miglie quadrate 3 1/2 quasi tutta piana fuori dove contermina con Seuni, nella qual parte sono de’ rialti.
Trovansi pochi tratti della medesima che si lasciano incolti, il rimanente si coltiva tutti gli anni od alternativamente.
Manca il bosco ceduo e solo si hanno delle macchie, sì che si patisce scarsezza di combustibile e bisogna spendere per averlo dalle regioni montuose del levante.
Il selvaggiume consiste nelle sole lepri. Tra gli uccelli sono a notare le pernici, ma piuttosto rare, e le altre specie che ricercano i cacciatori.
Le fonti sono pochissime; la più notevole è quella che dicono Sa mitza de s. Giorgi alla parte di settentrione. L’acqua è buona simile all’acqua delle fonti di Seuni, ed è perenne, perchè nè anche in tempi di siccità è venuta mai meno.
Uno de’ rivoli, che abbiamo già notato nell’articolo di Seuni, quello che ha le sorgenti a levante di questo paese a poco meno di un miglio, scorre a un miglio anche a levante di Suelli e divide questo territorio da quello di Seurgus.
 
Popolazione. Nel citato censimento del 1846 si notarono in Suelli anime 990, distribuite in famiglie 227 e in case 201.
Le diverse età in uno ed altro sesso avevano i seguenti numeri, onde si componeva quel totale.
·         sotto gli anni 5 mas. 56, fem. 51;
·         sotto i 10 mas. 61, fem. 53;
·         sotto i 20 mas. 96, fem. 100;
·         sotto i 30 mas. 80, fem. 72;
·         sotto i 40 mas. 60, fem. 86;
·         sotto i 50 mas. 77, fem. 66;
·         sotto i 60 mas. 42, fem. 31;
·         sotto i 70 mas. 17, fem. 22;
·         sotto gli 80 mas. 7, fem. 8;
·         sotto i 90 mas. 3, fem. 1;
·         sopra i 100 mas. 1.
Distinguevansi poi secondo le condizioni domestiche,
·         il totale de’ mas. 500 in scapoli 303, ammogliati 177, vedovi 20;
·         il totale delle fem. 490 in zitelle 261, maritate 179, vedove 50.
I numeri del movimento della popolazione sono nascite 35, morti 17, matrimoni 5.
I suellesi sono generalmente laboriosi e spiegano certa industria. Non pochi però vivono in qualche agiatezza.
Le proprietà non sono però molto divise, possedendo alcuni molte terre, altri nessuna. Ma questi che ne mancano locano la loro opera a’ proprietari maggiori e così ottengono la sussistenza per se e per la famiglia.
La professione principale è l’agricoltura; le altre sono la pastorizia, i mestieri, il negozio, il trasporto de’ generi.
Le donne lavorano il lino e fanno delle tele di semplice tessitura ed operate.
La scuola elementare suole avere inscritti da 20 a 30 fanciulli; ma non si frequenta che dalla metà e con pochissimo profitto. In tutto il paese non più di 15 sanno leggere e scrivere.
 
Agricoltura. I terreni di Suelli sono di tanta fertilità quanto i più riputati in questa regione di Trecenta, che ha i primi vanti di fecondità nell’isola.
La quantità ordinaria che si semina è di starelli 1400 di grano, 250 d’orzo, 450 di fave, 90 di legumi, 70 di lino.
La fruttificazione, se non sono disfavorevoli le condizioni della meteorologia, rende per comune il 15 e più del grano, altrettanto dell’orzo e delle fave.
L’orticoltura occupa piccoli tratti di terreno, lavorandosi quanto basta per il bisogno delle famiglie proprietarie e per poche altre.
La vigna contienesi in circa 200 giornate ed ha molte varietà di uve. La vendemmia è abbondante, ma i vini non sono di particolar bontà, si consuma tutto nel paese.
I fruttiferi delle diverse specie comuni, che sono nel vigneto, non sorpassano forse i 3000 ceppi.
Fra essi sono alcune centinaja di olivi.
Le terre chiuse, oltre le vignate, avranno in superficie circa 600 giornate. In esse si semina alternatamene e si introduce a pastura il bestiame manso.
 
Pastorizia. Il bestiame di servigio comprende buoi 400, cavalli 60, giumenti 200.
Il numero de’ majali che si allevano non oltrepassa i 100. Il pollame è copiosissimo.
Il bestiame rude numera vacche 120, cavalle 80, pecore 2550, porci 300.
L’apicultura avrà bugni 350.
 
