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venerdì 23 giugno 2017

1335, Portu de Sila e Portu Maiore

1335, Portu de Sila e Portu Maiore
(di Sergio Sailis)

E poi capita che il Tola, l’illustre studioso ottocentesco, cui ovviamente hanno fatto riferimento generazioni di storici isolani, nel trascrivere un documento – probabilmente utilizzando una copia scorretta - riporti alcuni toponimi trexentesi in un modo alquanto singolare: si tratta delle ville di “Portu de Sila” (Guasila), “Portu Maiore” (Guamaggiore), “Gelega” (Selegas) e “Gegaria” (Segariu). Volendo di proposito tralasciare i commenti sulle lettere iniziali degli ultimi due villaggi, risulta alquanto più problematica la presenza della parola “Portu” nei primi due toponimi in quanto sarebbe l’unica attestazione nota al posto del tradizionale “Goy” e varianti.

Spinto dalla curiosità (essendo i villaggi al centro della Sardegna e lontano da corsi d’acqua navigabili) uno si mette quindi a studiare la possibile derivazione di questa insolita variante risalendo anche agli usi che del vocabolo “portus” si faceva nell’antica Roma e arrivando persino ad una che potrebbe sembrare una soluzione plausibile. E poi cosa scopre?

Scopre che finalmente rintraccia il documento originale riportato dallo studioso e che nello stesso la parola “Portu” semplicemente non esiste mentre invece è riportato il più classico, ben noto e solito lemma “Goy”.

Non che il tempo passato a studiare le possibili implicazioni del termine sia stato tempo sprecato in quanto non si finisce mai di conoscere ma, bonariamente e ironicamente mi viene da dire alla maniera sardesca: “Oh Tola, ma bai a ...................”.

Lasciando ora gli argomenti semiseri e tornando al documento in esame, o meglio la serie di documenti, questi sono l’esito di alcune proteste che Bando Bonconti e Puccio della Vacca (rispettivamente vicario e camerario del Comune pisano per le Curatorie di Gippi e Trexenta) rivolgono nel maggio del 1335 al Governatore generale del Regno di Sardegna e Corsica, Ramon de Cardona, e le risposte inviate da quest’ultimo.

A seguito delle rivolte dei Doria nel nord Sardegna infatti il Governatore aveva imposto una serie di tributi (per la compartecipazione alle spese di guerra) anche alla Curatoria di Gippi e ai quattro villaggi prima citati appartenenti alla Curatoria di Trexenta, curatorie che il Comune pisano amministrava in feudo a seguito della pace del 1326.

Una delle clausole della pace e della conseguente infeudazione prevedeva espressamente che il Comune fosse esentato da qualsiasi tipo di tributo per cui le richieste aragonesi erano prive di fondamento giuridico ed un’evidente prevaricazione sui diritti di Pisa. Da qui le rimostranze degli ufficiali pisani e una serie di risposte e contro repliche con il Governatore ma alla fine ovviamente prevale sempre chi ha maggior potere contrattuale: anche per le due curatorie ancora in mano a Pisa si dovranno pagare i contributi richiesti perché le casse reali sono desolatamente vuote. Con buona pace del Diritto!

martedì 6 dicembre 2016

Guamaggiore

 
GUAMAGGIORE, altrimenti GOY-MAGGIORE, villaggio della Sardegna nella provincia di Cagliari e nel mandamento di Guasila sotto la prefettura di Cagliari.
Comprendesi nella Trecenta che fu parte del giudicato pluminese o cagliaritano.
La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 34', e nella longitudine occidentale da Cagliari 0° 2' 30".
Infelicissima è la posizione di questo paese, giacendo esso in fondo del bacino della Trecenta in luogo pantanoso e umidissimo nelle stagioni piovose, frequentemente ingombro di nebbie, principalmente al primo mattino, e non ventilato; mentre poi nell’estate si deve soffrire un calore soffocante nell’esposizione in cui è al meriggio e col riverbero che dee patire dalla collina che sorge alle sue spalle. In questo luogo di somma insalubrità si stabilivano le abitazioni dopo l’ultima pestilenza che si patì nell’isola correndo gli anni 1651-52-53-54. I pochi superstiti riconoscenti verso il martire san Sebastiano che avevano invocato nell’orrore della mortalità edificavano secondo il voto una chiesa al suo culto, e sì per amore al santo, sì per disaffezione a un luogo dove avean veduto spegnersi le vite de’ loro più cari, lasciate le antiche abitazioni che erano in una piccola eminenza, discesero a stabilirsi in torno alla chiesa del loro protettore.
 
