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martedì 17 gennaio 2017

1326, i disordini di Bonaria

1326, i disordini di Bonaria
di Sergio Sailis
Siamo a Bonaria, la cittadella fortificata eretta dai catalano-aragonesi in contrapposizione alla Castel di Castro pisana, in un freddo 17 gennaio del 1326; le truppe iberiche continuano il loro assedio alle poderose mura erette dai toscani a protezione della città ma non tutto fila per il verso giusto.
L’infante Alfonso infatti al fine di limitare lo strapotere che i Carroç avevano ormai assunto nell’isola il 5 novembre 1325 nomina Ramon de Peralta capitano di guerra in Sardegna lasciando a Francesc Carroç il comando della flotta; il precedente 24 settembre inoltre aveva destituito dalla carica di capitano di Bonaria il figlio di Francesc Carroç, Berenguer, nominando al suo posto Guillem de Llor anch’egli fedelissimo del Peralta. Questa situazione non poteva che creare attrito tra il Peralta e i Carroç che già in precedenza avevano avuto dei diverbi.
Fatto sta che all’imbrunire del 17 gennaio a seguito di una discussione tra Jofré Gilabert de Cruilles e Guillem de Llor si giunse allo scontro armato tra i fautori dell’ammiraglio Francesc Carroz (tra i quali i suoi figli Francesc e Jaume, Pere de Llibià, Bonanat Sapera, Jofré Gilabert de Cruilles, Arnau ça Cassà, Ramon ça Vall) e quelli del capitano di guerra Ramon de Peralta (tra i quali spiccavano le figure di Guillem de Llor, Jaume des Truyll, Bort de Montsonis, Rocafort, Berenguer d'Anglesola) con morti e feriti e per poco non si mise in discussione la stessa sopravvivenza della cittadella se solo i pisani fossero intervenuti.
Alla fine gli animi furono riappacificati grazie anche all’intervento del Giudice Ugone d’Arborea e dei magistrati di Bonaria che mediarono tra i contendenti anteponendo l’interesse della Corona a quello delle parti in causa.
La reazione dell’infante giunse dopo qualche mese richiamando a corte per gli accertamenti del caso quelli che erano ritenuti i maggiori responsabili delle lotte intestine e nominando due riformatori, Felip de Boyl e Bernat de Boixadors, con il compito di chiarire quanto successo.
Lettera inviata il 3 marzo 1326 dall'Infante Alfonso
a Francesc Carroç  e a Ramon de Peralta in merito agli scontri di Bonaria (ACA)
Tra i personaggi coinvolti in questa vicenda molti sono quelli relazionati con la Trexenta. Berenguer Carroç (figlio dell’ammiraglio Francesc) per esempio era infatti sposato con Teresa Gombau d’Entença cui l’infante aveva concesso in feudo, tra gli altri, il villaggio di Bangiu Donico (donazione che però rimase senza esito per via di alcune particolari clausole nella concessione); il villaggio poi venne successivamente concesso a Guillem Sapera (fratello di Bonanat sopra citato cui cedette i propri diritti mantenendone l’usufrutto) assieme alla villa di Gergei (curatoria di Siurgus). Un altro figlio dell’ammiraglio, Francesc II Carroz, viceversa aveva ricevuto in feudo le ville di Arili, Siocco, Donigala Alba e Segolai. Pere de Llibia invece aveva ricevuto il villaggio di Selegas. Jofré Gilabert de Cruilles era feudatario delle ville di Bangio de Arili, Seuni e Suelli site nella curatoria di Trexenta, e di Donigala e Siurgus site nella curatoria di Siurgus mentre Arnau ça Cassà aveva ricevuto il villaggio di Dei oltre alle ville di Sheutas, Nuragi e Postmont site nella curatoria di Nuraminis e quelle di Monastir e Sigogus, site nella curatoria di Bonavoglia e Guillem de Llor, tra le altre, aveva invece in feudo la villa di Barrali.
Nello stesso 1326 però quasi tutti, ad eccezione di Guillem de Llor, persero i loro feudi trexentesi (in cambio di un indennizzo) a seguito della seconda pace con Pisa che costretta a rinunciare a Castel di Castro riceveva in feudo le Curatorie di Trexenta e Gippi.
 