Commercio. Trovandosi Suelli nella via orientale è in situazione ottima per il commercio, per la facilità del trasporto a Cagliari. Ma non si è ancora dimesso l’uso de’ carri sardi, troppo lenti nel movimento e capevoli di molto meno che porti un carrettone tratto da uno o più cavalli.
Il guadagno, che i suellesi ottengono da’ loro prodotti agrari sorpasserà di poco le lire 100 mila.
 
Religione. Questo paese è ora compreso nella giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari. Dopo di essere stato separato da quella Diocesi e fatto capo-luogo di diocesi, come residenza del vescovo delle Barbagie.
La cura delle anime è commessa a un prete, che ha il titolo di provicario ed è assistito da due altri sacerdoti.
Il titolare della parrocchiale è s. Pietro apostolo, il patrono s. Giorgio di Cagliari, vescovo delle Barbagie, che primo pose la residenza in questo luogo.
La costruzione della chiesa è antichissima e rimonta forse alla stessa età di s. Georgio, e probabilmente fu fatta erigere dallo stesso Santo per stabilirvi la sua cattedra.
Contiguo alla medesima dalla parte del vangelo è il santuario denominato dallo stesso Santo vescovo, dove credesi per antica tradizione che sia sepolto il corpo del medesimo.
Questo santuario è adorno d’una suntuosa tappezzeria con ricami d’oro ed argento, e adorno di dieci lampade d’argento. Sopra l’altare di marmi ben lavorati ammirasi la scultura del simulacro del Santo, e si venera con singolare religione da’ fedeli.
Noto qui che se la chiesa si fosse eretta alcun tempo dopo la morte del Santo, che subito ottenne dalla spontanea venerazione de’ popoli il culto de’ Santi, il santuario sarebbe stato compreso nella medesima.
In onore del Santo si festeggia solennemente due volte all’anno, la prima volta addì 24 aprile, la seconda nel secondo giorno di Pentecoste.
Questa seconda solennità è onorata da gran numero di forestieri, molti de’ quali vengono per divozione, altri per divertirsi. Nel vespro si ha lo spettacolo della corsa de’ barberi.
Manca il camposanto e si seppelliscono i cadaveri nell’antico cimiterio attiguo alla stessa parrocchia.
Nella campagna, alla distanza di cinque minuti verso l’austro, trovasi una chiesetta dedicata alla Vergine Assunta, dove si fanno solenni offici nel proprio giorno.
 
Antichità. Restano ancora in questo territorio, sebbene in parte disfatti, i seguenti nuraghi: il nur. Pisculu, che sta sui limiti di Seuni; il nur. Mannu, che trovasi su quelli di Senorbì; il nur. Bia, il nur. Frocaus, il nur. Bega, il nur. Luas, il nur. Scorjau, il nur. Ruina-Coa e il nur. Planu-Siara.
Feudo. Era questo paese compreso nel feudo dell’arcivescovo di Cagliari. La baronia denominata di Suelli e di s. Pantaleo. I diritti che si pagavano erano tenuissimi. La curia risiedeva in s. Pantaleo.
Memorie storiche. Torquitore o Torgodorio I giudice di Cagliari essendo stato per l’intercessione di s. Georgio liberato da una gravissima infermità volle attestargli la sua gratitudine con la donazione della terra demaniale di Suelli e Simieri, compresi i servi, le ancelle, le bestie, e tutta la masserizia. Questa donazione fu fatta nello scadere del secolo XI.
Dopo questa donazione il vescovo Georgio pose la sua residenza in questo luogo, e la continuarono i suoi successori; per interesse dello stato, perchè fossero vicini al principe a consigliarlo nelle occorrenze, così come vediamo nel vescovo di Foro-trajano, che per lo stesso fine pose la sua residenza fuori della diocesi, a pochi passi da Oristano, residenza dell’arcivescovo di Arborea.
Vescovi di Suelli o della Barbagia. Se pare certo che s. Georgio abbia il primo stabilita in Suelli la sede vescovile, non è certo che esso sia stato il primo vescovo della Barbagia, anzi è molto verisimile che abbia avuto moltissimi predecessori sino al primo vescovo che fu dato ai popoli barbaricini dopo la conversione de’ medesimi alla fede cristiana.
Se in altre provincie della Sardegna mentre dominavano i Saraceni sia stata interrotta la successione de’ vescovi, nol fu certamente nella Barbagia, i cui abitatori ritennero la libertà nella schiavitù comune, come l’aveano ritenuta contro gli assalti de’ cartaginesi, de’ romani e di barbari che esercitarono imperio sull’Isola.
Il vescovo delle Barbagie che ebbe il nome di Barbariense prese quello di Suellense dopo la traslazione della sede in Suelli.
I successori di s. Georgio, de’ quali rimane memoria nelle antiche scritture sono così riferiti dal Martini nella sua storia ecclesiastica di Sardegna:
Giovanni  morto nel  1112.  
Pietro  id.  1163. 
Paolo  id.  ? 
Torgodorio  id.  1215. 
Cherchi o Sergio  id.  1225. 
Guglielmo  id.  1355. 
Giacomo di Maltic  id.  1380. 
Benedetto dell’ordine Agostin. id. 1387.
Gerardo id. 1419.
Sotto il pontificato di Martino V ed al tempo del-l’arcivescovo cagliaritano Giovanni Fabri, che fu istituito nel 1423, la chiesa Suellense o Barbariense veniva unita alla Caralense, di cui era suffraganea.
Nel 1829 con bolla pontificia degli 8 novembre fu ristabilita la diocesi Barbariense con nuovo nome, perchè appellata di Ogliastra.
Dalla ristaurazione in qua ressero questa diocesi tre soli vescovi:
Serafino Carchero di Cuglieri eletto nel 1825 trasferito alla Bisarchiese nel 1834. 
Georgio Manurrita di Tempio consagrato nel 1838.
Michele Todde nel  1849.