Popolazione. Nell’anno 1839 erano in Guamaggiore famiglie 210 ed anime 896, delle quali 479 nel sesso maschile e 417 nel femminile. La media ottenuta dal decennio dà nascite annuali 33, morti 24, matrimonii 7. L’ordinario corso della vita è a’ 60 anni. Le malattie più frequenti sono le infiammazioni. Si è osservato che nelle influenze epidemiche sono più pochi in proporzione quelli che succombono in questo paese. Il cimitero è nelle due chiese rurali di s. Ma-ria-maggiore e di s. Pietro apostolo nell’anzi indicata eminenza.
 
Professioni. Delle famiglie che compongono questo comune 160 attendono all’agricoltura, 15 alla pastorizia, 24 a varii mestieri. Quindi sono a notarsi 4 famiglie nobili e alcune altre, i cui capi hanno qualche ufficio o sono semplici proprietarii. Le famiglie possidenti sono 171. Le donne lavorano ne’ loro telai tele e panni grossolani, ma poi non producono nè pure quanto vuolsi dal bisogno della famiglia.
Alla scuola primaria concorrono circa 20 fanciulli. Il frutto che fin qua si ottenne, può riputarsi nullo. Al più 30 persone in tutto il paese sapran leggere e scrivere.
 
Territorio. La superficie appartenente a questo comune può computarsi di starelli 3600. La forza produttiva del terreno è conosciuta universalmente, così come nelle altre parti del dipartimento, che è la regione eminentemente granifera.
La maggior parte di questo territorio sono colline e rialti coltivabili e coltivati. L’eminenza più considerevole è quella che dicono Genna de Sutzulias, intorno alla quale è un orizzonte vastissimo stendendosi la vista dove 30 e dove più di 50 miglia.
Acque. Sono alcune sorgenti d’acque dolci sì, ma poco grate al gusto; tali sono quella di Bacu-coloru verso l’ostro-libeccio a un quarto d’ora, dalla quale beve il popolo; Mistirio verso il scirocco a pochi minuti, le cui acque dopo aver irrigato alcuni orti scorrono verso il meriggio, e subito si mescolano a quelle di Baraci proseguendo nella stessa direzione sino alla regione detta Pauli de bois nel territorio di Ortacesus. Dalla Corti-de-forru prende origine un ruscello che cresciuto con le acque della fonte appellata della foglia (sa mitza dessa folla) scorre nel territorio e tra le vigne di Guasìla, dove prende il nome di Riu-Arai. Nelle case si hanno de’ pozzi per li bisogni domestici e per abbeverare il bestiame manso.
Per l’ordinario non sono acque stagnanti nel territorio: ma se accade che non si puliscano e sgombrino i canali del luogo che dicono Pauli-manna al ponente del paese in distanza di circa 10 minuti, allora, se le prime pioggie autunnali siano dirotte, formasi un laghetto sopra una superficie di circa 15 starelli, e non si asciuga se non ne’ grandi calori. In esso vedonsi nuotare le anitre per molti mesi.
 
Selvaggiume. Trovansi in questo territorio conigli e lepri in grandissimo numero, e molte volpi che danno gran molestia a’ pastori massime nel tempo che il bestiame figlia. Vedonsi pure avoltoi, corvi, cornacchie, passeri, cardellini, quaglie, meropi, upupe, merli, tortorelle e tante altre specie che saria lungo a dire. Vuol-si che siavi anche il fagiano.
 
