Visualizzazione post con etichetta Angius. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Angius. Mostra tutti i post

giovedì 9 agosto 2018

Suelli

Suelli[1]
Immagini della Trexenta ottocentesca: Suelli
 

SUELLI, villaggio della Sardegna nella divisione e provincia di Cagliari, compreso nel mandamento di Senorbì, sotto la giurisdizione del tribunale di prima cognizione stabilito nella capitale e già parte della curatoria di Trecenta appartenente al regno cagliaritano.
La sua posizione geografica è nella latitudine 39.° 34.' 10." e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari, 0.° 1.' 20.".
Siede nel piano della Trecenta, dove esso comincia a chinarsi verso la valle a levante, e tiene a settentrione le eminenze di Seùni, a levante quelle di Sìsini e di s. Basilio, sì che da queste parti non soffre la libera influenza de’ venti, come al ponente e al mezzodì.
Il suolo è piuttosto secco e ben di rado ingombro dalla nebbia, come è raro che nell’inverno lo sia dalla neve.
L’aria in certi tempi non è salubre, perchè infetta dai miasmi delle vicine terre paludose a ponente e a libeccio.
 
Territorio. La sua superficie si può computare di miglie quadrate 3 1/2 quasi tutta piana fuori dove contermina con Seuni, nella qual parte sono de’ rialti.
Trovansi pochi tratti della medesima che si lasciano incolti, il rimanente si coltiva tutti gli anni od alternativamente.
Manca il bosco ceduo e solo si hanno delle macchie, sì che si patisce scarsezza di combustibile e bisogna spendere per averlo dalle regioni montuose del levante.
Il selvaggiume consiste nelle sole lepri. Tra gli uccelli sono a notare le pernici, ma piuttosto rare, e le altre specie che ricercano i cacciatori.
Le fonti sono pochissime; la più notevole è quella che dicono Sa mitza de s. Giorgi alla parte di settentrione. L’acqua è buona simile all’acqua delle fonti di Seuni, ed è perenne, perchè nè anche in tempi di siccità è venuta mai meno.
Uno de’ rivoli, che abbiamo già notato nell’articolo di Seuni, quello che ha le sorgenti a levante di questo paese a poco meno di un miglio, scorre a un miglio anche a levante di Suelli e divide questo territorio da quello di Seurgus.
 
Popolazione. Nel citato censimento del 1846 si notarono in Suelli anime 990, distribuite in famiglie 227 e in case 201.
Le diverse età in uno ed altro sesso avevano i seguenti numeri, onde si componeva quel totale.
·         sotto gli anni 5 mas. 56, fem. 51;
·         sotto i 10 mas. 61, fem. 53;
·         sotto i 20 mas. 96, fem. 100;
·         sotto i 30 mas. 80, fem. 72;
·         sotto i 40 mas. 60, fem. 86;
·         sotto i 50 mas. 77, fem. 66;
·         sotto i 60 mas. 42, fem. 31;
·         sotto i 70 mas. 17, fem. 22;
·         sotto gli 80 mas. 7, fem. 8;
·         sotto i 90 mas. 3, fem. 1;
·         sopra i 100 mas. 1.
Distinguevansi poi secondo le condizioni domestiche,
·         il totale de’ mas. 500 in scapoli 303, ammogliati 177, vedovi 20;
·         il totale delle fem. 490 in zitelle 261, maritate 179, vedove 50.
I numeri del movimento della popolazione sono nascite 35, morti 17, matrimoni 5.
I suellesi sono generalmente laboriosi e spiegano certa industria. Non pochi però vivono in qualche agiatezza.
Le proprietà non sono però molto divise, possedendo alcuni molte terre, altri nessuna. Ma questi che ne mancano locano la loro opera a’ proprietari maggiori e così ottengono la sussistenza per se e per la famiglia.
La professione principale è l’agricoltura; le altre sono la pastorizia, i mestieri, il negozio, il trasporto de’ generi.
Le donne lavorano il lino e fanno delle tele di semplice tessitura ed operate.
La scuola elementare suole avere inscritti da 20 a 30 fanciulli; ma non si frequenta che dalla metà e con pochissimo profitto. In tutto il paese non più di 15 sanno leggere e scrivere.
 
Agricoltura. I terreni di Suelli sono di tanta fertilità quanto i più riputati in questa regione di Trecenta, che ha i primi vanti di fecondità nell’isola.
La quantità ordinaria che si semina è di starelli 1400 di grano, 250 d’orzo, 450 di fave, 90 di legumi, 70 di lino.
La fruttificazione, se non sono disfavorevoli le condizioni della meteorologia, rende per comune il 15 e più del grano, altrettanto dell’orzo e delle fave.
L’orticoltura occupa piccoli tratti di terreno, lavorandosi quanto basta per il bisogno delle famiglie proprietarie e per poche altre.
La vigna contienesi in circa 200 giornate ed ha molte varietà di uve. La vendemmia è abbondante, ma i vini non sono di particolar bontà, si consuma tutto nel paese.
I fruttiferi delle diverse specie comuni, che sono nel vigneto, non sorpassano forse i 3000 ceppi.
Fra essi sono alcune centinaja di olivi.
Le terre chiuse, oltre le vignate, avranno in superficie circa 600 giornate. In esse si semina alternatamene e si introduce a pastura il bestiame manso.
 
Pastorizia. Il bestiame di servigio comprende buoi 400, cavalli 60, giumenti 200.
Il numero de’ majali che si allevano non oltrepassa i 100. Il pollame è copiosissimo.
Il bestiame rude numera vacche 120, cavalle 80, pecore 2550, porci 300.
L’apicultura avrà bugni 350.
 
Commercio. Trovandosi Suelli nella via orientale è in situazione ottima per il commercio, per la facilità del trasporto a Cagliari. Ma non si è ancora dimesso l’uso de’ carri sardi, troppo lenti nel movimento e capevoli di molto meno che porti un carrettone tratto da uno o più cavalli.
Il guadagno, che i suellesi ottengono da’ loro prodotti agrari sorpasserà di poco le lire 100 mila.
 