 




[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XX, Torino 1850, pagg. 317-322.

sabato 28 luglio 2018

1364. Battaglia di Cascina


1364. Battaglia di Cascina
di Sergio Sailis

Cascina, 28 luglio 1364. “E giunti al campo percossene alle sbarre, e la prima schiera ruppeno le sbarre; e i Fiorentini erano forti su per la via et su per le case, gictando pietre et quadrella, tanto che l' Inghilesi e le genti di Pisa funno rocti et messi in volta. I Fiorentini perseguendoli, molti di quelli di Pisa spassimònno, et alquanti affogaron in Arno, et alquanti morti et molti presi.” (Sercambi)

L’esercito pisano (capitanato dall’inglese John Hawkwood) viene sconfitto da quello fiorentino a Cascina nei pressi della Badia di San Savino e solo per un’indecisione dei suoi condottieri (Galeotto Malatesta) Pisa non ebbe conseguenze ben più gravi.
(img tratta da http://catalogo.fondazionezeri.unibo.it rappresentante un bozzetto (purtroppo andato perduto)
per un affresco della battaglia di Cascina realizzato da Michelangelo Buonarroti
e riprodotto in dipinto da Bastiano da Sangallo (Aristotile da Sangallo) nel XVI sec.)

A seguito di questa sconfitta (così come dopo la disfatta della Meloria quando la città offrì il suo governo a Ugolino della Gherardesca) Pisa reagì affidando la sua guida ad una magistratura straordinaria, quella di Giovanni dell’Agnello, che da subito prenderà pieni poteri assumendo la signoria e intitolandosi “dux pisarum”.
Per superare la grave situazione di crisi generatasi dalla sconfitta e da molti anni di guerra il 29 agosto del medesimo anno tra i rappresentanti del comune di Firenze e quelli del “magnifici et excelsi domini domini Iohannis de Agnello, Dei gratia spectabilis ducis Pisarum et Communis et populi ipsius civitatis Pisarum et Luce defensoris” veniva sottoscritta, nella chiesa di San Francesco a Pescia, una pace controversa dove fiorentini e pisani, oltre a impegnarsi a liberare i rispettivi prigionieri e restituire vicendevolmente alcuni castelli, i pisani si obbligavano a versare ai rivali cento mila fiorini d’oro.

A Giovanni dell’Agnello si rivolgerà qualche mese dopo anche Pietro IV d’Aragona intimandogli di rimediare a quanto succedeva in Sardegna. Nell’isola Mariano IV aveva infatti ripreso le operazioni belliche contro gli aragonesi coinvolgendo indirettamente anche il Comune di Pisa che manteneva ancora il possesso (seppur a titolo di feudo) delle curatorie di Gippi e Trexenta; allo scoppio delle ostilità tra Aragona e Arborea gli abitanti delle due curatorie si erano apertamente schierati con quest’ultima e, per dirla con le parole dello Zurita, “ todos sus vasallos [di Pisa] favorecían al juez de Arborea y a sus secuaces”.
Nel 1365 il doge pisano invia pertanto Benincasa di Meo Casoni in missione diplomatica presso Mariano d’Arborea ma l’esito dell’ambasciata non dovette essere troppo positivo se il 18 ottobre 1365, durante l’assedio del castello di Sanluri, il sovrano arborense faceva impiccare Filippo della Sala, probabilmente l’ultimo vicario del Comune di Pisa in Sardegna.
Il successivo perdurare delle operazioni militari nell’isola non consentirà ai pisani (sconfitti e sulla difensiva in Toscana e in condizioni più che precarie in Sardegna) di ristabilire il controllo sulle due curatorie che saranno invece per diversi decenni contese tra Aragona e Arborea.

