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mercoledì 17 luglio 2013

Guillem de Entença signore di Guasila e Guamaggiore

Guillem de Entença signore di Guasila e Guamaggiore
di Antonio Forci*
Guillem de Entença apparteneva ad un nobilissimo lignaggio catalano-aragonese imparentato con la casa reale le cui prime attestazioni rimontano al secolo XI[1]. Originari della Baixa Ribagorça, dove aveva sede il castello eponimo[2], gli Entença arrivarono a possedere un vasto feudo a cavallo tra Aragona e Catalogna esteso sino al fiume Ebro (Falset, Móra, Tivissa) con giurisdizione su varie località del Priorat e del Camp de Tarragona: la cosiddetta baronia d’Entença[3]. Un ramo della casata titolare della baronia di Alcolea (Alcolea de Cinca, Huesca) acquisì fin dal secolo XII feudi in Valenza dando origine alla linea dei baroni di Alcolea e Xiva, ricostruibile con certezza solo a partire da Bernat Guillem I d’Entença[4], nonno del nostro Guillem de Entença[5].

Questi era figlio naturale di Gombau d’Entença e Stefania di Sicilia e pertanto fratellastro dell’infanta Teresa d’Entença, moglie e madre rispettivamente dei futuri sovrani Alfonso IV e Pietro IV d’Aragona[6]. Non va quindi confuso col Guillem d’Entença figlio di Berengario V del ramo dei baroni d’Entença, morto tra l’altro nel 1321[7], come da taluni è stato fatto[8]. Furono suo fratello e sorella carnali Ponç Hug e Teresa Gombau che andò in sposa a Berenguer Carroz, figlio dell’ammiraglio Francesc Carroz[9]. Un’altra sua sorella, anch’essa di nome Teresa, fu monaca nel monastero di Casbes.
Tra i vari blasoni riconducibili al lignaggio Entença[10] è stato attribuito al nostro Guillem quello partito d’oro e di rosso, ma non si comprende su quali documenti si basi l’attribuzione[11]. Lo stemmario seicentesco conservato presso la Biblioteca Comunale di Cagliari, composizione anonima manoscritta, assegna agli Entença l’arme seguente: d’oro al capo di nero[12].


Dal suddetto padre Gombau, signore di Alcolea de Cinca, Xiva e Xestalgar, sobrejunter di Ribagorça e Pallars nonchè procuratore del regno di Valenza[13], ebbe in eredità i feudi di Benavarren, Falco, Gual e vari diritti che nel 1309 il re Giacomo II gli fece permutare con altri beni paterni[14]. Assieme al fratello Ponç Hug accompagnò l’infante Alfonso nella conquista della Sardegna dove, con carta del 18 febbraio 1325, ottenne in feudo secondo il costume d’Italia le ville di Furtei e Villagreca site nella curatoria di Nuraminis e quelle di Guamaggiore e Guasila site nella curatoria di Trexenta, dietro la fornitura di tre cavalli armati per tre mesi all’anno[15].