Agricoltura. Vegetano prosperamente in ogni parte i grani, l’orzo, le fave, i ceci, le cicerchie, le lenticchie, i piselli, come gli ulivi, i peri, i susini, i mandorli, i meligranati e le viti; in alcuni siti bassi i melloni, le zucche, la meliga, i fagiuoli; e verrebbero pur felicemente il cotone, il sorgo, ed altre simili piante che amano i bassi fondi.
L’ordinaria quantità de’ cereali che si semina, consiste in 600 starelli di grano, che comunemente rende il 15; in 200 d’orzo, che dà fino il 30; in altrettanto di fave, che moltiplicano quanto il fromento; in 12 di ceci e cicerchie, che producono anche il 10; in tre quarre di lenticchie che danno fino il 25, ecc. Il lino che si semina può ammontare a 10 starelli e se ne raccolgono circa 4000 manipoli che maciullati posson pesare 4 o 5 oncie per ciascuno.
Dalle vigne ottiensi mosto abbondante, e si fa vino bianco e nero. Le uve bianche sono il moscatello, la malvagia, il semidano, l’erbaposada, l’uva d’un grano, l’occhio di rana, il galoppo, il nuragus, l’apasorgia bianca: le nere sono il mustello o bovàli, la zaccarredda, la monica, il girò, la merdulina, il cannonao, la apasorgia nera, la nieddera, il rosanera.
Ne’ fruttiferi si distinguono ulivi, peri, fichi, susini, pomi, mandorli, e molte altre specie e varietà. È però vero che il numero n’è assai ristretto.
In alcuni chiusi si coltivano le piante ortensi.
Le terre chiuse per seminarvi e tenervi a pastura il bestiame domito possono avere la superficie complessiva di 110 starelli. La cinta è formata a pietre senza cemento o è da una siepe di fichi d’india.
Nel territorio non vedesi nè bosco, nè selva; occorrono però frequentissimi gli olivastri e i perastri.
 
Bestiame. Nell’anno 1839 si numeravano vacche 60, buoi per l’agricoltura 120, cavalli 40, giumenti 80, pecore 3500, porci 200. Il bestiame domito si nutrisce nelle case de’ proprietarii con fave, orzo e paglia nell’autunno e inverno, con l’erba nella primavera, con le stoppie nell’estate: il bestiame rude nelle terre aperte. I soli porci sono menati via nell’inverno per esser ingrassati ne’ ghiandiferi di altri dipartimenti.
 
Commercio. Da’ prodotti agrarii e da altri minori articoli possono questi popolani lucrare all’anno ll. n. 35 mila. Per s. Maria Maddalena si celebra una piccola fiera.
La distanza di Guamaggiore da Guasila e da Selegas è di circa un miglio.
 
Religione. Comprendesi questo popolo nella giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari, siccome vescovo doliese. Il paroco che li governa ha il titolo di rettore, ed è assistito nella cura delle anime da altri due sacerdoti. La chiesa parrocchiale situata quasi nel centro della popolazione è dedicata al martire s. Sebastiano, in cui onore si celebrano ogni anno due feste, una addì 20 gennajo e l’altra addì 5 maggio in memoria della dedicazione. Ad ambe è gran concorso anche da’ vicini paesi, e molti vanno veramente per motivo di religione.
Al libeccio del paese e in piccola distanza dal medesimo sopra due distinti rialti sono tre chiese, una dedicata a santa Maria maggiore, l’altra a s. Pietro, la terza a s. Maria Maddalena. La prima fu chiesa parrocchiale quando la popolazione abitava intorno. È di costruzione antica, ed è conosciuta l’epoca da una lapida in barbaro latino che vedesi nella facciata, nella quale notasi che cominciossi a edificarla addì 20 agosto dell’anno MCCXIIII. Questa e l’altra di s. Pietro rinchiuse entro un muro, servono per cemiterio.
Per la festa di s. Maria Maddalena, che cominciò a celebrarsi da circa 83 anni, quanto è il tempo scorso dalla sua edificazione, concorrono molti da’ vicini paesi chi per divozione, chi per ricreazione, e altri per ismerciarvi frutta, vini, confetti, panni e stoffe.
 