venerdì 27 luglio 2018

1409. Notizia della vittoria di Sanluri

1409. Notizia della vittoria di Sanluri
Sergio Sailis

Barcellona, 22 luglio 1409: “Sapiats que digmenge a XIIII del present mes estants en la casa de Bellesguard e desijants molt saber novelles de nostre molt car primogenit lo rey de Sicilia e de la sua host veem de la finestra de la nostra cambra venir una galea de les parts de levant que arriba en la plaja de Barchinona e a cap de un poch fo ab nos en G. Pujada quins dix que la dita galea venia de Sardenya e que portava bona nova pero que ell encara no la sabia: e apres fort poch estants nos en la dita finestra veem venir mossen Jacme Roure et en Johan Barthomeu ab III harauts fort corrents e abans que fossen dos trets de ballesta prop de la dita casa de Bellesguard començaren tots a cridar a altes veus e vengueren cridant «victoria, victoria, Arago et Sanct Jordi». ”


Sappiate che domenica, il 14 del mese presente, stando nella casa de Bellesguard e desiderando molto avere notizie nel nostro molto caro primogenito re di Sicilia e della sua armata vedemmo dalla finestra della nostra camera venire una galea dalle parti di levante che arrivava nella spiaggia di Barcellona e poco dopo fu da noi messer G. Pujada che disse che la detta galea veniva dalla Sardegna e che portava buone nuove che però egli ancora non conosceva; e dopo pochi istanti noi nella detta finestra vedemmo venire messer Jacme Roure e messer Johan Barthomeu con III araldi correndo forte e prima che fossero a due tiri di balestra vicino alla casa di Bellesguard cominciarono tutti a gridare ad alta voce «victoria, victoria, Arago et Sanct Jordi»




(img. ruderi della torre di Bellesguard fatta costruire da Martino I.
Da una sua finestra il sovrano vide arrivare 
i messaggeri con la notizia della vittoria)

Re Martino d’Aragona risponde a Pere Torrelles (dalla quale estrapoliamo alcuni passaggi)informandolo di avere ricevuto la sua lettera  e quella di suo figlio (che purtroppo non ci sono pervenute) recanti la lieta notizia circa “lo fet de la batalla e de la victoria que sen era seguida e de la preso de Sanct Luri”. Pochi giorni prima, il 14 luglio, era infatti arrivata a Barcellona la notizia del vittorioso scontro di Sanluri e il sovrano da conto al capitano di tutti i festeggiamenti e delle orazioni fatte nella cattedrale di Sant’Eulalia e nelle altre chiese della città.

La gioia del sovrano sarà però destinata a durare ancora per pochi giorni. Qualche giorno dopo infatti riceverà la notizia della morte del suo primogenito e unico erede al trono.
(Sui ruderi della torre di re Martino agli inizi del ‘900 Gaudì
fece realizzare un’altra torre diventata oggi
importante attrazione turistica di Barcellona)
"E pujants alt en la dita casa faerennos reverencia ens donaren les letres que portaven del dit nostre molt car primogenit e de vos e dels altres ens recitaren largament lo fet de la batalla e de la victoria que sen era seguida e de la preso de Sanct Luri les quals havia XV jorns que eren estades fetes e encara res non sabiem de que haguem inextimable plaer e singular consolacio e per sobres de goig prenguemnos a plorar e encontinent votam de anar a la seu de Barchinona e de enclourens aqui per tenirhi novena e complir altres vots que ya haviem fets esperants la bona novella dessus dita."