 
Bibliografia:
Pasquale TOLA, Historiae patriae monumenta - tomo X: Codex diplomaticus Sardiniae, tomo I, Torino 1861.
Marco TANGHERONI, Su un contrasto tra feudatari in Sardegna nei primissimi tempi della dominazione aragonese, in Medioevo età moderna, Cagliari 1972.
 
Sandro PETRUCCI, Cagliari nel Trecento. Politica, istituzioni, economia e società. Dalla conquista aragonese alla guerra tra Arborea ed Aragona (1323-1365).
Antonio FORCI, Damus et concedimus vobis. Personaggi e vicende dell'età feudale in Trexenta (Sardegna meridionale) nei secoli XIV e XV, Ortacesus 2010.
Sergio SAILIS, Guillem Desllor, primo feudatario di Barrali (1326-1331) in “Barrali. Un paese antico tra Parteolla e Trexenta”, (a cura di A. Forci e L. Casu), Ortacesus 2014.

 

giovedì 1 dicembre 2016

Barrali

Immagini della Trexenta ottocentesca: Barrali[1]
 
BARRALI, villaggio della Sardegna nella provincia di Cagliari, distretto di Ussana, e tappa (uffizio d’insinuazione) di Cagliari. Comprendesi nell’antico dipartimento di Trejenta del giudicato di Cagliari. L’antico nome di questo paese era Villarìos.
Giace alle falde di Montiùda, che divide la Trejenta dal Partiolla. Componesi di 75 case distribuite irregolarmente. Le strade sono senza selciato, e non si cura di tenerle monde.
Questa parrocchia è nella giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari come vescovo di Dolia. La chiesa è sotto l’invocazione di s. Lucia v. e m., e fu rifabbricata nel 1832. Il preposto alla cura delle anime era per l’addietro qualificato rettore, ma per la tenuità dei frutti decimali già da 30 anni in qua vi si è instituito un pro-vicario. Per la festa principale della titolare che si è fissata nella prima domenica di luglio, si celebra una piccola fiera, l’altra festa occorre addì 13 dicembre.
Nei primi anni del corrente secolo la popolazione sommava appena a 200 anime. Nell’anno 1833 si annoverarono famiglie 75 e anime 246. Il numero ordinario dei nati è sotto i 10, e quanti nascono, tanti poco meno muojono.
Vestono nelle stesse maniere degli altri campidanesi, se non che se ne distinguono per la minor pulitezza. Amano molto i balli, e volentieri passano le lunghe ore in ozio, bruciando tabacco.
La temperatura è calda, e l’umidità è assai sensibile nelle notti: la nebbia domina in ogni stagione, nè prima si dirada, che sia l’atmosfera ben riscaldata dal sole: poco danno, o nulla credono patirne i nativi, contro ciò che con più verità si può dedurre dalla loro poco sana costituzione, dal colorito squallido e gialleggiante, e dalla brevità della vita.
Le tempeste di grandine e di fulmini sono rare. Il paese è situato su d’un piano umido in un seno alla falda del detto monte, dove non altro vento passa che il ponente. Da ciò deducasi qual aria vi si respiri. Alcuni pioppi, che in diversi siti dell’abitato frondeggiano, ne rendono la prospettiva un po’ amena, e nella primavera vi si riunisce gran numero di usignoli, che riempiono l’aria di gratissimi armonici concenti.
Il Barralese nei tratti coltivabili sì del piano, come del monte non potrebbe capire più di 1000 starelli di semenza (ari 3986), mentre la superficie può calcolarsi a 15 m. q. Le terre alla parte di ponente sono delle altre più idonee ai semi, e vi fruttifica bene il frumento, l’orzo, le fave, e le cicerchie. Lungo il fiume potrebbe venir prosperamente anche la meliga, e naturarvisi il cotone, come persuade l’esperienza del 1821, fatta come in altri territori d’ordine vice-regio, e poi non più ripetuta.
Al monte agrario di questo paese era stato assegnato il fondo granatico di star. 400 (litr. 19,680), ed il nummario di lire sarde 435 (l. n. 835.20). Nello stato del 1833, il primo comparve cresciuto a star. 1000, il secondo ridotto a lire sarde 33.10.