Religione. Questo paese è ora compreso nella giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari. Dopo di essere stato separato da quella Diocesi e fatto capo-luogo di diocesi, come residenza del vescovo delle Barbagie.
La cura delle anime è commessa a un prete, che ha il titolo di provicario ed è assistito da due altri sacerdoti.
Il titolare della parrocchiale è s. Pietro apostolo, il patrono s. Giorgio di Cagliari, vescovo delle Barbagie, che primo pose la residenza in questo luogo.
La costruzione della chiesa è antichissima e rimonta forse alla stessa età di s. Georgio, e probabilmente fu fatta erigere dallo stesso Santo per stabilirvi la sua cattedra.
Contiguo alla medesima dalla parte del vangelo è il santuario denominato dallo stesso Santo vescovo, dove credesi per antica tradizione che sia sepolto il corpo del medesimo.
Questo santuario è adorno d’una suntuosa tappezzeria con ricami d’oro ed argento, e adorno di dieci lampade d’argento. Sopra l’altare di marmi ben lavorati ammirasi la scultura del simulacro del Santo, e si venera con singolare religione da’ fedeli.
Noto qui che se la chiesa si fosse eretta alcun tempo dopo la morte del Santo, che subito ottenne dalla spontanea venerazione de’ popoli il culto de’ Santi, il santuario sarebbe stato compreso nella medesima.
In onore del Santo si festeggia solennemente due volte all’anno, la prima volta addì 24 aprile, la seconda nel secondo giorno di Pentecoste.
Questa seconda solennità è onorata da gran numero di forestieri, molti de’ quali vengono per divozione, altri per divertirsi. Nel vespro si ha lo spettacolo della corsa de’ barberi.
Manca il camposanto e si seppelliscono i cadaveri nell’antico cimiterio attiguo alla stessa parrocchia.
Nella campagna, alla distanza di cinque minuti verso l’austro, trovasi una chiesetta dedicata alla Vergine Assunta, dove si fanno solenni offici nel proprio giorno.
 
Antichità. Restano ancora in questo territorio, sebbene in parte disfatti, i seguenti nuraghi: il nur. Pisculu, che sta sui limiti di Seuni; il nur. Mannu, che trovasi su quelli di Senorbì; il nur. Bia, il nur. Frocaus, il nur. Bega, il nur. Luas, il nur. Scorjau, il nur. Ruina-Coa e il nur. Planu-Siara.
Feudo. Era questo paese compreso nel feudo dell’arcivescovo di Cagliari. La baronia denominata di Suelli e di s. Pantaleo. I diritti che si pagavano erano tenuissimi. La curia risiedeva in s. Pantaleo.
Memorie storiche. Torquitore o Torgodorio I giudice di Cagliari essendo stato per l’intercessione di s. Georgio liberato da una gravissima infermità volle attestargli la sua gratitudine con la donazione della terra demaniale di Suelli e Simieri, compresi i servi, le ancelle, le bestie, e tutta la masserizia. Questa donazione fu fatta nello scadere del secolo XI.
Dopo questa donazione il vescovo Georgio pose la sua residenza in questo luogo, e la continuarono i suoi successori; per interesse dello stato, perchè fossero vicini al principe a consigliarlo nelle occorrenze, così come vediamo nel vescovo di Foro-trajano, che per lo stesso fine pose la sua residenza fuori della diocesi, a pochi passi da Oristano, residenza dell’arcivescovo di Arborea.
Vescovi di Suelli o della Barbagia. Se pare certo che s. Georgio abbia il primo stabilita in Suelli la sede vescovile, non è certo che esso sia stato il primo vescovo della Barbagia, anzi è molto verisimile che abbia avuto moltissimi predecessori sino al primo vescovo che fu dato ai popoli barbaricini dopo la conversione de’ medesimi alla fede cristiana.
Se in altre provincie della Sardegna mentre dominavano i Saraceni sia stata interrotta la successione de’ vescovi, nol fu certamente nella Barbagia, i cui abitatori ritennero la libertà nella schiavitù comune, come l’aveano ritenuta contro gli assalti de’ cartaginesi, de’ romani e di barbari che esercitarono imperio sull’Isola.
Il vescovo delle Barbagie che ebbe il nome di Barbariense prese quello di Suellense dopo la traslazione della sede in Suelli.
I successori di s. Georgio, de’ quali rimane memoria nelle antiche scritture sono così riferiti dal Martini nella sua storia ecclesiastica di Sardegna:
Giovanni  morto nel  1112.  
Pietro  id.  1163. 
Paolo  id.  ? 
Torgodorio  id.  1215. 
Cherchi o Sergio  id.  1225. 
Guglielmo  id.  1355. 
Giacomo di Maltic  id.  1380. 
Benedetto dell’ordine Agostin. id. 1387.
Gerardo id. 1419.
Sotto il pontificato di Martino V ed al tempo del-l’arcivescovo cagliaritano Giovanni Fabri, che fu istituito nel 1423, la chiesa Suellense o Barbariense veniva unita alla Caralense, di cui era suffraganea.
Nel 1829 con bolla pontificia degli 8 novembre fu ristabilita la diocesi Barbariense con nuovo nome, perchè appellata di Ogliastra.
Dalla ristaurazione in qua ressero questa diocesi tre soli vescovi:
Serafino Carchero di Cuglieri eletto nel 1825 trasferito alla Bisarchiese nel 1834. 
Georgio Manurrita di Tempio consagrato nel 1838.
Michele Todde nel  1849.

 




[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XX, Torino 1850, pagg. 317-322.

lunedì 4 giugno 2018

Sisini


Immagini della Trexenta ottocentesca: Sisini
 
(Sisini viene inserito in questo spazio in quanto attualmente è parte integrante del comune di Senorbì anche se storicamente apparteneva alla curatoria di Siurgus)

 
 
SISINI, villaggio della Sardegna nella divisione e provincia di Cagliari, compreso nel mandamento di Senorbì, sotto il tribunale di prima cognizione di Cagliari, e nella Trecenta antico cantone del regno di Cagliari.
La sua posizione geografica è nella latitudine 29° 33' 50", e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 3'.
Siede sopra la falda d’un colle tra due vallette, una a levante, e l’altra a ponente, ventilato da tramontana ed altre parti, meno però da sirocco, dove il terreno elevasi notevolmente nelle eminenze di s. Basilio.
Nell’estate vi si patisce non poco del caldo, e nell’inverno del freddumido. In questa stagione cade talvolta della neve, che presto è disciolta.
Le pioggie sono qui pure scarse, la nebbia rara; non pertanto l’umidità vi è sentita spesso e massime ne’ crepuscoli.
L’aria si riconosce malsana, sebbene non tanto, quanto in altre regioni della Trecenta.
 