mercoledì 18 luglio 2018

1270, re Luigi IX di Francia a Cagliari

1270, re Luigi IX di Francia a Cagliari
di Sergio Sailis
 
 
“Entretant, le jour du dimenche, environ le soleil couchant, l’en se merveilla mout forment de ce que il avoit si lonc voiage jusques au port de Callerique la où les barons devoient estre atendus; et pour ce furent les mestres de la nef apellés, devant le roy, du lie où il estoient adonc.”
(Chronique de Primat tradotta in francese da J. de Vignay nel XIV sec.)
L’8 luglio 1270 davanti al porto di Cagliari giunge la flotta di re Luigi IX di Francia. L’armata, partita qualche giorno prima dal porto di Aigues Mortes, era diretta in oriente per partecipare alla crociata (l’ottava, promossa e comandata proprio dal sovrano francese) e fece uno scalo tecnico nel porto cagliaritano di “Bangaie in Sardinea in castello Castri”. Nei giorni precedenti c’era stato mare molto mosso e le truppe avevano bisogno di ristoro nonché di rifornirsi di cibo e acqua; inoltre c’era l’intenzione di fare una piccola sosta per consentire il ricongiungimento di tutta la flotta in modo da affrontare in modo unitario l’ultimo tratto di mare che li separava dalla destinazione finale.
L’accoglienza degli uomini di Castel di Castro però non fu delle migliori; come dice la cronaca infatti “nos gens trouvèrent les hommes du chastel mout contraires et rebelles à euls”. I pisani infatti non permisero l’ingresso in città del sovrano francese e del suo seguito e si limitarono a rivendere ai crociati ciò di cui avevano bisogno peraltro a prezzi altissimi. Venne comunque concesso, specialmente per dar modo di curare i malati, di soggiornare nella “ville bas” il villaggio posto sotto le mura cittadine, ossia Stampace. Alcuni furono ricevuti nel convento dei Frati Minori mentre altri trovarono riparo in “mesons qui estoient en terre” tanto piccole e malridotte che in Francia, secondo gli stessi membri della spedizione, erano considerate inabitabili. Per alcuni storici queste misere casupole probabilmente non sono altro che i resti dell’antica capitale giudicale di Santa Igia all’epoca ancora ben visibili dopo appena poco più di due lustri dalla sua distruzione ad opera dei pisani nel 1258.
Il motivo di tanta diffidenza da parte dei castellani di Castel di Castro era dovuto al fatto che la flotta che trasportava i crociati era in buona parte composta da naviglio genovese, ossia il nemico giurato dei pisani che per tanto tempo aveva conteso agli stessi il giudicato cagliaritano e ancora in competizione con loro per i mercati mediterranei.



 
Nei giorni successivi il re, dopo aver tenuto un consiglio di guerra, radunata tutta la flotta il 15 luglio decide di salpare dalla terra sarda cambiando però (non senza più di qualche malumore da parte genovese) la destinazione: anziché dirigersi verso la Terrasanta re Luigi decide di puntare verso l’attuale Tunisia giungendo davanti a Tunisi il 17 e sbarcando in prossimità di Cartagine il 19.

(Re Luigi IX di Francia mentre sbarca a Cartagine
img. tratta da www.alamy.it: )

 
Il sovrano francese, dopo aver posto l’assedio a Cartagine, resta però anch’egli colpito dall’epidemia che già stava decimando il suo esercito e il 25 agosto muore. Qualche anno dopo, l’11 agosto 1297, con la bolla “Gloria, laus et honor” Luigi IX verrà canonizzato da una vecchia conoscenza sarda, quel Bonifacio VIII che appena qualche mese prima aveva concesso la “licentia invadendi” sull’isola a Giacomo II d’Aragona.

martedì 17 luglio 2018

1288, La cattura di Ugolino della Gherardesca

1288, La cattura di Ugolino della Gherardesca
Sergio Sailis

“Et l'arciveschovo entrò in Signioria et confortò li sua seguaci et signoregiò in fino a ottobre.” (Roncioni)

Il 2 luglio 1288 all’arcivescovo di Pisa, Ruggero degli Ubaldini, vengono conferiti i titoli di “potestas, rector et gubernator Comunis et Populi pisani” subentrando così a Nino Visconti e Ugolino della Gherardesca. É l’epilogo del colpo di mano da lui orchestrato contro i due condomini che per alcuni anni avevano retto la città.

L’arcivescovo infatti, a capo di diverse famiglie aristocratiche pisane (Lanfranchi, Gualandi, Sismondi, ecc.), il precedente 30 giugno aveva organizzato un’insurrezione contro il Giudice di Gallura e suo nonno. Nino Visconti riuscì a fuggire appena in tempo dalla città rifugiandosi nel castello di Calci mentre Ugolino, che invece si trovava nel suo castello di Settimo, rientra in città e il 1° luglio è costretto dai rivoltosi ad un’aspra battaglia nelle vie cittadine. Negli scontri il Donoratico ha la peggio. Asserragliatosi nel palazzo degli Anziani dopo un’inutile resistenza è però costretto a capitolare; durante gli scontri perdono la vita un suo figlio bastardo, Banduccio, e un suo nipote, Enrico figlio di Guelfo, mentre il conte viene fatto prigioniero assieme ai figli Gaddo e Uguccione, ai nipoti Nino il Brigata e Anselmuccio e al pronipote Guelfuccio (figlio dell'ucciso Enrico) il quale, ancora lattante, che verrà in seguito liberato.