Investitura dei feudi a Guillem de Entença.
ACA reg. 398 ff. 74r-v - Valenza 25 marzo 1325
Si trattava di un servizio oneroso ma compensato dal fatto che al feudatario erano eccezionalmente concessi il mero e misto imperio con tutte le entrate pecuniarie derivanti dall’esercizio della giurisdizione civile e criminale nei limiti del suo feudo. Nello stesso anno gli infanti Alfonso e Teresa gli donarono in libero e franco allodio una «domum seu palacium» sito nella villa aragonese di Barbastro (Huesca) assieme al castello che si ergeva nei pressi di detta villa[16] e, con la stessa modalità, la villa e il castello d’Ivars (attuale Ivars d’Urgell, Lerida) nella viscontea catalana di Ager[17]. Fu altresì alcaide del castello aragonese di Candanchú (Aisa, Huesca)[18]. Dopo il trattato di pace stipulato nell’aprile 1326 tra la Corona d’Aragona ed il comune di Pisa perdette le due ville di Guamaggiore e Guasila le cui rendite annue ammontavano nel complesso a 5.360 soldi di alfonsini minuti. Fu così che l’infante Alfonso ordinò ai suoi ufficiali e amministratori operanti nel regno di Sardegna di individuare altre ville di pari valore da concedere in feudo al de Entença, riconoscendo a detto nobile il diritto a rientrare in possesso delle due ville perdute qualora il comune di Pisa vi avesse rinunciato[19]. Quasi contemporaneamente, a titolo di indennizzo, il nostro Guillem si vide ridotto ad un solo cavallo armato il servizio che doveva fornire per le restanti ville di Furtei e Villagreca[20], prestazione che, successivamente, fu ulteriormente ridotta ai soli periodi di guerra effettiva[21]. Dalla documentazione in nostro possesso appare chiaro che egli non risiedeva nei feudi sardi, affidandone l’amministrazione al cognato Berenguer Carroz e a tale Bernat de Fornells che agivano come suoi procuratori nella riscossione dei vari diritti feudali e con i quali non mancarono aspri contrasti. Agli inizi del 1327 il de Entença li accusò infatti dinanzi all’infante di non avergli versato i redditi di quelle ville sarde che per suo conto amministravano e avevano amministrato in Sardegna[22].
Un documento successivo ci informa che Guillem de Entença vendette «ad certum tempus» tutti i redditi, le machizie, i proventi e i diritti delle ville e luoghi posseduti per regia concessione nella detta isola ad Arnau Ballester il quale dovette anch’egli fare i conti con la prepotenza del Carroz[23].
Nel testamento della sorellastra infanta Teresa d’Entença, signora di Alcolea de Cinca, Xiva e Xestalgar nonché contessa di Urgell e moglie dell’infante Alfonso, redatto a Saragozza il 23 ottobre 1327, è ricordato come fratello carnale della testatrice che gli riconosce tutte le donazioni fattegli in vita[24]. Nel 1331 re Alfonso IV d’Aragona lo convocò per la crociata che stava allestendo contro Granada[25], mentre nel marzo dell’anno successivo compare per l’ultima volta in una lista di feudatari sardi[26], dopo di che non abbiamo più sue notizie. Dovette morire di lì a poco dopo aver venduto i feudi che possedeva nell’isola: alla data del 13 giugno 1332 le ville di Furtei e Villagreca risultano infatti acquistate dal governatore generale Ramon de Cardona anche se su di esse manteneva diritti Berenguer Carroz in virtù di un precedente contratto di arrendamento stipulato con i procuratori del de Entença[27]. Un documento di qualche mese posteriore, ove sono annotate tutte le rendite dei feudatari del regno di Sardegna, ci informa che «lo noble R. de Cardona <... omissis ...> te VII mill CLXVI sols de renda qui foren d’en G. d’Entença»[28]. I feudi iberici, per mancanza di figli, passarono invece ai nipoti cui nel 1333 furono riconosciuti vari censi[29].
 
* Antonio FORCI, Feudi e feudatari in Trexenta (Sardegna meridionale) agli esordi della dominazione catalano-aragonese (1324-1326), in “Sardinia. A Mediterranean Crossroads. 12th Annual Mediterranean Studies Congress (Cagliari, 27-30 maggio 2009)” a cura di Olivetta Schena e Luciano Gallinari, ora in “RiMe. Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea”, n. 4, giugno 2010, Cagliari 2010.


