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martedì 30 marzo 2021

CORONGIU, UNA “VILLA” DI CONFINE

 CORONGIU, UNA “VILLA” DI CONFINE

Sergio Sailis

(Trexenta Storica)


Gli studiosi di storia sarda, e non solo loro, sono sempre rimasti incuriositi dal gran numero di insediamenti umani che nell’Isola, per i più svariati motivi, sono rimasti spopolati nel corso del medioevo con un’incidenza che raggiunge livelli ben superiori rispetto ad altri areali europei. Questi villaggi il più delle volte erano di ridotte dimensioni e composti da poche unità abitative spesso realizzate in prossimità di precedenti insediamenti nuragici, punici o romani e localizzati in modo da risultare più agevole e conveniente lo sfruttamento delle risorse produttive offerte territorio.

Il villaggio di Corongiu era uno di questi piccoli insediamenti rurali della Sardegna medievale; la “villa” dal punto di vista amministrativo era inserita nella curatorìa di Dolia (o Bonavolia) e dal punto di vista ecclesiastico faceva parte della Diocesi omonima.  



La sua precisa localizzazione è rimasta per lungo tempo incerta e pertanto gli studiosi che si sono occupati dell’argomento hanno sempre mantenuto una prudente riserva anche per via delle contrastanti testimonianze documentali. Day  si limitava a indicare la sua appartenenza al distretto di Monastir associandolo a Nurx (o Nuregi) che collocava genericamente tra San Sperate, Monastir e appunto Corongiu; la Terrosu Asole  invece lo poneva in territorio di Donori senza fornire ulteriori informazioni di supporto mentre sia Serra  che Casula  lo situavano genericamente nei pressi di Monastir senza ulteriori specificazioni.

Una più attenta rilettura di alcuni documenti, peraltro già ben noti agli studiosi, e quella di un manoscritto sinora sostanzialmente inedito consentono, pur con le dovute cautele, di ipotizzare la sua localizzazione in modo più puntuale ossia in territorio dell’attuale Pimentel e più precisamente proprio in località “Corongiu” a circa un km a nord-nord/ovest dal centro abitato. 

Se infatti si analizza con più attenzione la famosa “donazione della Trexenta” a suo tempo edita dal Tola,  che notoriamente espone l’elenco dei villaggi trexentesi in ordine geograficamente affidabile, notiamo, come aveva opportunamente evidenziato A. Era (che ebbe modo di riesaminare il manoscritto utilizzato dal Tola per la sua edizione ), che tra la villa di Funtana Sihuni  e quella di Dei  c’era una lacuna nel testo («sa villa de Funtana Sicinj, sa villa de [ … ], sa villa de Dey») e conseguentemente non ci è pervenuto il nome di una villa ricompresa nella donazione.

Sulla scorta di altri documenti però è possibile ipotizzare che il nome del villaggio mancante nel manoscritto sia proprio quello di Corongiu il cui territorio sarebbe quindi racchiuso a sud e a ovest tra i due centri sopra citati; questo giustificherebbe anche il fatto che, nella parte del documento dove vengono ripercorsi (sempre in rigoroso ordine geografico) i confini della curatorìa, il villaggio non è menzionato proprio perché situato all’interno della stessa.

Questa considerazione è supportata dal fatto che un interessante documento, come accennato sostanzialmente inedito, ascrivibile alla metà del ‘300 circa, che riepiloga per singola diocesi le rendite ecclesiastiche della Sardegna da assoggettare alla decima papale, fortunatamente ci informa sull’intitolazione della chiesa del villaggio di Corongiu, della Diocesi di Dolia, la quale era appunto dedicata ai santi Filippo e Giacomo: 


                                     
  
Fig. 1: Stralcio ACA, Real Patrimonio, reg. 2100, fg. 4v,

Episcopatus Doliensis […]. Item ecclesie Sante Elene ville Dei et santorum Philippi et Iacobi de Corongi. XXV libres.  


Nel sud Sardegna le chiese intitolate ai due apostoli contemporaneamente non sono molto frequenti e nella zona compresa nelle curatorìe di Dolia e Trexenta e più in generale nella Diocesi di Dolia forse l’unica esistente (peraltro oggi ridotta a un cumulo di ruderi di scarsa leggibilità) era quella posta nel territorio dell’attuale Pimentel proprio in località “Corongiu” dove, su un preesistente insediamento nuragico, insistono delle vestigia che la tradizione locale, peraltro confermata dalla toponomastica,  ritiene siano pertinenti alla chiesa di San Filippo; questi dati ci consentono quindi di poter qui localizzare il villaggio corroborati anche dall’associazione che nel documento si fa villaggio di Dei che infatti era situato nelle vicinanze poco più a nord in prossimità degli attuali confini tra Pimentel e Samatzai.


Fig. 2: Stralcio I.G.M.: Foglio 548 sezione III – Donori, scala 1:25.000


Questa ipotesi di localizzazione è inoltre suffragata dal fatto che, come vedremo più in dettaglio nel prosieguo, in diversi altri documenti di epoca aragonese il villaggio è spesso attestato unitamente ad altri insediamenti della zona quali Barrala, Fontana Siuni, o Nurx  ecc. ed in alcuni viene specificatamente ascritto alla Trexenta; si tratta dunque di quella fascia territoriale posta ai confini delle due curatorìe giudicali di Dolia e Trexenta che dalla fase finale del XIV sec. rimase spopolata per alcuni secoli per essere ripopolata solo dal Seicento in poi.