Come noto Ugolino e i suoi famigliari finiranno miseramente i propri giorni nella torre dei Gualandi mentre Nino si unirà alla lega guelfa toscana (Firenze e Lucca in primo luogo) e Genova e continuerà a combattere contro il Comune di Pisa assieme anche ai figli di Ugolino, Guelfo, Lotto e Matteo, che in Sardegna caparbiamente combatteranno, inutilmente, contro Pisa e i suoi alleati sardi, principalmente Mariano d’Arborea.
 

“Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,

e questi è l'arcivescovo Ruggieri:

or ti dirò perché i son tal vicino.”
 

(Dante, Divina Commedia, Inferno, Canto XXXIII, IX cerchio, Il conte Ugolino
 
 
 
(nell’img. tratta da Wikipedia: Ugolino mentre morde il cranio di Ruggeri degli Ubaldini. Illustrazione del Canto XXXII della Divina Commedia di Gustave Doré)

 

lunedì 4 giugno 2018

Sisini


Immagini della Trexenta ottocentesca: Sisini
 
(Sisini viene inserito in questo spazio in quanto attualmente è parte integrante del comune di Senorbì anche se storicamente apparteneva alla curatoria di Siurgus)

 
 
SISINI, villaggio della Sardegna nella divisione e provincia di Cagliari, compreso nel mandamento di Senorbì, sotto il tribunale di prima cognizione di Cagliari, e nella Trecenta antico cantone del regno di Cagliari.
La sua posizione geografica è nella latitudine 29° 33' 50", e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 3'.
Siede sopra la falda d’un colle tra due vallette, una a levante, e l’altra a ponente, ventilato da tramontana ed altre parti, meno però da sirocco, dove il terreno elevasi notevolmente nelle eminenze di s. Basilio.
Nell’estate vi si patisce non poco del caldo, e nell’inverno del freddumido. In questa stagione cade talvolta della neve, che presto è disciolta.
Le pioggie sono qui pure scarse, la nebbia rara; non pertanto l’umidità vi è sentita spesso e massime ne’ crepuscoli.
L’aria si riconosce malsana, sebbene non tanto, quanto in altre regioni della Trecenta.
 
Territorio. È piuttosto ristretto, e forse non comprende tre miglia quadrate.
Sono nel paese molti pozzi, le cui acque sono non solo disgustose, ma gravi allo stomaco, sebbene si creda che convengano molto al bestiame, che prospera, come pare, quando si abbevera delle medesime.
Fonte pubblica. Pare sia questa un’acqua minerale, di cui però non si conosce nessun ingrediente, giacchè non si può accertare che abbia del ferro, come pare ad alcuni dal gusto. Questo gusto non la rende molto potabile ai non avvezzi; ma quelli che la bevono se ne lodano assai, perchè subito si digerisce, e molto giova allo stomaco. Essa è di una gran limpidità, scioglie assai bene il sapone, e serve a cuocere i legumi con la massima facilità, le quali doti la rendono pregiatissima sopre tutte le altre fonti, che sono inutili per lavare e cuocere.
Questa fonte trovasi in distanza di pochi minuti dall’abitato presso e di contro all’antica parrocchia. È stata scavata a poco più di due metri dalla superficie, poco più d’un metro sotto la roccia, e sgorga da una larga vena con molta copia e forza, sì che se il recipiente fosse fatto nel modo conveniente l’acqua salirebbe e si potrebbe avere un rivo. La poca attenzione che si ha nell’attingere fa che nel bacino cada la terra, e questo rende l’acqua men pura. Il comune sebbene povero si è più volte quotizzato per circondare il cratere di una sponda che impedisce la mescolanza della terra e altre materie all’acqua, ma queste quote gli esattori le applicarono ad altro oggetto.
Scorrono in questo territorio quattro rivoli, i quali a mezzo miglio sono riuniti in un solo fiumicello, che si cognomina di s. Cosimo.
Il principale de’ medesimi comincia a settentrione del paese a migl. 5 1/2 dalla fonte, detta Mitza de Tupperi, e si accresce di altri ruscelli prima di entrare nel sisinese. Entratovi e giunto a poca distanza dal paese dalla parte di greco riceve il rivolo di Seurgus, onde proceduto un miglio riceve proveniente dal levante le acque del monte di s. Basilio, e dopo poco men di un altro miglio riceve dall’altra parte (la destra) una parte delle acque di Seuni.
Sono rari i vegetabili di alto fusto, che si trovano in questo territorio, perchè sempre si è distrutto senza nessuna previdenza. Come i viventi patiscono per l’incuria dei maggiori, così patiranno i posteri, se non si cangi tenore, come è sperabile.
Di animali selvatici non si hanno altre specie, che lepri e conigli. La generazione di questi ultimi è tanto cresciuta che possono cagionare un notevole danno a’ seminati.
Delle specie di volatili citeremo le pernici, che può prendere chi vuole in ogni stagione, e le tortorelle che sono in gran numero nell’estate e nell’autunno.
 