L’ordinaria somma delle semenze va a star. 570, così spartiti, che diansi ai solchi 250 di grano, 200 d’orzo, 100 di fave, 20 di cicerchie. La raccolta suol computarsi da 5 in 6 mila starelli. Gli orti producono cocomeri, zucche, poponi, fagiuoli, cipolle. Di lino se ne coltiva tanto, che sia sufficiente ai propri bisogni. I telai non son più di 20. Poche sono le vigne, poche le varietà delle uve, il vino di mediocre bontà, che non sempre basta alla consumazione. Le piante fruttifere sommeranno a circa 800; le specie sono peri, prugni, mandorli, ed alcuni gelsi e cotogni. I chiusi sono 35, e comprendono una superficie di star. 150 (ari 5,979), nei quali alternasi la seminagione del grano e delle fave.
Fuor dei pioppi, nessun’altra specie di alberi vedesi vegetare in queste terre, dove sarebbero utilissimi e per bonificar l’aria, e per somministrar delle legna e per le opere e pei focolari.
Tutti i poderi, come nella massima parte dei Campidani si osserva, sono assiepati con fichi d’India, che vi vegetano con molto lusso. Sono fruttuosissimi, e quindi per alcuni mesi la misera gente trae la sua sussistenza, il restante serve ad ingrassare i majali.
In questa regione nessun’altra eminenza è da rimarcarsi, ad eccezione di Montiùda, dalla quale scopresi grande estensione intorno. È sparsa di macchie, di lentisco, e di cistio, e vi nasce un po’ di pascolo.
Gli animali che si educano, sono vacche, capre, pecore, giumenti, cavalli, e porci. I buoi per l’agricoltura sono congiunti in 36 gioghi, le vacche sommano a capi 150, le pecore a 600, le capre a 200, i giumenti a 100, i cavalli a 25. Il cacio non è di alcuna riputazione, e non eccede la consumazione del paese.
La cacciagione si esercita contro conigli, lepri, e pernici. Il vicino fiume durante l’inverno vedesi popolato di anitre, e di galline acquatiche.
Due o tre sorgenti poco considerevoli sia per la qualità, sia per la quantità trovansi nel monte: sono assorbite prima di toccare le sponde del fiume. Questo è un confluente del Caralìta, che finora non ha un nome proprio nella corografia sarda, sebbene molti ne abbia nello sviluppo della sua linea entro i diversi territori, che bagna (Vedi articolo Trejenta). Scorron le sue acque a ponente del paese alla distanza di 8 min. Il suo guado trovasi nella stessa direzione sulla strada a Pimentèl: non è pericoloso, che dopo grossi temporali, estendendosi allora circa un quinto di miglio. Le inondazioni recano sempre gravi danni agli orti; e quando accadano prima che le messi siano conservate, si rischia di perderle, da che le aje si fanno presso alle rive. A mezz’ora dal paese presso il luogo, dove esisteva l’antica popolazione di Santàdi, ossia Natali, pare di riconoscere il piede del ponte, per cui si passava ad una chiesa, di cui ora nè appariscono pure le vestigie. Ben però sono visibili quelle della detta popolazione, essendo frequenti le rovine, ed anche i sepolcri. Nella primavera pigliansi in queste acque bellissime trote, e nel romper dell’autunno una considerevole quantità di anguille, che vendesi con molta riputazione.
Questo territorio si traversa dalla strada provinciale della Ogliastra, e avvicinasi al paese poco più d’un miglio.
Baràli è distante da Pimentèl mezz’ora; da Ortacèsus e Samazzài 3/4; da s. Andrea, Senorbì, Arixi, Donòri un’ora; da Suelli, Sèlegas, Guamaggiore un’ora e 1/4; da Guasila un’ora e mezzo; dalla capitale 5 ore e mezzo. Le strade sono carreggiabili, ma non senza qualche difficoltà, principalmente d’inverno.
Di cose antiche altro non si può osservare, che le su accennate rovine di Santàdi, ed un sol norache sopra Montiùda, donde si vede tutto il cratere della Trejenta.
Comprendesi questo comune nel feudo di Trejenta appartenente al marchese di Villasor. La curia è stabilita in Guasìla, e le sono soggetti Guamaggiore, Ortacèsus, e Pimentèl. Per li dritti feudali V. Guasìla. Sono coscritti da questo paese 19 individui al battaglione di Serra-manna dei corpi miliziani.