[1] José DE SANTIAGO, Los Entenza. Ricos-hombres de Aragón cit. In particolare sul nostro Guillem cfr. p. 227.
[2] Joan COROMINES (dir.), Onomasticon Cataloniae, IV (D-J), Barcelona, 1995, pp. 70-72, s. v. Entença.
[3] Cfr. GEC, vol. 6, Barcelonam, 1974, p. 649, s. vv. Entença e Entença, baronia d’.
[4] Cfr. GEC, vol. 6, cit., p. 651, s.v. Entença, Bernat Guillem d’; Manuel PASTOR I MADALENA, El cartulari de Xestalgar cit., pp. 39-48.
[5] Cfr. GEC, vol. 6 cit., pp. 650-651, s.v. Entença, Guillem d’ .
[6] Cfr. Manuel PASTOR I MADALENA, El cartulari de Xestalgar cit., p. 90.
[7] Cfr. GEC, vol. 6, cit., p. 651, s.v. Entença i de Montcada, Guillem d’.
[8] Francesco Cesare CASULA, Dizionario storico sardo cit., p. 574, s.v. Entença, Guglielmo de.
[9] Cfr. Jéronimo ZURITA, Anales de Aragón cit., libro VI, cap. LV; O. Esquerdo, Nobiliario valenciano cit., p. 200.
[10] Di rosso pieno (il più antico); d’oro partito di rosso (di Berenguer d’Entença, 1238); inquartato, 1° e 4° d’argento con tre pali di rosso (Montpellier), 2° e 3° di rosso; d’oro o d’argento al capo di nero: Cfr. Alberto y Arturo GARCIA CARRAFFA, El solar catalan, valenciano y balear, San Sebastian, 1968, t. II, pp. 126-128, lam. 16, nn. 9-11; http//www.armoria.info, s. v. Entenza.
[11] Cfr. José GRAMUNT, Linajes catalanes de Cerdeña, Barcelona, 1958, s.v. Entenza.
[12] Cfr. F. Floris, S. Serra, Storia della nobiltà in Sardegna, Edizioni Della Torre, Cagliari, 2007, tav. sesta f.t., in basso a sinistra.
[13] GEC, vol. 6, cit., p. 651, s.v. Entença, Gombau d’.
[14] Manuel PASTOR I MADALENA, El cartulari de Xestalgar cit., doc. n° 10, p. 128; GEC, vol. 6, op. cit., p. 651, s.v. Entença, Guillem d’.
[15] ACA, Real Cancillaría, reg. 398, ff. 73r-74r (1325 febbraio 18, Valenza). La relativa investitura è sempre in ACA, Real Cancillaría, reg. 398, f. 74r-v (1325 marzo 25, Valenza).
[16] ACA, Real Cancillaría, reg. 391, ff. 6r-v (1325 febbraio 5, Valenza), 16v (1325 febbraio 17, Valenza).
[17] ACA, Real Cancillaría, reg. 391, ff. 81v-82v (1325 agosto 17, Saragozza).
[18] ACA, Real Cancillaría, reg. 390, ff. 202v-203r (1324 novembre 5, Lerida).
[19] ACA, Real Cancillaría, reg, 401, f. 65v (1326 luglio 15, Lerida).
[20] ACA, Real Cancillaría, reg, 402, f. 153r-v (1326 luglio 16, Lerida).
[21] ACA, Real Cancillaría, reg, 403, f. 40r-v (1327 febbraio 12, Daroca).
[22] ACA, Real Cancillaría, reg, 403, f. 42r (1327 febbraio 27, Daroca).
[23] ACA., Real Cancillaría, reg, 508, f. 160r (1328 ottobre 23, Barcellona).
[24] Manuel PASTOR I MADALENA, El cartulari de Xestalgar cit., doc. n° 14 (12), p. 157.
[25] GEC, vol. 6, op. cit., p. 651, s.v. Entença, Guglielmod’.
[26] Jéronimo ZURITA, Anales de Aragón cit., libro VII, cap. XVI; ACA, Real Cancillería, reg. 513, f. 93v.
[27] ACA, Real Cancillería, reg. 514, ff. 192v-193r.
[28] ACA, Real Cancillería, reg. 515, f. 10v.
[29] GEC, vol. 6, op. cit., p. 651, s.v.

mercoledì 15 maggio 2013

Teresa Gombau de Entença, mancata signora di Bangiu Donico

Teresa Gombau de Entença, mancata signora di Bangio Donico (Bangiu Donnico)

 

 di Antonio Forci*
 
Teresa Gombau d’Entença discendeva da una delle più illustri famiglie della nobiltà catalano-aragonese[1], per quanto appartenesse ad un ramo bastardo del lignaggio. Sorellastra dell’infanta Teresa d’Entença, contessa d’Urgell e moglie dell’infante Alfonso, nacque dalla relazione extraconiugale tra Gombau de Entença, barone di Alcolea de Cinca, Xiva e Xestalgar, e Stefania di Sicilia. Da questa unione nacquero anche Guillem, Ponç Hug ed un’altra Teresa Gombau monaca del monastero di Casbes[2].

Prima di maritarsi nel 1324 con Berenguer Carroz, figlio dell’ammiraglio Francesc Carroz[3], era stata promessa sposa di Ramon o Ramonet de Cardona, nobile catalano al seguito dell’infante Alfonso in Sardegna, figlio di Bernat Amat de Cardona signore di Torà, nipote pertanto del visconte Ramon Folc VI de Cardona e – verosimilmente – del Ramon de Cardona nominato governatore generale di Sardegna nel 1330[4].