Popolazione. Nel censimento del 1846 si notarono viventi in questo comune anime 211, distribuite in famiglie 52, e in case 46 (?).
Si distinguevano, secondo l’età in uno ed altro sesso, nelle seguenti parziali, sotto i 5 anni, maschi 16, femmine 11; sotto i 10, mas. 9, fem. 10; sotto i 20, mas. 23, fem. 24; sotto i 30, mas. 19, fem. 11; sotto i 40, mas. 24, fem. 21; sotto i 50, mas. 14, fem. 13; sotto i 60, mas. 5, fem. 7; sotto i 70, mas. 1, fem. 2; sotto i 100, fem. 1.
Rispettivamente poi alla condizione domestica il totale 111 di maschi si divideva in scapoli 68, ammogliati 39, vedovi 4; il totale 100 delle femmine in zitelle 45, maritate 46, vedove 9.
Questa popolazione invece di crescere va sempre diminuendo. Nelle note prese da me nel 1836 il numero delle anime era di 250.
Cagione di questa diminuzione vuolsi sia la ristrettezza del territorio, essendo molto vicini all’abitato i limiti di Suelli che era feudo dell’arcivescovo di Cagliari, a ponente ed a maestro; quelli di Seurgus dalla parte di levante e scirocco, col territorio demaniale, dove già fu l’antico villaggio di Sarassi, che apparteneva al feudatario duca di Mandas ed ora è tenuto in enfiteusi dal cav. Ignazio Cossu, professore di medicina nella università di Cagliari; ma come ognun vede, se il territorio che resta eguaglia forse le tre miglia quadrate, e se questo basterebbe non a tante anime quante abbiamo notato, ma al quadruplo, è da dirsi che la vera causa della spopolazione sia nella nessuna industria degli abitanti.
In altro tempo il territorio di Sisini credesi fosse più esteso; ma dal 1583 in virtù d’una sentenza che si emanò in una lite tra D. Salvatore Satrillas, signore dell’Incontrada di Gerrei e di Sisini, e il signore di Seurgus e di Mandas, questo territorio fu ridotto a’ termini attuali.
Notasi però che non ostante tanto ristringimento di territorio la popolazione restò ancora numerosa sin intorno al 1648, quando imperversò una epidemia tanto mortifera, onde perì la massima parte della popolazione non rimanendovi più nè preti, nè notai. Consta questo da un istromento catalano della causa pia, dove si parla della morte di uno de’ principali del paese e de’ più opulenti, che nominavasi Antonio Palla, del quale trovossi pure memoria in un frammento della lapida che copriva la tomba della famiglia: sepultura de Antoni Palla e Palonia Sanna et de sus hereus MDCXLVIII.
A prova della maggior popolazione che in altro tempo abitava Sisini sono le molte vestigie di fabbricati, che si osservano intorno.
Avviene qualche anno che non si celebri alcun matrimonio. In media però se ne potrebbero dare a ciascun anno 3.
Le nascite possono sommare a 10. La metà dei nati muore ordinariamente dentro il triennio, come accade nelle altre parti della Trecenta, perchè in quei primi anni sono generalmente i bambini soggetti a febbri putride.
Questa morbosa disposizione si attribuisce al latte che secernono le madri nel nutrimento malsano e segnatamente nell’abuso delle frutta immature, di cui son ghiotte, ed inoltre al patimento delle medesime, che nel tempo della messe vanno a spigolare e depongono i piccoli sopra le ardenti zolle. Che nell’assegnamento di questa causa sia ragionevolezza apparisce da ciò che nelle case agiate dove le madri sono nutrite salubremente e non si espongono all’inclemenza estiva i piccoli prosperano, e da quest’altro che la mortalità de’ grandi e de’ piccoli è più frequente dall’agosto all’ottobre, che in altri mesi.
A questa mortalità finora contribuirono molto i flebotomi che facendo come fanno in luoghi cultissimi i famosi medici, cioè adoperando il salasso come panacea universale ottenevano lo stesso effetto di spegnere i malati. La prova è patente perchè come si cessa in qualche parte dall’abuso del salasso la mortalità diminuisce. Alcuni parrochi hanno avuto abbastanza di autorità da reprimere il loro istinto sanguinario consigliando medicamenti meno pericolosi, gli emetici ed i purganti.
I sisinesi sono come altri abitanti de’ luoghi di aria bassa ed insalubre poco temperanti nel bevere ed amano i liquori.
Vedesi molto amore alla pulizia e costumasi poco prima delle solennità di imbiancare con certa argilla, simile alla calce, le mura e il pavimento delle case, ed anche le loggie.
Il ballo è il solito divertimento, e si tiene assalariato un suonatore di lionelle o di flauto e tamburo, perchè possa il popolo ricrearsi ne’ giorni festivi di mattina e di sera.
Sono occupati nell’agraria persone 70, nella pastorizia 20, ne’ mestieri 3. Le donne si occupano in filare e tessere e lino e lana.
Mancò finora ogni istruzione e non si è aperta ancora una scuola primaria.
 