Territorio. È piuttosto ristretto, e forse non comprende tre miglia quadrate.
Sono nel paese molti pozzi, le cui acque sono non solo disgustose, ma gravi allo stomaco, sebbene si creda che convengano molto al bestiame, che prospera, come pare, quando si abbevera delle medesime.
Fonte pubblica. Pare sia questa un’acqua minerale, di cui però non si conosce nessun ingrediente, giacchè non si può accertare che abbia del ferro, come pare ad alcuni dal gusto. Questo gusto non la rende molto potabile ai non avvezzi; ma quelli che la bevono se ne lodano assai, perchè subito si digerisce, e molto giova allo stomaco. Essa è di una gran limpidità, scioglie assai bene il sapone, e serve a cuocere i legumi con la massima facilità, le quali doti la rendono pregiatissima sopre tutte le altre fonti, che sono inutili per lavare e cuocere.
Questa fonte trovasi in distanza di pochi minuti dall’abitato presso e di contro all’antica parrocchia. È stata scavata a poco più di due metri dalla superficie, poco più d’un metro sotto la roccia, e sgorga da una larga vena con molta copia e forza, sì che se il recipiente fosse fatto nel modo conveniente l’acqua salirebbe e si potrebbe avere un rivo. La poca attenzione che si ha nell’attingere fa che nel bacino cada la terra, e questo rende l’acqua men pura. Il comune sebbene povero si è più volte quotizzato per circondare il cratere di una sponda che impedisce la mescolanza della terra e altre materie all’acqua, ma queste quote gli esattori le applicarono ad altro oggetto.
Scorrono in questo territorio quattro rivoli, i quali a mezzo miglio sono riuniti in un solo fiumicello, che si cognomina di s. Cosimo.
Il principale de’ medesimi comincia a settentrione del paese a migl. 5 1/2 dalla fonte, detta Mitza de Tupperi, e si accresce di altri ruscelli prima di entrare nel sisinese. Entratovi e giunto a poca distanza dal paese dalla parte di greco riceve il rivolo di Seurgus, onde proceduto un miglio riceve proveniente dal levante le acque del monte di s. Basilio, e dopo poco men di un altro miglio riceve dall’altra parte (la destra) una parte delle acque di Seuni.
Sono rari i vegetabili di alto fusto, che si trovano in questo territorio, perchè sempre si è distrutto senza nessuna previdenza. Come i viventi patiscono per l’incuria dei maggiori, così patiranno i posteri, se non si cangi tenore, come è sperabile.
Di animali selvatici non si hanno altre specie, che lepri e conigli. La generazione di questi ultimi è tanto cresciuta che possono cagionare un notevole danno a’ seminati.
Delle specie di volatili citeremo le pernici, che può prendere chi vuole in ogni stagione, e le tortorelle che sono in gran numero nell’estate e nell’autunno.
 
Popolazione. Nel censimento del 1846 si notarono viventi in questo comune anime 211, distribuite in famiglie 52, e in case 46 (?).
Si distinguevano, secondo l’età in uno ed altro sesso, nelle seguenti parziali, sotto i 5 anni, maschi 16, femmine 11; sotto i 10, mas. 9, fem. 10; sotto i 20, mas. 23, fem. 24; sotto i 30, mas. 19, fem. 11; sotto i 40, mas. 24, fem. 21; sotto i 50, mas. 14, fem. 13; sotto i 60, mas. 5, fem. 7; sotto i 70, mas. 1, fem. 2; sotto i 100, fem. 1.
Rispettivamente poi alla condizione domestica il totale 111 di maschi si divideva in scapoli 68, ammogliati 39, vedovi 4; il totale 100 delle femmine in zitelle 45, maritate 46, vedove 9.
Questa popolazione invece di crescere va sempre diminuendo. Nelle note prese da me nel 1836 il numero delle anime era di 250.
Cagione di questa diminuzione vuolsi sia la ristrettezza del territorio, essendo molto vicini all’abitato i limiti di Suelli che era feudo dell’arcivescovo di Cagliari, a ponente ed a maestro; quelli di Seurgus dalla parte di levante e scirocco, col territorio demaniale, dove già fu l’antico villaggio di Sarassi, che apparteneva al feudatario duca di Mandas ed ora è tenuto in enfiteusi dal cav. Ignazio Cossu, professore di medicina nella università di Cagliari; ma come ognun vede, se il territorio che resta eguaglia forse le tre miglia quadrate, e se questo basterebbe non a tante anime quante abbiamo notato, ma al quadruplo, è da dirsi che la vera causa della spopolazione sia nella nessuna industria degli abitanti.
In altro tempo il territorio di Sisini credesi fosse più esteso; ma dal 1583 in virtù d’una sentenza che si emanò in una lite tra D. Salvatore Satrillas, signore dell’Incontrada di Gerrei e di Sisini, e il signore di Seurgus e di Mandas, questo territorio fu ridotto a’ termini attuali.
Notasi però che non ostante tanto ristringimento di territorio la popolazione restò ancora numerosa sin intorno al 1648, quando imperversò una epidemia tanto mortifera, onde perì la massima parte della popolazione non rimanendovi più nè preti, nè notai. Consta questo da un istromento catalano della causa pia, dove si parla della morte di uno de’ principali del paese e de’ più opulenti, che nominavasi Antonio Palla, del quale trovossi pure memoria in un frammento della lapida che copriva la tomba della famiglia: sepultura de Antoni Palla e Palonia Sanna et de sus hereus MDCXLVIII.
A prova della maggior popolazione che in altro tempo abitava Sisini sono le molte vestigie di fabbricati, che si osservano intorno.
Avviene qualche anno che non si celebri alcun matrimonio. In media però se ne potrebbero dare a ciascun anno 3.
Le nascite possono sommare a 10. La metà dei nati muore ordinariamente dentro il triennio, come accade nelle altre parti della Trecenta, perchè in quei primi anni sono generalmente i bambini soggetti a febbri putride.
Questa morbosa disposizione si attribuisce al latte che secernono le madri nel nutrimento malsano e segnatamente nell’abuso delle frutta immature, di cui son ghiotte, ed inoltre al patimento delle medesime, che nel tempo della messe vanno a spigolare e depongono i piccoli sopra le ardenti zolle. Che nell’assegnamento di questa causa sia ragionevolezza apparisce da ciò che nelle case agiate dove le madri sono nutrite salubremente e non si espongono all’inclemenza estiva i piccoli prosperano, e da quest’altro che la mortalità de’ grandi e de’ piccoli è più frequente dall’agosto all’ottobre, che in altri mesi.
A questa mortalità finora contribuirono molto i flebotomi che facendo come fanno in luoghi cultissimi i famosi medici, cioè adoperando il salasso come panacea universale ottenevano lo stesso effetto di spegnere i malati. La prova è patente perchè come si cessa in qualche parte dall’abuso del salasso la mortalità diminuisce. Alcuni parrochi hanno avuto abbastanza di autorità da reprimere il loro istinto sanguinario consigliando medicamenti meno pericolosi, gli emetici ed i purganti.
I sisinesi sono come altri abitanti de’ luoghi di aria bassa ed insalubre poco temperanti nel bevere ed amano i liquori.
Vedesi molto amore alla pulizia e costumasi poco prima delle solennità di imbiancare con certa argilla, simile alla calce, le mura e il pavimento delle case, ed anche le loggie.
Il ballo è il solito divertimento, e si tiene assalariato un suonatore di lionelle o di flauto e tamburo, perchè possa il popolo ricrearsi ne’ giorni festivi di mattina e di sera.
Sono occupati nell’agraria persone 70, nella pastorizia 20, ne’ mestieri 3. Le donne si occupano in filare e tessere e lino e lana.
Mancò finora ogni istruzione e non si è aperta ancora una scuola primaria.
 