Antichità. Norachi. Sono conosciuti co’ nomi seguenti, norace de Baccas, Friarosu, Sa Corti deis Bacus, Marigianu, Barru, Su bruncu dessu sensu, Laus de leoni, Titirìu, Pitzu Ecis, s. Maria Maddalena, Perdosu, Su bruncu de Giuanni Zuddas, Ungrera, Nuragi de Mindas, Sa corti dessu Seci, Montacuzzu, Ruina-enna, Atza-casu. Il più considerevole è il detto Montacuzzu, gli altri sono in gran parte distrutti e di alcuni non restano che le sole fondamenta. I norachi di Pitzu Ecis, e Giuanni Zuddas furon distrutti per usare i materiali a una chiudenda, e quello di s. Maria Maddalena per fabbricar l’attuale chiesa. È da notarsi che presso al norace Baccas si scopersero intorno al 1820 alcuni pezzi informi di bronzo con varii istromenti a lavorare su’ metalli.
È poi da vedersi presso a questo stesso norace un fabbrico antico di grosse pietre in forma circolare, che volgarmente si appella Su fràigu deis morus (la fabbrica dei mori).
In varii luoghi di questo territorio gli agricoltori scoprirono sepolcri, ne’ quali trovarono ossa, lucerne, scodelline, vasi lacrimatori e antiche monete. Le misure de’ sepolcri e delle ossa sono al solito esagerate, e si suol far credere che fossero tombe di giganti.
 
Popolazioni antiche. Alcuni indizii sembrano ricordare l’esistenza di alcune popolazioni, delle quali ignorasi il nome; ed essi si trovano presso norace Mindas, in su Corti dessu Seci, in Barru, in Perdosu.




[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. VIII, Torino 1841, pagg. 279-283.

lunedì 23 maggio 2016

1335 Contribuzione della Trexenta alle guerre contro i Doria

1335 Contribuzione della Trexenta alle guerre contro i Doria
Sergio Sailis

Una delle pattuizioni inserite nella seconda pace tra Pisa e Aragona del 1326 prevedeva che il Comune pisano nella gestione delle Curatorie di Gippi e Trexenta che teneva a titolo di feudo fosse esentato da ulteriori gravami nei confronti della Corona.

Le croniche ristrettezze finanziarie in cui versava la Corona spesso imponevano però che queste franchigie venissero ignorate come nel caso della contribuzione per la guerra contro i Doria richiesta alla Curatoria di Gippi e alle ville di Guasila, Guamaggiore, Selegas e Segariu in Trexenta; a quaranta “liberis hominibus a equo” vennero infatti richieste duecento libbre in sostituzione del loro servizio.

Tra il 18 e 23 maggio 1335 Bando Bonconti nella sua qualità di vicario per le curatorie di Trexenta e Gippi e Puccio della Vacca nella sua qualità di camerario del comune pisano presentarono un’istanza al Governatore Ramon de Cardona affinchè i territori soggetti a Pisa fossero esentati da detta contribuzione in virtù del predetto trattato di pace.



(stralcio documento conservato in ASP)

La risposta del Governatore ovviamente fu negativa in quanto a suo dire la situazione delle casse regie non consentiva di esaudire detta richiesta che peraltro era stata fatta anche agli altri “hererats” presenti in Sardegna in rapporto al servizio di cavalli armati e alforrati che erano tenuti a prestare.

 

martedì 27 ottobre 2015

Parlamento del 1355: convocazione di Guamaggiore e Guasila.

Parlamento del 1355: convocazione di Guamaggiore e Guasila.
(trascrizione di Giuseppe Meloni [1]) 
 
1355 febbraio 28, Castro Callari - Pietro IV d'Aragona, considerando l'impossibilità che il vicario del Comune di Pisa in Sardegna si presenti alle Corti che si tengono a Cagliari (a causa della sua infermità) lo dispensa dal farlo. Ordina però al camerlengo Pino de Campo di provvedere affinché le ville di Goy Maior e di Goy de Civa, che fanno parte dei possedimenti del Comune in Sardegna, inviino uno o due rappresentanti alle Corti stesse. Lettere simili furono spedite anche per le altre ville dei territori pisani perché facessero altrettanto.
 