In previsione di questo matrimonio l’infante Alfonso, nel novembre 1323, le promise 60.000 soldi di Barcellona in auxilium maritagii[5] e, contestualmente, le concesse in feudo secondo il costume d’Italia una rendita annua di 30.000 soldi sopra i redditi di qualsiasi luogo del regno di Sardegna[6]. A questo atto seguì a distanza di un mese la concessione in feudo secondo il costume d’Italia con le riserve del mero e misto imperio, oste e cavalcata e il servizio di sette cavalli armati per tre mesi l’anno, di sette ville comprese nei territori di varie curatorie all’interno dell’archidiocesi di Cagliari: Cerargio, Lene, Decimo Popussi, Villanova, Seruso, Palma e Bana (o Bona) Danico[7], nella quale non si può non riconoscere la villa di Bangio Donico in Trexenta.

Il centro, sviluppatosi sul sito di un cospicuo abitato di età romana con visibili resti di un impianto termale che ha dato il nome alla località (balneum in latino da cui il sardo bangiu)[8], è da localizzare nella fertile piana a sud del moderno abitato di Ortacesus ove ha lasciato profonde tracce nella toponomastica: Su Bangius, Funtana Bangius, Pardu Bangius[9].

Entrambe le suddette donazioni non ebbero tuttavia luogo per la morte in battaglia del futuro marito, evento registrato anche nella Cronaca di re Pietro IV d’Aragona[10]. In particolare il promesso ausilio di 60.000 soldi fu congelato sino alle nuove nozze con Berenguer Carroz, mentre alcune delle ville contenute nel primitivo atto di concessione feudale furono assegnate ad altri personaggi della cerchia dell’infante: Decimoputzu e Leni, nella curatoria di Gippi, rispettivamente ad Arnau de Montseny[11] e ad Arnau de Ladrera[12], Bangio Donico, nella curatoria di Trexenta, al barcellonese Guillem Sapera[13].

Nella nuova donazione del luglio 1324 a vantaggio di Teresa Gombau de Entença, questa volta promessa sposa se non già moglie di Berenguer Carroz, le tre ville delle curatorie di Gippi e Trexenta furono sostituite con altre due del Campidano, Sexto e Sennuri, rimanendo invariate le altre pur nella diversa grafia dei nomi: Cerargio, Palma, Saparasi e Villanova Sancti Basili[14].

La morte di Teresa Gombau, avvenuta pochi anni dopo il matrimonio, diede avvio ad un contrasto per la sua eredità tra il marito Berenguer Carroz e il re Alfonso IV d’Aragona[15]. Oggetto del contendere era una clausola allegata all’atto di concessione feudale in cui detta Teresa aveva concordato con l’allora infante Alfonso che se fosse morta senza figli, come in effetti fu, i luoghi a lei infeudati sarebbero ritornati alla Corona, tutto ciò all’oscuro del Carroz.

La controversia si appianò nel corso del 1332 quando Berenguer Carroz rimise al re ogni debito che la regia curia aveva nei suoi confronti, vale a dire 42.500 soldi genovini rimanenti dei 60.000 promessi in dote alla defunta moglia Teresa e inoltre tutti i diritti da lui posseduti sulle ville di Decimoputzu, Gippi Ius e Bangio de Sipollo comprate da Arnau de Montseny nella curatoria di Gippi e cedute ai pisani dopo la pace del 1326, valenti 6.000 soldi di genovini l’anno.

In cambio riceveva il possesso con il mero e misto imperio delle ville di Cerargio, Palma, Sexto, Sennuri, Saparasi e Villa Nova Sancti Basili site nella curatoria di Campidano come erede universale della detta moglie Teresa Gombau de Entença[16].

 

 
 

* Antonio FORCI, Feudi e feudatari in Trexenta (Sardegna meridionale) agli esordi della dominazione catalano-aragonese (1324-1326), in “Sardinia. A Mediterranean Crossroads. 12th Annual Mediterranean Studies Congress (Cagliari, 27-30 maggio 2009)” a cura di Olivetta Schena e Luciano Gallinari, ora in “RiMe. Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea”, n. 4, giugno 2010, Cagliari 2010.