Agricoltura. Il terreno è atto a tutte le maniere di cultura ed è di una gran feracità.
La parte occidentale è poco atta alla vigna perchè essendo piana e la terra molto argillosa si indurisce nella siccità e si fende; ma nell’orientale dove il suolo si rileva in varie collinette vi prosperano pure le viti e danno vino buono, se il mosto sia ben manipolato. Siccome però importa più la coltivazione del grano, così quella delle viti è praticata da pochi.
Le regioni culte sono, come generalmente nelle altre parti, divise in due, nelle quali si alterna la seminagione del frumento e dell’orzo.
In ciascuna di queste si posson seminare da 250 a 500 starelli di grano, e 70 d’orzo: nell’altra che si tiene a maggese e si prepara per l’anno seguente si sogliono seminare circa 150 starelli tra fave, ceci, lenticchie, ecc. Il frutto medio delle varie specie si computa al duodecimo.
L’orticoltura si esercita da pochissimi per il solo bisogno della casa; ma nell’estate si piantano a secco de’ meloni, che danno frutti gustosissimi, i quali appesi in luogo ventilato durano sino al marzo.
Le terre chiuse per pastura e seminatura alternata, sono poche e piccole: ma vi si semina più spesso ed allora bisogna pagare per il pascolo degli animali di servigio nelle terre de’ paesi vicini.
Ne’ poderi si hanno alberi fruttiferi di diverse specie, e più comunemente peri, susini, mandorli, fichi, ecc. I proprietari ne godon poco, perchè i ladri tolgon le frutta prima che sieno ben mature.
 
Pastorizia. Si hanno in Sisini buoi per l’agricoltura 60, cavalli 16, giumenti 40, majali 25.
Il bestiame rude comprende capi vaccini 120, pecore 850, cavalle 20, porci 300, i quali nel tempo delle ghiande si portano in altri territori, dove sieno selve.
 
Commercio. Sisini dista poco più di un miglio da Suelli, dove passa la strada orientale, per cui si va a Cagliari e si possono trasportare i prodotti agrari. La somma che si guadagna è poco notevole.
 
Religione. Questo popolo già compreso nella diocesi di Dolia ora resta sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari ed è amministrato nelle cose spirituali da un parroco, che ha il titolo di rettore ed è assistito da un altro prete.
Sino al 1826 era parrocchiale la chiesa di s. Pietro apostolo; ma perchè essa che in altro tempo era in mezzo all’antico maggior abitato, restava fuori alla distanza di 5 minuti dal presente paese ed era però poco comodo al popolo ed ai preti l’andarvi, se ne fabbricò un’altra nel centro di questo presso la casa rettorale e fu dedicata al Patrocinio della B. V., o come dicono alla N. Donna della Difesa.
Non essendosi formato un campo santo secondo le regole si seppelliscono i defunti nella suddetta antica parrocchia e nel suo recinto.
Resta la memoria con le vestigie di due chiese rurali, ed una di esse, dedicata alla Vergine Assunta, trovavasi alle spalle della suddetta chiesa di s. Pietro, l’altra a s. Basilio presso i ruderi del nuraghe che si denomina da questo santo.
Nella prima festeggiavasi per otto giorni con gran concorso di gente e grandi conviti.
Intorno alla seconda si osservano vestigie di non piccolo abitato e si nota la forma circolare delle fondamenta (?). Si potrebbe credere che quelle abitazioni fossero come si vedono ancora certe grandi capanne con muro circolare, sul quale sorge il tetto in figura di un cono costrutto di travi e vestito di frasche e fieno.
Nuraghi. In tre eminenze intorno al paese e distanti una dall’altra un quarto d’ora incirca erano tre nuraghi.
Ora due di essi sono in massima parte distrutti, il terzo conserva ancora la sua forma ed è alto circa metri 7, il quale per buona sorte non fu distrutto con gli altri nel principio di questo secolo dagli stolidi ricercatori de’ tesori.
Uno di questi nuraghi è nell’eminenza, in cui è posta l’antica parrocchia; l’altro in quello di Casaspu; il terzo è l’esistente che dicesi nuraghe-mannu.
 



[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XX, Torino 1850, pagg. 227-232.

.

 

martedì 27 marzo 2018

Seuni

Immagini della Trexenta ottocentesca: Seuni
 
SEUNI, villaggio della Sardegna nella divisione e provincia di Cagliari, compreso nel mandamento di Senorbì, e parte della Trecenta, che era un cantone dell’antico regno di Cagliari.
Nelle antiche carte leggesi Siuni. Comunemente dicesi Seuneddu, cioè Seunello, o piccol Seuni, non già perchè sia il più piccol paese della Trecenta, ma perchè esisteva un Seùnimannu (grande) di cui vedonsi le rovine a 5 minuti di distanza da quest’abitato verso tramontana.
La sua posizione geografica è nella latitudine 39° 35', e resta sotto il meridiano di Cagliari.
Siede sopra lo sporgimento d’un rialto, o d’un terrazzo in esposizione a tutti i venti, sì che nella estate il calore è molto meno che nelle regioni basse della Trecenta che giacciono nella regione meridionale, nelle stagioni medie molto minore l’umidità, rarissima e innocente la nebbia, e nei tempi della produzione de’ miasmi, pura de’ medesimi l’aria, che insieme è d’una gran limpidità, come apparisce di notte nella chiarissima scintillazione delle stelle.
Il punto in cui siede il paese è centro d’un bell’orizzonte, che si vede esteso quasi da ogni parte a grandi distanze.
Le case sono costrutte di pietre sopra la roccia con poca regolarità d’allineamento e di larghezza nelle poche strade.
 