A.C.A. 28 febbraio 1355

 Petrus etcetera, fideli Pino de Campo, villarum que honorabilis Comunis Pisanorum habet in insula Sardinie camerlengo pro eodem Pisarum Comuni, salutem et gratiam. Vestram recepimus litteram continentem quod XXVI die mensis huius per quendam nostrum cursorem quandam nostram directam litteram dicti Comunis vicario recepistis, per quam dicto vicario mandabamus ut venire deberet ad generales Curias quas in civitate Castri Callari dicte incolis insule celebramus, et quia, ut asseritis, dictus vicarius cuiusdam quam patitur infirmitatis, causa mente captus est, nobis humiliter supplicastis ut ipsum vicarium a veniendo ad dictas generales Curias dignaremur excusatum habere; quadere ipsum vicarium hac vice a dicto adventu suo ducimus excusandum sed volumus et vobis mandamus quatenus faciatis taliter cum effectu quod homines universitatum villarum de Goy Maior[2] et de Goy de Civa[3], que dicti sunt Comunis, ut unum vel duos procuratores et sindicos eligant et statuant quibus, iuxta transumptum quod vobis presentibus interclusum mitimus, per ipsas universitates interveniendi in dictis Curiis facultas cum instrumento publico tribuatur, quos inter sex dies a data presentis inantea continue numerandos, in dictis Curiis infallibiliter faciatis adesse. Datum in Castro Callari, die ultima februarii, anno a nativitate domini MCCCL quinto; subscripsit Guillelmus.
Transumptum vero de quo supra habetur mentio tale est quale fuit aliis universitatibus super simili causa remissum.
Dominus rex mandavit Matheo Adriani.




[1] Giuseppe MELONI, Il Parlamento di Pietro IV d'Aragona (1355), collana: Acta Curiarum Regni Sardiniae, vol. 2, Firenze 1993, doc. 48, pagg. 225-226.
[2] Guamaggiore
[3] Guasila

mercoledì 17 luglio 2013

Guillem de Entença signore di Guasila e Guamaggiore

Guillem de Entença signore di Guasila e Guamaggiore
di Antonio Forci*
Guillem de Entença apparteneva ad un nobilissimo lignaggio catalano-aragonese imparentato con la casa reale le cui prime attestazioni rimontano al secolo XI[1]. Originari della Baixa Ribagorça, dove aveva sede il castello eponimo[2], gli Entença arrivarono a possedere un vasto feudo a cavallo tra Aragona e Catalogna esteso sino al fiume Ebro (Falset, Móra, Tivissa) con giurisdizione su varie località del Priorat e del Camp de Tarragona: la cosiddetta baronia d’Entença[3]. Un ramo della casata titolare della baronia di Alcolea (Alcolea de Cinca, Huesca) acquisì fin dal secolo XII feudi in Valenza dando origine alla linea dei baroni di Alcolea e Xiva, ricostruibile con certezza solo a partire da Bernat Guillem I d’Entença[4], nonno del nostro Guillem de Entença[5].

Questi era figlio naturale di Gombau d’Entença e Stefania di Sicilia e pertanto fratellastro dell’infanta Teresa d’Entença, moglie e madre rispettivamente dei futuri sovrani Alfonso IV e Pietro IV d’Aragona[6]. Non va quindi confuso col Guillem d’Entença figlio di Berengario V del ramo dei baroni d’Entença, morto tra l’altro nel 1321[7], come da taluni è stato fatto[8]. Furono suo fratello e sorella carnali Ponç Hug e Teresa Gombau che andò in sposa a Berenguer Carroz, figlio dell’ammiraglio Francesc Carroz[9]. Un’altra sua sorella, anch’essa di nome Teresa, fu monaca nel monastero di Casbes.
Tra i vari blasoni riconducibili al lignaggio Entença[10] è stato attribuito al nostro Guillem quello partito d’oro e di rosso, ma non si comprende su quali documenti si basi l’attribuzione[11]. Lo stemmario seicentesco conservato presso la Biblioteca Comunale di Cagliari, composizione anonima manoscritta, assegna agli Entença l’arme seguente: d’oro al capo di nero[12].


Dal suddetto padre Gombau, signore di Alcolea de Cinca, Xiva e Xestalgar, sobrejunter di Ribagorça e Pallars nonchè procuratore del regno di Valenza[13], ebbe in eredità i feudi di Benavarren, Falco, Gual e vari diritti che nel 1309 il re Giacomo II gli fece permutare con altri beni paterni[14]. Assieme al fratello Ponç Hug accompagnò l’infante Alfonso nella conquista della Sardegna dove, con carta del 18 febbraio 1325, ottenne in feudo secondo il costume d’Italia le ville di Furtei e Villagreca site nella curatoria di Nuraminis e quelle di Guamaggiore e Guasila site nella curatoria di Trexenta, dietro la fornitura di tre cavalli armati per tre mesi all’anno[15].