 



[1] José DE SANTIAGO, Los Entenza. Ricos-hombres de Aragón, in “Linajes de Aragón”, V, 13, 1914, pp. 217-229
[2] La genealogia di questa branca del lignaggio è chiarita da Manuel PASTOR i Madalena, El cartulari de Xestalgar: memòria escrita d’un senyoriu valencià, Fundació Noguera, Barcelona, 2004, pp. 39-48 e p. 90 (quadro genealogico).
[3] Cfr., tra gli altri, Jerónimo. ZURITA, Anales de Aragón, edizione in formato elettronico, Institución «Fernando el Católico», libro VI, cap. LV; Francesco Cesare CASULA, Dizionario storico sardo, Carlo Delfino ed., Sassari, 2001, s.v. Carròs, Berengario, p. 345; Onofre ESQUERDO, Nobiliario valenciano (prólogo, trancripción y notas por J. Martínez Ortiz), Valencia, 2001, p. 200.
[4] Cfr. Maria Teresa FERRER I MALLOL, Ramon de Cardona: capità general de l’exèrcit güelf i governador de Sardenya (†1338), in Paolo MANINCHEDDA (ed.), La Sardegna e la presenza catalana nel Mediterraneo, Atti del VI congresso (III Internazionale) dell’Associazione Italiana di Studi Catalani (Cagliari 11-15 ottobre 1995), CUEC editrice, Cagliari, 1998, vol. I, pp. 57-58; EAD., Ramon de Cardona, militar y diplomático al servicio de cuatro reinos, in “Universitade do Porto. Revista da Facultad de Letras. História”, II série, XV, tomo II, 1998, pp. 1433-1434 e p. 1451 (quadro genealogico).
[5] ACA, Real Cancillería, reg. 389, f. 74v (1323 novembre 19, assedio di Villa di Chiesa). La promessa di donazione fu confermata dall’infante Alfonso e dalla moglie Teresa con carta data in obsidione Ville Ecclesie il 30 dicembre dello stesso anno: ACA, Real Cancillería, reg. 389, ff. 79v-80r.
[6] ACA, Real Cancillería, reg. 389, f. 75r (1323 novembre 19, assedio di Villa di Chiesa).
[7] Ibidem
[8] Cfr. Caterina LILLIU, Il territorio di Senorbì e la Trexenta. L’età romana, in Museo Sa Domu Nosta, Cagliari, 1990, p. 31.
[9] Cfr. RAS, Carta tecnica della Sardegna. Foglio n° 458-Senorbì, sez. B2, ediz. 1970 (scala 1:10.000); IGMI, Carta topografica d’Italia scala 1:25.000. Foglio n° 548 sez. IV-Senorbì, Firenze, 1992. L’aggettivo donico/donicu indica, dal latino “dominicus”, un possedimento relazionato alla famiglia giudicale cagliaritana. Nel 1215 è testimoniato un armentariu de iudigi de sa billa de Baniu: cfr. A. Solmi, Le carte volgari dell’Archivio Arcivescovile di Cagliari. Testi campidanesi dei secoli XIXIII cit., doc. XIII, p. 31.
[10] Cfr. Giuseppe MELONI, L’Italia medievale nella Cronaca di Pietro IV d’Aragona, CNR-Centro di studi sui rapporti italo-iberici, Cagliari, 1980, pp. 60-61; Francesco FLORIS, Dizionario delle famiglie nobili della Sardegna, Edizioni della Torre, Cagliari, 2009, vol. 1 (A-M), s.v. Cardona, p. 174.
[11] ACA, Real Cancillería, reg. 398, ff. 26v-27v (1324 luglio 14, castello di Bonaria).
[12] ACA, Real Cancillería, reg. 398, ff. 99r-100v (1325 aprile 20, Valenza).
[13] ACA, Real Cancillería, reg. 403, ff. 29v-30v (1326 dicembre 30, Teruel).
[14] ACA, Real Cancillería, reg. 514, f. 210v (1332 agosto 15, Valenza).
[15] ACA, Real Cancillería, reg. 511, f. 147v (1331 giugno 27, Barcellona).
[16] ACA, Real Cancillería, reg. 514, ff. 210v-212v (1332 agosto 15, Valenza); 234v-236r (stesso luogo e data).