Territorio. La sua superficie si può computare di circa 8 miglia quadrate. Una parte è piana, quella che resta sull’accennato terrazzo, l’altra rilevasi in colline o declina in ripe.
Sono aperte in esso molte fonti d’acqua salubre, come è quella che bevesi nel paese; formano diversi rigagnoli, che poi si riuniscono in rivoli.
Due di essi sono molto prossimi al paese; uno comincia a poco men d’un miglio al suo maestro nella ripa, l’altro scaturisce a miglia 1/2 al suo greco-tramontana, il terzo move quasi a egual distanza dalla parte di levante, il quarto da quella di greco a miglia 1, il quinto a miglia 1 3/4 da greco-tramontana.
I due primi si riuniscono col nome di Baigodi a piè della ripa, quasi all’austro, e uniti si versano in quello che nasce in territorio di Gesico al suo ostro, il quarto e quinto formano il Sarasi.
Le sponde del Baigodi sono sempre piene di lavandare de’ vicini paesi e di altre donne che fanno caccia di sanguisughe, o tagliano i giunchi che vegetano in alcuni tratti di terra, che si lascia incolta, perchè nell’inverno fangosa e in tempo secco compatta e dura come la roccia.
Il rio di Gesico scorre nella regione occidentale del paese nella valle, che apresi tra la ripa del terrazzo suddetto e il colle che dicono di Punta-acuzza, congiunto alla falda australe di Monte Corona.
Non sono in questo territorio tratti boscosi dove vegetino grandi alberi; ma in siti pietrosi che restano incolti trovansi delle macchie.
L’unica cacciagione che si possa fare è delle lepri e delle pernici. Queste ultime che poco si spaventano de’ cacciatori, ne’ tempi burrascosi si rifugiano ne’ luoghi più prossimi all’abitato.
Abbondano i funghi di ogni specie e se ne fa grand’uso; ma non sono rari i casi di avvelenamenti cagionati dai medesimi.
 
Popolazione. Il lettore che ora può distinguere tra questa regione così salubre, amena e ricca di acque pure, e le condizioni locali di Guamaggiore, Senorbì, Ortacesus, si maraviglierà vedendo che questo luogo di Seuni così favorevole alla popolazione sia il più spopolato. La ragione di che è forse in questo che gli abitatori de’ luoghi insalubri non sanno stimare il bene dell’aria pura, e perchè essendosi la popolazione di Seuni-manno dissipata, i vicini si sono introdotti a coltivare i terreni limitrofi al loro paese, e sono rimasti in questo.
Nel censimento del 1850 erano numerate anime 198, distribuite in famiglie 52 e in case 50, quindi distinte nell’uno ed altro sesso secondo le varie età, sotto i 5 anni, mas. 16, fem. 11; sotto i 10, mas. 9, fem. 10; sotto i 20, mas. 23, fem. 24; sotto i 30, mas. 19, fem. 11; sotto i 40, mas. 24, fem. 21; sotto i 50, mas. 14, fem. 13; sotto i 60, mas. 5, fem. 7; sotto i 70, mas. 1, fem. 2.
Si distinguevano poi in rispetto dello stato domestico, i mas. 103, in scapoli 66, ammogliati 34, vedovi 3; e le femmine 95, in zitelle 47, maritate 35, vedove 13.
Nell’anno 1769 questa piccola popolazione era ridotta a sole 7 famiglie che avevano complessivamente 49 anime.
Sono gente di buon carattere, laboriosi, sobrii, accorti e di vantata fedeltà. Essi pure con pregiudizio della loro sanità hanno dimesso l’uso delle pelliccie tanto salutare in un clima così variabile.
Come va che essendo accorti e laboriosi, e avendo una terra benignissima, come poi vedremo, sieno in condizioni poco felici e i più vivano disagiatamente? Perchè mancavano di soccorsi e di direzione. Aggiungasi che il loro paese essendo a piccol tratto dalla strada centrale possono più agevolmente trasportare i loro frutti.
Manca l’istruzione primaria, e nel paese forse non sono quattro persone che sappian leggere e scrivere.
Le donne, come negli altri luoghi, provvedono la famiglia de’ panni pel vestiario e delle tele per tutti i bisogni.
 
Agricoltura. Le terre di Seuni non cedono alle più fertili delle altre parti della Trecenta, e secondo le varie condizioni de’ diversi siti si hanno luoghi acconci, ne’ quali possono praticarsi molti diversi generi di coltivazione.
Quello che si semina da’ seunesi per se stessi consiste in star. 350 di grano, 60 d’orzo, 100 di fave, 10 di legumi, tra lenticchie, ceci e fagiuoli.
La fruttificazione mediocre è del 14 pel grano, 16 per l’orzo, 18 per le fave, 12 per i legumi.
Il monte di soccorso è dotato per fondo granitico di star. 300, per fondo nummario di ll. 40 ripartibili ogni anno fra’ contadini.
L’orticoltura è praticata da pochi, e potrebbe essere più estesa se si adattassero alla medesima tanti tratti di terreno pantanosi, dove riescono bene i citriuoli, i melloni, le zucche i cocomeri.
La coltivazione delle patate potrebbe essere molto fruttifera se si esercitasse nelle terre che si hanno proprie a questa specie.
La vigna è proporzionatamente estesa, e v’hanno siti così favorevoli, che il frutto vi abbonda e si hanno vini di gran bontà. Potrebbe pure questo ramo estendersi molto piantando a viti le ripe del terrazzo, dove godono meglio del sole.
Gli alberi fruttiferi sono di poche specie e pochi, ma danno ottimi frutti. Sotto le ripe, dove non si sentono i venti freddi, si potrebbe aumentare l’arboricoltura e formar delle selve anche di agrumi. Ma mancano i mezzi.
 
Pastorizia. Il bestiame manso consiste in buoi 84, cavalli 18, giumenti 40.
Si nutrono de’ majali e si educa molto pollame.
Il bestiame rude è tutto in alcune greggie di pecore, che sommeranno a capi 650.
I prodotti non bastano alla consumazione interna.
 
Commercio. L’unico ramo, da cui guadagnano qualche cosa, sono i frutti agrari, che porteran loro al più 15 mila lire!
Seuni ha Selegas a ostro-libeccio a miglie 1; Suelli a ostro-sirocco a miglie 1 1/2, dove si può andar per la strada reale, che passa a levante del paese a circa mezzo miglio; Gesico a maestro-tramontana a miglie 1 2/3; Mandas quasi a tramontana, dalla parte verso greco-tramontana, a miglia 4, dove parimente si può andare per la strada reale; Seurgus verso il levante a miglia 3.
 
Religione. Seuni era compreso con gli altri paesi della Trecenta nella diocesi di Dolia, la quale è annessa alla cagliaritana.
La chiesa parrocchiale è dedicata a s. Vittoria v. e m. sarda, servita da un parroco proprio, che si intitola rettore, e che ha coadiutore un altro sacerdote. Questa chiesa fu architettata nel 1583 da un certo Pavol o Paolo Riganò. Ha contiguo il cimitero, che serve di camposanto e resta fuori dell’abitato alla parte di ostro-sirocco.
A pochi minuti dal paese verso maestro in sulla sponda del terrazzo trovansi ancora ritte le mura di una chiesetta rurale, che era dedicata a s. Mauro abate.
 