[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. II, Torino 1834, pagg. 161-164.

giovedì 4 febbraio 2016

Host 1350, Barrali

Host 1350, Barrali
di Sergio Sailis
 
1349-1350, dopo la sconfitta di “aidu de su turdu” avvenuta nel 1347 e il successivo assedio di Sassari sempre ad opera dei Doria, Pietro IV al fine di finanziare le spese militari in Sardegna richiese ai feudatari del cagliaritano di fornire straordinariamente un quinto degli uomini abili al servizio armato presenti nei loro feudi oppure, per coloro che invece preferivano sostituire questo servizio con il pagamento di un’imposta sostitutiva, il versamento di 4 lb. di alfonsini minuti per ogni uomo.
Nell’immagine (ACA Barcellona) Pere de Ciges (o Sitges), feudatario del villaggio di Barrali in Trexenta nel quale erano presenti 15 uomini validi, doveva pagare un’imposta sostitutiva equivalente a 3 uomini e quindi 12 lb.
Peraltro le 12 lb. che Pere de Ciges doveva versare erano un esborso non indifferente dal momento che il feudatari dai tributi del villaggio ricavava appena 4 lb. l'anno.
 
 
Questo interessante documento è importante perché, oltre farci capire i sistemi utilizzati dal sovrano per reperire i necessari introiti finanziari, “fotografa” con precisione il numero degli uomini abili alle armi (cioè quelli ricompresi tra i 14 e i 60 anni) di diversi villaggi sardi e ci consente quindi di stimare indirettamente, seppur con un certo grado di approssimazione e con le dovute cautele, la loro consistenza demografica; nel caso specifico di Barrali, che come detto nel 1349-1350 poteva contare su 15 uomini validi, è ipotizzabile che il villaggio avesse una popolazione complessiva di una sessantina di persone circa. 

 

venerdì 23 ottobre 2015

Pere de Sitges, signore di Barrali

Pere de Sitges, signore di Barrali

di Sergio Sailis

Nel 1345 Jaume d’Aragò (uno dei figli naturali di re Giacomo d’Aragona), già dal 1331 feudatario della villa di Barrali nella curatoria di Dolia, cedette i suoi diritti sul villaggio - per il prezzo di 590 libbre di alfonsini minuti - ai fratelli Pere e Bernat de Sitges mercanti barcellonesi da qualche tempo trasferitisi nel Castello di Cagliari.

Bernat morì nel 1348 probabilmente a causa della famosa peste che contagiò anche il fratello il quale riuscì comunque a sopravvivere. Pere quindi, una volta ristabilitosi dalla malattia, nel 1352 venne nominato all’importante carica di doganiere del Castello di Cagliari.




coperta del libro delle uscite delle dogane di Cagliari sotto il doganiere Pere de Sitges in A.C.A.

stralcio del libro delle uscite della dogana di Cagliari del 1 aprile 1352 in A.C.A.