Agricoltura. Il terreno è atto a tutte le maniere di cultura ed è di una gran feracità.
La parte occidentale è poco atta alla vigna perchè essendo piana e la terra molto argillosa si indurisce nella siccità e si fende; ma nell’orientale dove il suolo si rileva in varie collinette vi prosperano pure le viti e danno vino buono, se il mosto sia ben manipolato. Siccome però importa più la coltivazione del grano, così quella delle viti è praticata da pochi.
Le regioni culte sono, come generalmente nelle altre parti, divise in due, nelle quali si alterna la seminagione del frumento e dell’orzo.
In ciascuna di queste si posson seminare da 250 a 500 starelli di grano, e 70 d’orzo: nell’altra che si tiene a maggese e si prepara per l’anno seguente si sogliono seminare circa 150 starelli tra fave, ceci, lenticchie, ecc. Il frutto medio delle varie specie si computa al duodecimo.
L’orticoltura si esercita da pochissimi per il solo bisogno della casa; ma nell’estate si piantano a secco de’ meloni, che danno frutti gustosissimi, i quali appesi in luogo ventilato durano sino al marzo.
Le terre chiuse per pastura e seminatura alternata, sono poche e piccole: ma vi si semina più spesso ed allora bisogna pagare per il pascolo degli animali di servigio nelle terre de’ paesi vicini.
Ne’ poderi si hanno alberi fruttiferi di diverse specie, e più comunemente peri, susini, mandorli, fichi, ecc. I proprietari ne godon poco, perchè i ladri tolgon le frutta prima che sieno ben mature.
 
Pastorizia. Si hanno in Sisini buoi per l’agricoltura 60, cavalli 16, giumenti 40, majali 25.
Il bestiame rude comprende capi vaccini 120, pecore 850, cavalle 20, porci 300, i quali nel tempo delle ghiande si portano in altri territori, dove sieno selve.
 
Commercio. Sisini dista poco più di un miglio da Suelli, dove passa la strada orientale, per cui si va a Cagliari e si possono trasportare i prodotti agrari. La somma che si guadagna è poco notevole.
 
Religione. Questo popolo già compreso nella diocesi di Dolia ora resta sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari ed è amministrato nelle cose spirituali da un parroco, che ha il titolo di rettore ed è assistito da un altro prete.
Sino al 1826 era parrocchiale la chiesa di s. Pietro apostolo; ma perchè essa che in altro tempo era in mezzo all’antico maggior abitato, restava fuori alla distanza di 5 minuti dal presente paese ed era però poco comodo al popolo ed ai preti l’andarvi, se ne fabbricò un’altra nel centro di questo presso la casa rettorale e fu dedicata al Patrocinio della B. V., o come dicono alla N. Donna della Difesa.
Non essendosi formato un campo santo secondo le regole si seppelliscono i defunti nella suddetta antica parrocchia e nel suo recinto.
Resta la memoria con le vestigie di due chiese rurali, ed una di esse, dedicata alla Vergine Assunta, trovavasi alle spalle della suddetta chiesa di s. Pietro, l’altra a s. Basilio presso i ruderi del nuraghe che si denomina da questo santo.
Nella prima festeggiavasi per otto giorni con gran concorso di gente e grandi conviti.
Intorno alla seconda si osservano vestigie di non piccolo abitato e si nota la forma circolare delle fondamenta (?). Si potrebbe credere che quelle abitazioni fossero come si vedono ancora certe grandi capanne con muro circolare, sul quale sorge il tetto in figura di un cono costrutto di travi e vestito di frasche e fieno.
Nuraghi. In tre eminenze intorno al paese e distanti una dall’altra un quarto d’ora incirca erano tre nuraghi.
Ora due di essi sono in massima parte distrutti, il terzo conserva ancora la sua forma ed è alto circa metri 7, il quale per buona sorte non fu distrutto con gli altri nel principio di questo secolo dagli stolidi ricercatori de’ tesori.
Uno di questi nuraghi è nell’eminenza, in cui è posta l’antica parrocchia; l’altro in quello di Casaspu; il terzo è l’esistente che dicesi nuraghe-mannu.
 



[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XX, Torino 1850, pagg. 227-232.

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