Investitura dei feudi a Guillem de Entença.
ACA reg. 398 ff. 74r-v - Valenza 25 marzo 1325
Si trattava di un servizio oneroso ma compensato dal fatto che al feudatario erano eccezionalmente concessi il mero e misto imperio con tutte le entrate pecuniarie derivanti dall’esercizio della giurisdizione civile e criminale nei limiti del suo feudo. Nello stesso anno gli infanti Alfonso e Teresa gli donarono in libero e franco allodio una «domum seu palacium» sito nella villa aragonese di Barbastro (Huesca) assieme al castello che si ergeva nei pressi di detta villa[16] e, con la stessa modalità, la villa e il castello d’Ivars (attuale Ivars d’Urgell, Lerida) nella viscontea catalana di Ager[17]. Fu altresì alcaide del castello aragonese di Candanchú (Aisa, Huesca)[18]. Dopo il trattato di pace stipulato nell’aprile 1326 tra la Corona d’Aragona ed il comune di Pisa perdette le due ville di Guamaggiore e Guasila le cui rendite annue ammontavano nel complesso a 5.360 soldi di alfonsini minuti. Fu così che l’infante Alfonso ordinò ai suoi ufficiali e amministratori operanti nel regno di Sardegna di individuare altre ville di pari valore da concedere in feudo al de Entença, riconoscendo a detto nobile il diritto a rientrare in possesso delle due ville perdute qualora il comune di Pisa vi avesse rinunciato[19]. Quasi contemporaneamente, a titolo di indennizzo, il nostro Guillem si vide ridotto ad un solo cavallo armato il servizio che doveva fornire per le restanti ville di Furtei e Villagreca[20], prestazione che, successivamente, fu ulteriormente ridotta ai soli periodi di guerra effettiva[21]. Dalla documentazione in nostro possesso appare chiaro che egli non risiedeva nei feudi sardi, affidandone l’amministrazione al cognato Berenguer Carroz e a tale Bernat de Fornells che agivano come suoi procuratori nella riscossione dei vari diritti feudali e con i quali non mancarono aspri contrasti. Agli inizi del 1327 il de Entença li accusò infatti dinanzi all’infante di non avergli versato i redditi di quelle ville sarde che per suo conto amministravano e avevano amministrato in Sardegna[22].
Un documento successivo ci informa che Guillem de Entença vendette «ad certum tempus» tutti i redditi, le machizie, i proventi e i diritti delle ville e luoghi posseduti per regia concessione nella detta isola ad Arnau Ballester il quale dovette anch’egli fare i conti con la prepotenza del Carroz[23].
Nel testamento della sorellastra infanta Teresa d’Entença, signora di Alcolea de Cinca, Xiva e Xestalgar nonché contessa di Urgell e moglie dell’infante Alfonso, redatto a Saragozza il 23 ottobre 1327, è ricordato come fratello carnale della testatrice che gli riconosce tutte le donazioni fattegli in vita[24]. Nel 1331 re Alfonso IV d’Aragona lo convocò per la crociata che stava allestendo contro Granada[25], mentre nel marzo dell’anno successivo compare per l’ultima volta in una lista di feudatari sardi[26], dopo di che non abbiamo più sue notizie. Dovette morire di lì a poco dopo aver venduto i feudi che possedeva nell’isola: alla data del 13 giugno 1332 le ville di Furtei e Villagreca risultano infatti acquistate dal governatore generale Ramon de Cardona anche se su di esse manteneva diritti Berenguer Carroz in virtù di un precedente contratto di arrendamento stipulato con i procuratori del de Entença[27]. Un documento di qualche mese posteriore, ove sono annotate tutte le rendite dei feudatari del regno di Sardegna, ci informa che «lo noble R. de Cardona <... omissis ...> te VII mill CLXVI sols de renda qui foren d’en G. d’Entença»[28]. I feudi iberici, per mancanza di figli, passarono invece ai nipoti cui nel 1333 furono riconosciuti vari censi[29].
 
* Antonio FORCI, Feudi e feudatari in Trexenta (Sardegna meridionale) agli esordi della dominazione catalano-aragonese (1324-1326), in “Sardinia. A Mediterranean Crossroads. 12th Annual Mediterranean Studies Congress (Cagliari, 27-30 maggio 2009)” a cura di Olivetta Schena e Luciano Gallinari, ora in “RiMe. Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea”, n. 4, giugno 2010, Cagliari 2010.