stralcio del libro delle entrate della dogana di Cagliari del 1 aprile 1352 in A.C.A.
Nel 1350 Pietro il Cerimonioso decretò che i feudatari dell’isola dovevano fornire un contingente pari a un quinto degli uomini atti alle armi residenti nei villaggi sotto la loro giurisdizione o in alternativa un prelievo straordinario sostitutivo pari 4 libbre per ogni persona che non partecipava alle operazioni militari; Pere de Sitges doveva contribuire per il villaggio di Barrali con un’imposta di 12 libbre corrispondente a 15 uomini atti alle armi e pertanto indirettamente si può stimare che il villaggio era abitato da circa 60/70 persone.
(vedere anche l'articolo apposito Host 1350 Barrali)

A causa dell’incompatibilità tra la carica di ufficiale regio e lo status di feudatario nello stesso anno dovette però rinunciare alla villa di Barrali cedendola a Alibrando de Acen (o de Sena che, pur essendo sardo, all’epoca era uno dei più importanti feudatari dell’isola); detta vendita però non si concretizzò e il de Sitges, nella sua qualità di feudatario, venne convocato al Parlamento del 1355 nelle fila del braccio militare.



stralcio della convocazione di Pere de Sitges al Parlamento del 1355 in A.C.A.
Il tentativo di vendita del villaggio venne riproposto con più fortuna nel 1359 quando Alibrando de Acen, dopo aver finalmente ottenuto l’assenso regio alla cessione, si presenta a Barcellona per il giuramento di fedeltà al sovrano.


giovedì 1 ottobre 2015

Dispute tra feudatari catalano-aragonesi e clero sardo

Dispute tra feudatari catalano-aragonesi e clero sardo
di Sergio Sailis



Contenzioso tra Guillelmus de Lauro (Guillem Desllor) e Francesco, Vescovo di Dolia, per un salto di Barrali in A.C.A.
L’organizzazione feudale introdotta dai catalano-aragonesi nel Regno di Sardegna e la polverizzazione in tanti piccoli feudi del territorio sardo, provocò da subito delle situazioni di attrito tra ufficiali regi e feudatari, tra gli stessi feudatari e tra questi e le popolazioni locali; tali contrasti erano spesso dovuti a contese sui confini (che non tenevano conto della precedente ripartizione distrettuale) ed erano alimentati da violenze e soprusi che spesso causarono l’allontanamento di uomini dalle località infeudate per trasferirsi in città o in altri feudi.
Episodi di sopraffazione coinvolsero anche gli enti ecclesiastici tanto che l’arcivescovo di Cagliari, il vescovo di Suelli e quello di Dolia si videro costretti in più occasioni a rivolgersi ad Alfonso ed al Papa affinché venissero riconosciuti e tutelati i propri diritti come era espressamente previsto nei capitoli dell’infeudazione dell’isola.

Alcune delle contese sorte riguardavano i feudi posseduti da Guillem Desllor: la metà della villa di Quarto Josso, che l’arcivescovo di Cagliari asseriva essere di sua proprietà, assieme ad altre ville, sulla base di una donazione del Giudice Torchitorio, e la villa trexentese di Barrali (Barrala), di cui, secondo il vescovo doliense Francesco, il Desllor aveva occupato un salto, da tempo immemore proprietà della Diocesi, inviando dei cavalieri armati (fra i quali un certo Pere Desllor, probabile suo stretto parente, e Pere de Subirats) presso la villa di Dolia a interrogare e minacciare alcuni suoi familiari.

martedì 16 settembre 2014

Presentazione del volume su Barrali.

 
 
Barrali. Un paese antico tra Parteolla e Trexenta.
A cura di: Antonio Forci e Luigi Casu 
Testi di:
Antonio Forci, Terenzio Puddu, Roberta Relli, Sergio Sailis
 Sandhi editore,  Ortacesus 2014


 

 
Il volume oltre a descrivere le diverse emergenze archeologiche del territtorio barralese ripercorre la storia del villaggio attingendo da documenti editi ed inediti sino al suo spopolamento in epoca medioevale e alla successiva rinascita nel XVII secolo.