Antichità. Le più notevoli delle eminenze già notate sono coronate da’ nuraghi, i quali si contano sino a 19 entro i termini seunesi, tutti, qual più, qual meno, diminuiti, ma meno degli altri il nuraghe Piscu, nella cui camera hanno ricovero i passeggieri, quando conviene loro di riposarsi perchè passa alla sua base la linea della grande strada, e il nuraghe Usti, che resta a ponente a circa mezzo miglio, ma meno notevole del predetto. A pochi passi da questo erano altri tre nuraghi, che vennero distrutti nel 1793 da’ nobili Martello, i quali adoperarono il materiale per chiudere un loro uliveto.
Di Seuni parlasi nel diploma, che abbiamo citato ultimamente in fine dell’articolo Senorbì.
Esso è il Seuni-mannu, che abbiamo indicato e che restò finalmente affatto deserto.
Si ignora in qual anno mancasse del tutto il suo popolo. Porta la tradizione che per gravi e irreconciliabili inimicizie, dopo molte stragi la fazione più debole sia dovuta escire dal paese e cercare altre sedi più quiete, dove avessero sicura la vita, e pare probabile che la parte che restò padrona nel paese sia stata annichilata dalla peste. Il che dovette avvenire prima della fondazione accennata della parrocchia di Seuni minore, se in questo sito si raccolse il residuo della popolazione di Seuni-mannu, che scampò alla pestilenza del 1581, come si crede.
I seunesi che dovettero per la violenza de’ nemici spatriare furono accolti nel novello paese di Pimentel, nome di un signore straniero, che quando si spense in quel territorio l’antica popolazione che vi avea abitato, la ristaurava con nuove famiglie. I seunesi aumentarono d’un terzo la nuova borgata, e ancora uno de’ rioni di Pimentel appellasi il vicinato di Seuni, e gli abitanti hanno cognomi simili a quelli che sono usati in Seuni.
Nelle vicinanze di Seuni-manno i contadini arando scoprono spesso sepolcri di alta antichità, lunghi poco men di metri 2, largo alla parte del capo 0,75 e profondi 1,20.
Vi si trovano avanzi di crani, e altre ossa, scodelline, orciuolini, manichi di spade in ottone e monete di varia grandezza.




[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XX, Torino 1850, pagg. 69-74.

giovedì 8 febbraio 2018

Senorbì

Senorbì[1]

Immagini della Trexenta ottocentesca: Senorbì

SENORBÌ, villaggio della Sardegna nella provincia di Cagliari capo luogo di mandamento sotto il tribunale di prima cognizione di Cagliari, compreso nella Trecenta, e nell’antico regno di Cagliari o Plumino.
La sua posizione geografica è nella latitudine 39° 32', e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° 1' 30".
La situazione sulla sponda orientale d’un rialto contenuto tra due rivi, lungo circa miglia 3 2/3 da ostro a settentrione, largo 2 1/3. Una porzione dell’abitato resta sul rialto, l’altra nella ripa. Le strade principali sono selciate e tra esse è la strada reale che anderà verso Gallura.
Nella regione circostante a sei e più miglia non sorgendo eminenze notevoli il paese è ben ventilato da tutte le parti.
Il caldo è forte nell’estate, il freddo mite nell’inverno; le pioggie, come altrove non molto frequenti, ma grave l’umidità e frequente la nebbia, che spesso guasta i seminati nel fiorire, e le frutta.
I temporali sono rari, e raro fenomeno la neve nel-l’inverno e pochissimo durevole.
L’aria sebbene sia migliore, che in altri luoghi della Trecenta, si sente però maligna dai non avvezzi alle morbose esalazioni de’ terreni umidi e de’ luoghi pantanosi che sono nella prossima vallata a levante.
 
Territorio. È quasi tutto piano, perchè è piano il rilevamento notato, e le sue pendici di mitissima declività.
In esso non è altra generazione di selvatici che le lepri, che sono in maggior numero, che si potesse supporre per la estesa coltivazione, dalla quale è ristretto alla medesima lo spazio e sgombrato il suolo delle macchie.
I cacciatori ne prendono spesso, e prendon pure copia di pernici, quaglie, anatre, folaghe.
Manca il bosco ceduo, sparse raramente le macchie, e devonsi però da’ poveri raccogliere le grosse erbe de’ campi, principalmente i cardi agresti.
Finora i senorbini non han pensato a far piantagioni di alberi per servigio de’ focolari, sebbene non manchino i siti, i quali rifiutandosi ad altre produzioni non si negherebbero a queste: ma presto vedranno la necessità di farlo e i loro terreni facendosi più ameni per la vegetazione di alberi fruttiferi e cedui, contribuiranno maggior quantità di legna alle case.
Si può dire che in questo territorio manchino le fonti fuorchè a piè della ripa contro levante, dove sono alcune piccole sorgive, ma non tutte perenni.
Nel comune sono molti pozzi, però l’acqua essendo salmastre si sono dovute costrurre molte cisterne, il che ha giovato alla sanità degli abitanti.
A pochi minuti dal paese è una notevole palude detta Bangius, cioè bagno, si intende facilmente che può essere guazzo per i porci. Questa manda fuori una gran pestilenza, e si potrebbe quasi dire che non solo contamina l’aria di Senorbì, ma sparge l’infezione anche a qualche distanza. Quando il calore diminuisce le acque e si scopre intorno qualche zona del bacino, allora le esalazioni pessime cominciano dall’offender le navi.
A più di questo devesi notare che nel suolo più basso, in cui termina l’abitato, è in tempi umidi nientemeno, che un gran pantano per le molte acque che vi si fermano.
Le prime pioggie autunnali inondandolo fanno sviluppare in grandissima abbondanza i miasmi, e crescono l’infezione, che produce la suddetta palude e che aumentano altre cause.
Con pochissima arte e con pochissima spesa potrebbesi ottenere che le acque, che ora si fermano nell’indicato luogo a piè dell’abitato, scorressero sino al fiume, e potrebbesi pure ottenere il prosciugamento della palude di Bangius, ma quei paesani, che patiscono spesso le febbri e talvolta soccombono per la malignità delle medesime, non sanno pensare alla convenienza o di togliere o di diminuirne le cause, nè tra le persone illuminate, che possono essere nel paese, alcuno propone i lavori necessarii, che sarebbero compensati per l’acquisto delle terre, che per causa del loro allagamento sono fuori di servigio. Gli amministratori della provincia, a’ quali appartiene la polizia sanitaria massime de’ siti prossimi alle grandi vie, avrebbero già dovuto provvedere; ma gli amministratori non conoscono i luoghi, non ne sanno le condizioni, e forse nè pur sanno che sian questi provvedimenti ne’ loro principali doveri di governo politico.
Ho detto che sarebbe facile togliere codesto pantano e chi conosce la declività del suolo non può concedere altrimenti.
Popolazione. Proporremo qui pure ciò che trovasi notato nel censimento della popolazione dell’isola, pubblicato nel 1846.
Senorbì avrebbe numerato in uno degli anni antecedenti anime 1257, distribuite in famiglie 308, e ripartite in 306 case.
Si distingueva questo totale di anime in rispetto dell’età e del sesso nel seguente modo:
Sotto gli anni 5 maschi 87, femmine 60; sotto i 10 mas. 78, fem. 79; sotto i 20 mas. 168, fem. 128; sotto i 30 mas. 94, fem. 97; sotto i 40 mas. 80, fem. 76; sotto i 50 mas. 60, fem. 69; sotto i 60 mas. 57, fem. 62; sotto i 70 mas. 25, fem. 19; sotto gli 80 mas. 6, fem. 6; sotto i 90 mas. 4, fem. 1; sotto i 100 mas. 1.
Si distinguevano quindi in rispetto delle condizioni domestiche in quest’altro modo:
 
Maschi: scapoli 419, ammogliati 222, vedovi 19, totale 660. 
Femmine: zitelle 328, maritate 224, vedove 45, totale 597.
 