[1] José DE SANTIAGO, Los Entenza. Ricos-hombres de Aragón cit. In particolare sul nostro Guillem cfr. p. 227.
[2] Joan COROMINES (dir.), Onomasticon Cataloniae, IV (D-J), Barcelona, 1995, pp. 70-72, s. v. Entença.
[3] Cfr. GEC, vol. 6, Barcelonam, 1974, p. 649, s. vv. Entença e Entença, baronia d’.
[4] Cfr. GEC, vol. 6, cit., p. 651, s.v. Entença, Bernat Guillem d’; Manuel PASTOR I MADALENA, El cartulari de Xestalgar cit., pp. 39-48.
[5] Cfr. GEC, vol. 6 cit., pp. 650-651, s.v. Entença, Guillem d’ .
[6] Cfr. Manuel PASTOR I MADALENA, El cartulari de Xestalgar cit., p. 90.
[7] Cfr. GEC, vol. 6, cit., p. 651, s.v. Entença i de Montcada, Guillem d’.
[8] Francesco Cesare CASULA, Dizionario storico sardo cit., p. 574, s.v. Entença, Guglielmo de.
[9] Cfr. Jéronimo ZURITA, Anales de Aragón cit., libro VI, cap. LV; O. Esquerdo, Nobiliario valenciano cit., p. 200.
[10] Di rosso pieno (il più antico); d’oro partito di rosso (di Berenguer d’Entença, 1238); inquartato, 1° e 4° d’argento con tre pali di rosso (Montpellier), 2° e 3° di rosso; d’oro o d’argento al capo di nero: Cfr. Alberto y Arturo GARCIA CARRAFFA, El solar catalan, valenciano y balear, San Sebastian, 1968, t. II, pp. 126-128, lam. 16, nn. 9-11; http//www.armoria.info, s. v. Entenza.
[11] Cfr. José GRAMUNT, Linajes catalanes de Cerdeña, Barcelona, 1958, s.v. Entenza.
[12] Cfr. F. Floris, S. Serra, Storia della nobiltà in Sardegna, Edizioni Della Torre, Cagliari, 2007, tav. sesta f.t., in basso a sinistra.
[13] GEC, vol. 6, cit., p. 651, s.v. Entença, Gombau d’.
[14] Manuel PASTOR I MADALENA, El cartulari de Xestalgar cit., doc. n° 10, p. 128; GEC, vol. 6, op. cit., p. 651, s.v. Entença, Guillem d’.
[15] ACA, Real Cancillaría, reg. 398, ff. 73r-74r (1325 febbraio 18, Valenza). La relativa investitura è sempre in ACA, Real Cancillaría, reg. 398, f. 74r-v (1325 marzo 25, Valenza).
[16] ACA, Real Cancillaría, reg. 391, ff. 6r-v (1325 febbraio 5, Valenza), 16v (1325 febbraio 17, Valenza).
[17] ACA, Real Cancillaría, reg. 391, ff. 81v-82v (1325 agosto 17, Saragozza).
[18] ACA, Real Cancillaría, reg. 390, ff. 202v-203r (1324 novembre 5, Lerida).
[19] ACA, Real Cancillaría, reg, 401, f. 65v (1326 luglio 15, Lerida).
[20] ACA, Real Cancillaría, reg, 402, f. 153r-v (1326 luglio 16, Lerida).
[21] ACA, Real Cancillaría, reg, 403, f. 40r-v (1327 febbraio 12, Daroca).
[22] ACA, Real Cancillaría, reg, 403, f. 42r (1327 febbraio 27, Daroca).
[23] ACA., Real Cancillaría, reg, 508, f. 160r (1328 ottobre 23, Barcellona).
[24] Manuel PASTOR I MADALENA, El cartulari de Xestalgar cit., doc. n° 14 (12), p. 157.
[25] GEC, vol. 6, op. cit., p. 651, s.v. Entença, Guglielmod’.
[26] Jéronimo ZURITA, Anales de Aragón cit., libro VII, cap. XVI; ACA, Real Cancillería, reg. 513, f. 93v.
[27] ACA, Real Cancillería, reg. 514, ff. 192v-193r.
[28] ACA, Real Cancillería, reg. 515, f. 10v.
[29] GEC, vol. 6, op. cit., p. 651, s.v.

mercoledì 9 gennaio 2013

I "Liberi et terrales ab equo"

I "LIBERI ET TERRALES AB EQUO"
Elenco per la TREXENTA nel 1359
di Sergio Sailis


I cosidetti “liberi et terrales ab equo” rappresentavano una sorta di piccola aristocrazia rurale posta alla sommità della scala sociale medioevale sarda; si trattava di invidui “liberi” e avevano l’obbligo di prestare servizio militare (o di polizia) a cavallo. Essi erano esenti dal pagamento di imposte ma dovevano garantire il possesso di un cavallo e di armamenti adeguati (nel periodo pisano-aragonese il valore del cavallo doveva essere di almeno otto libbre di alfonsini minuti e l’armamento di almeno cinque libbre) per lo svolgimento del servizio assegnato ed era obbligato a presentarsi alle mostre periodiche, partecipare alle “cavalcate” e ai giudizi di corona.



Il loro status di esenzione permaneva sintanto erano in grado di prestare tale servizio; qualora venissero a mancare queste condizioni potevano essere declassati e ricompresi nelle altre categorie soggette ad imposizione.
Sono tuttavia noti diversi casi di appartenenti a questa categoria che, dopo essere caduti in povertà, fecero esplicita richiesta per essere esentati ossia “affeati” pagando una tassa specifica.
Nel periodo pisano potevano essere considerati in questa categoria solo quelli espressamente indicati nelle periodiche "Composizioni" ed eventuali deroghe potevano essere autorizzate solo dal Consiglio degli Anziani di Pisa.
Nella VI composizione redatta nel 1359 da Ser Costantino Sardo (coadiuvato dal notaio Pietro da Calci) e destinata ad entrare in vigore il primo settembre del 1362, per la Trexenta vengono indicati i seguenti "liberi et terrales ab equo":

1) Miale Orlandi - Goy de Silla;
2) Gostantinus Orlandi - Goy de Silla;
3) Arsocchus de Asseni - Goy de Silla;
4) Gonnarius de Serra - Goy de Silla;
5) Filippus Puliga - Goy de Silla;
6) Guantinus Dessori (jr) - Goy de Silla;
7) Arsocchus Mereus - Goy Maioris;
8) Paulus de Serra - Goy Maioris;
9) Filippus de Serra - Goy Maioris;
10) Gomita Savio - Goy Maioris;
11) Gomita Mancosus - Selaghe;
12) Simon Diana - Selaghe;
13) Miale Puligha - Siunis;
14) Taddeus Castagna - Suellis;
15) Fuliatus Castagna - Suellis;
16) Lasius Currie (figlio di domini Suaccesi) - Arigi;
17) Margianus de Asseni (figlio di domini Suacesi Currie) - Arigi;
18) Gonnarius Curria - Arigi;
19) Nicola de Siillo - Sinorbi;
20) Gomita Mancosus - Sinorbi;
21) dominus Johannes Troncii - Bangni Arilis;
22) Barasone Tronci - Donigaglie Alte;
23) Dominus Johannes Mancosus - Alute;
24) Antiocus Curria - Simieri;
25) Gonnarius Curria - Simieri;
26) Colus de Asseni - Archo;
27) Arsocchus de Asseni - Archo;
28) Petrus de Asseni - Archo;
29) Guantinus Troncii - Ortacesus;
30) Arsocchus de Martis - Ortacesus;
31) Jacominus de Orro - Ortacesus;
32) Miale Margiani de Quarto - Ortacesus;
33) Petrus Margiani de Quarto - Ortacesus;
34) Gratiadeus de Orro - Ortacesus;
35) Francischus de Culchas - Sebera;
36) Cococti Mesusii - Sebera;
37) Dominus Petrus Diana - Bangni Donici;
38) Johannes de Capoterra - Dei;
39) Barazone de Asseni - Dei;
40) Gonnarius de Martis - Arili;
41) Julianus Ardu - Bangni Arilis;
42) Petrus de Capoterra - Bangni Arilis;
43) Guantinus Curria Dorru - Bangni Arilis;
44) Guantinus Curria Orlandi - Bangni Arilis;
45) Seracinus Dorru - Segarii;
46) Benedictus Margiani Mele de Quarto - Frius;
47) Gomita Mele de Quarto - Frius;