Ritorna l’occasione di avvertire anche un’altra volta lo sbaglio che occorre nella differenza, che trovasi frequentissima nel citato censimento sopra la diseguaglianza degli ammogliati e delle maritate, che necessariamente si corrispondono in perfetta eguaglianza.
Nel 1834 io notava in Senorbì anime 1112, distinte in maschi 360 sopra i 20 anni, 172 sotto quell’età, totale mas. 532, e in femmine 409 sopra i 20 anni, 171 sotto, e in totale 580, sì che il numero delle donne è superiore a quello degli uomini, come è naturale, e secondo l’esperienza.
Inoltre osservando la differenza ben notevole di 63 femmine in meno, credo che qui sia un errore, perchè secondo quello che io ho potuto accertare nelle mie note le differenze sono molte minori tra il numero delle femmine e quello degli uomini. Forse i lavoratori di altri paesi che sono a servigio de’ proprietari del paese sono stati compresi nelle loro famiglie. Se non sia questa la ragione della notata diseguaglianza, allora bisogna dire che le note somministrate al redattore fossero fatte con quella consueta incuria, con cui sempre i parochi han fatto il censimento.
È infine da notare il fenomeno di non rara longevità che si osserva in questo paese di aria tanto insalubre, come in altri della Sardegna, che sono nelle stesse condizioni. Il qual fenomeno si lega all’altro della robustezza che vedesi negli uomini di simili contrade, i quali si espongono a tutte le inclemenze atmosferiche e restano in mezzo alle venefiche effluenze della terra e de’ pantani senza risentirne danno, che rare volte, sì che pare che quel veleno non abbia alcuna efficacia nella loro organizzazione. Un simile fenomeno non si vede certamente nè alle paludi romane, nè alle maremme toscane, nè in quei dipartimenti della Francia che hanno un terreno paludoso, dove gli uomini a 25 anni sono cadenti per vecchiezza. Questo fenomeno fa che alcuni forestieri non credano al vizio dell’aria e si espongano con loro danno.
I numeri del movimento della popolazione sono i seguenti: nascite 60, morti 28, matrimoni 14.
Le malattie più comuni sono le febbri autunnali e infiammazioni, che spesso sono micidiali, e si patiscono per difetto di precauzioni contro la variabilità della temperatura.
Si ha nel paese un flebotomo ed un farmacista.
I senorbini sono uomini di buona pasta, assidui nel lavoro, religiosi, ossequiosi all’autorità, tranquilli e rispettosi delle altrui proprietà, onde non si sente mai a parlare di furti, di risse e di omicidii.
Sono in Senorbì cinque famiglie nobili, di notevole fortuna e agiatezza.
Quasi tutte le famiglie sono proprietarie e le povere possiedono almeno la casa dove abitano.
Come nelle altre regioni piane e fertili le proprietà sono maldivise, e mentre un certo numero di famiglie hanno estesi possedimenti, tante altre non hanno di proprio una sola giornata di terreno, dove lavorare a proprio conto, epperò non pochi devono porsi sotto certe condizioni al servigio annuo dei grandi proprietarii, o lavorare alla giornata quando alcuno li chiama alle proprie terre.
 Professioni. Sono applicati all’agricoltura circa 380, alla pastorizia 40, ai mestieri di necessità 30, e al negozio 2.
Le donne sono laboriose e quando hanno assestato le cose di casa filano senza posa e tessono tele di lino.
L’istruzione elementare è così trascurata come altrove, e il profitto nullo. Gli scolari sono in lista 20.
Le persone del comune non impiegate che sanno leggere e scrivere non saranno più di 20, ed impararono altrove che nella scuola primaria.
Sono in Senorbì sei notai, e trovano facilmente mezzi di vivere e far fortuna.
Il tribunale è composto di tre soggetti, che sono il giudice, il sostituito ed il segretario. Esso ha giurisdizione sopra questo paese e Sisini, Selegas, Suelli, s. Basilio, Seuni, s. Andrea, Arixi.
 Agricoltura. Le terre di Senorbì sono nel generale di tanta feracità, da meritar con l’altre della Trecenta la riputazione che hanno di prima forza, e da primeggiare tra le più granifere dell’isola. Se producono tanto non ostante la imperfezione dell’arte, produrrebbero anche di più se si operasse con maggior intelligenza.
La seminagione dei cereali suole essere nei numeri seguenti; starelli 1500 di grano, 250 di orzo, 300 di fave, 100 di legumi, 60 di lino.
La moltiplicazione mediocre delle semenze è del 15 pel grano, del 20 per l’orzo, del 18 per le fave. Come si è potuto dedurre dal cenno topografico sono nel territorio di Senorbì sotto la ripa orientale del rialto lunghi tratti di terreno idoneo per l’orticultura; ma la maggior parte di esso lasciasi oziosa e le specie ortensi sono coltivate da pochi e in piccoli spazi.
I legumi comunemente usati sono ceci, cicerchie, lenticchie.
Le specie ortensi comunemente coltivate sono cavoli, rape, cipolle, ravani, lattughe, andivie e altre poche.
Gli alberi fruttiferi sono in piccol numero e di poche specie, peri, meli, susini, fichi, pomi granati, peschi, albicocchi ecc., che in totale non sorpassano i quattromila individui.
Potrebbero in questo terreno venire felicemente gli agrumi e formarsi de’ vasti giardini; ma l’industria manca, e si fa solo quello che si facea da’ maggiori. I signori che hanno i mezzi di fare utili innovazioni non le fanno, e finchè quei paesani non sieno persuasi della evidenza dell’utile non esciranno dall’antica via e dalle viete pratiche.
Il vigneto è assai esteso, le uve di molte varietà bene maturanti e abbondanti di mosto. I vini hanno riputazione di buoni, e la malvasia è specialmente stimata. Il buon vino è forse il miglior antidoto che abbian ne’ luoghi malsani contro l’azione venefica de’ miasmi che si bevono nella respirazione.
Una piccola porzione di mosto si cuoce per la provvista della sapa, un’altra si distilla per acquavite.
Oltra il terreno chiuso per le vigne sono chiuse altre parti della superficie di piccola o grande estensione, i cungiaus (piccoli chiusi) e le tanche (chiudende maggiori) dove si semina or una or altra specie.
Pastorizia. Un terreno così fertile produce liberalmente anche dove non soccorre l’industria umana, e si ha però un pascolo abbondante.
Nel bestiame manso di Senorbì si numerano buoi 390 per i servigi agrari e per trasporto, cavalli per sella e basto 115, giumenti per macinare i grani 380, majali per provvista domestica 90.
Nel bestiame rude sono vacche 550, pecore 5000, porci 900, cavalle 200. Le capre sono in pochissimo numero per causa che il pascolo conveniente ad esse è rarissimo.
I prodotti del bestiame non solo bastano alla consumazione del paese, ma danno un superfluo che si esita nei paesi d’intorno o nella capitale.
L’apicultura è generalmente negletta.
 Commercio. L’articolo principale, da cui lucrano i coloni di Senorbì, sono i cereali, da’ quali complessivamente con gli articoli minori possono ottenere più di 130,000 lire.
Questo paese ha il comodo della facilità de’ trasporti, perchè passa nel suo mezzo la strada reale, che da Cagliari or è tracciata sino in là di Serri e sarà presto continuata sino alla Gallura.
La sua distanza da Cagliari è di sole miglia 20.
I paesi che gli restano d’intorno sono Arixi quasi al levante a miglia 1 1/6, S. Basilio nella stessa direzione a 3 1/6, Sisini verso greco-tramontana a 2, Suelli a settentrione a 1 5/6, Selegas verso il maestro-tramontana a 2 1/2. In stagione secca si può carreggiare da uno ad altro de’ suddetti paesi, ma nell’inverno la difficoltà è massima per i profondi fanghi.
Religione. Questo paese che era nella diocesi doliese or è compreso nella giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari.
La chiesa parrocchiale è intitolata da s. Barbara vergine e martire di Nicomedia, ed è adorna di marmi e ben provveduta per le cerimonie del culto.
Il parroco che la serve ha il titolo di rettore e tiene per suoi coadiutori nella cura delle anime altri tre sacerdoti.
Le feste più solenni e frequentate da stranieri sono per la titolare addì 4 dicembre, e per s. Antioco martire sulcitano nel primo giorno di agosto. Questa seconda è fatta più allegra dai soliti sollazzi e dalla corsa de’ barberi.
Prossimamente all’abitato sono due chiese, una denominata da s. Nicolò di Bari, l’altra da s. Antioco.
La prima dista di soli 300 passi dalle ultime case verso greco-tramontana e fu parrocchia di un antico villaggio da più secoli distrutto, che si diceva Segolai.
L’altra dista di quasi il doppio, e fu di recente costrutta e benedetta.
Non essendosi, secondo che era maggiormente prescritto dal Governo, formato il camposanto, si seppellirono i morti in queste due chiese rurali, e non curandosi il Governo di far eseguire la legge si segue a seppellirli anche al presente.
Siccome queste due chiese sono piccole e lo spazio per le sepolture ristretto, quindi manca spesso il luogo a’ defunti che può dare la popolazione in certo periodo, e accade che si sfossi per deporre nuovi cadaveri là dove non sono consunti i già deposti anteriormente. Pare una cosa empia, una profanazione, estrarre non già le ossa scarne, ma scheletri che sono ancora in putrefazione.
Oltre queste due chiese minori vi sono nel territorio altre due chiese rurali, dedicate, una a s. Antonio abate, l’altra a s. Sebastiano martire per voto in tempo di pestilenza.
Antichità. Si può in questo territorio indicare un solo nuraghe, quello di Simieri, in gran parte disfatto con l’apertura d’ingresso non più alta di metri 1,20.
Antichi abitati. Il rottame ammucchiato che trovasi in diversi punti indica con certezza l’esistenza di antiche popolazioni.
Verso il meriggio a poco meno di un miglio queste rovine sono osservate presso la chiesa distrutta, che dicono di s. Pietro vecchio. Alla parte di greco-levante ora il villaggio di s. Teodoro, se così nominavasi in quei tempi, il cui sito pare sia stato a una od altra sponda del rio di Arixi; ora è traversato dalla sua corrente.
A settentrione in distanza dal paese di un terzo di miglio era il villaggio di Simieri: verso ponente, a mezz’ora presso a’ limiti con Ortacesus in Funtana bangiu, sembra esservi stata popolazione: verso greco appariscono altre rovine in sa Eclesia de Bangiu, come pure ne’ luoghi nominati Nostra Seniora de Itria e Arcu nella linea da Senorbì a Selegas, distanti un quarto d’ora.
In vedendo tanto prossime a Senorbì queste rovine parrà forse ad alcuno che in quei siti sieno stati dei casali, ma non ville; tuttavolta è innegabile che vi sono stati de’ villaggi, sebben, come è ragione di credere, sieno essi stati di piccola popolazione: perchè quantunque facile si voglia stimare nella fertilità del suolo in questa regione la sussistenza, non si può supporre che potesse fornire a una moltitudine di uomini.
La prova della esistenza di molti villaggi in una regione così ristretta, qual è il territorio di Senorbì, si trova nel diploma di investitura, che il giudice Torcotorio dava a suo figlio Salusio de Lacon, del dipartimento della Trecenta. In quest’istromento sono nominate la villa di Goi-majori (Guamaggiore), la villa di Selegas, la villa di Santu Sadurru, la villa di Sehuni, la villa di Sitxi (Sisini), la villa di Simieri, la villa di Arco, la villa di SENORBÌ, la villa di Segolai, la villa di Arixi mungeta, la villa di Arixi picciu, la villa di Planu Montis, la villa di s. Basilio, la villa di Frius, la villa di Donnigala alba, la villa di Alluda, la villa di Villacampu, la villa di Baralba, la villa di Funtana Sisini, la villa di Bacu de Otgo, la villa di Jugas de Sitxi, la villa De-Sii, la villa di Dey, la villa di Lery, la villa de Siocho, la villa di Sebera, la villa Surbou, la villa di Ortachesos, la villa di Turri, la villa di Baniu de Sitxi, la villa di Pau, la villa di Fraus, la villa di Segariu, la villa di Saccargiu, la villa di s. Justa de Lanessi (nome rimasto al rivolo di Segario), la villa di Goiesili (Guasila) e altre.




[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XIX, Torino 1849, pagg. 869-877.