Questa zona — che durante il periodo della dominazione pisana nella documentazione d’archivio risulta costantemente inserita nella curatorìa di Dolia — in seguito entrerà nell’orbita della Trexenta per fare parte integrante stabilmente della “encontrada” allorché il procuratore reale Berengario Ça Plana il 22 marzo 1464 dà il proprio assenso alla restituzione delle tre ville spopolate di Barrala, Corongiu e Fontana Sihuni fatta da Antonia d’Erill a favore di Galceran de Besora per il prezzo di 250 lire di moneta cagliaritana. 

La stessa Barrali poc’anzi citata inoltre in diversi documenti è associata ad altri villaggi situati della parte meridionale della Trexenta; in un documento del 12 ottobre 1416 la “villa”, ormai spopolata, per esempio viene concessa in feudo, senza però espliciti obblighi di ripopolamento, a Bartolomeo Pino unitamente alle altre ville spopolate di Villa Campo e Donigala Alba: «villas (vocatam) depopulatas de Barrala (depopulatam) sitam in capite Callari in encontrata de Parte Volla et (quoddam saltum vocatum de Villa de Campo) villam vocatam Donicalalba sitam in curatoria dela Tregenta nec non et quendam saltum vocatum de Villa de Campo situatum in dicta curatoria dela Tregenta presentis insule Sardinie». 

La zona di “Corongiu” si presenta come una piccola vallata costeggiata a est da colline marnose (tra le quali quella nota con il sinistro nome di “Bruncu sa furca” ai confini con Samatzai) e a nord e ad est da emergenze arenarie e granitiche; è attraversata da un torrente perenne anche se di scarsa portata denominato Santu Fibippu che nasce qualche km più a nord e lambisce la zona in esame. 

L’area risulta frequentata sin dal periodo neolitico come testimoniato dalle pregevoli domus de janas di “Corongiu” situate nelle immediate vicinanze mentre a circa 200 m. in linea d’aria è presente l’altro complesso di domus di “S’acqua salida” in località “Pranu Efis” dove si riscontrano anche tracce di insediamenti del periodo nuragico e romano.  


Come accennato, durante il periodo giudicale il villaggio faceva parte del Giudicato di Cagliari e amministrativamente era compreso nella curatorìa di Dolia; purtroppo per questo periodo ci mancano attestazioni scritte  e bisogna attendere la “VI Compositio” pisana del 1320–1322 per ritrovare il villaggio che viene così censito dai toscani: 


Villa Corognu Curatorie Dolie

pro datio suprascripte ville lb. VI s. VI

pro dirictu tabernarum vini suprascripte ville s. X

pro quondam saltu suprascripte ville lb. I s. XIII d. VI

item grani starella XXXVII

et ordei starella XXI


Dai valori sopra esposti, confrontati con altri della stessa curatorìa o di quelle limitrofe, possiamo immaginare che il villaggio doveva avere una consistenza demografica alquanto modesta. La sinteticità del documento inoltre, quasi sicuramente riepilogo di un lavoro più ampio non pervenutoci, non ci consente purtroppo di avanzare ulteriori analisi sulla situazione economica del villaggio se non quella che nel suo territorio l’attività agricola era preponderante con la coltivazione di cereali e vigne e che il Comune toscano possedeva dei terreni demaniali che, come consuetudine, concedeva in affitto alla comunità ricevendone un canone annuale. Non vengono evidenziati, forse perché marginali, dati sull’allevamento di bestiame, sulla coltivazione di orti e neanche su altre indispensabili attività economiche come il commercio o l’artigianato che comunque possiamo ipotizzare sicuramente presenti come in altre realtà isolane.

Il Comune Pisano era entrato in possesso del villaggio unitamente al terzo del giudicato cagliaritano agli inizi del ‘300 a seguito delle disposizioni testamentarie di Mariano II d’Arborea.  I sovrani arborensi infatti, e segnatamente Guglielmo di Capraia, come noto, avevano acquisito il controllo di un terzo del Giudicato di Cagliari a seguito delle operazioni militari del 1257/1258 che portarono al suo smembramento ad opera delle forze congiunte dello stesso Guglielmo, di Giovanni Visconti di Gallura, e di Ugolino e Gherardo della Gherardesca con il fattivo concorso del Comune di Pisa che ritenne per sé la città di Cagliari (Castello Castri) e il circondario. 

Il dominio diretto del Comune di Pisa era però destinato ad essere di breve durata; l’infeudazione bonifaciana del Regno di Sardegna e Corsica del 1297 e la conseguente invasione catalano-aragonese pone infatti fine alla supremazia pisana nell’Isola. Pisa a seguito della pace del 1324 deve rinunciare al possesso dei territori sotto il suo controllo mantenendo, anche se per poco tempo, solo quello di Cagliari e delle sue appendici. 

Con la conquista iberica quindi anche il villaggio di Corongiu, come del resto la maggior parte dei villaggi isolani, deve fare la traumatica esperienza con una nuova istituzione giuridica: il feudalesimo. 

I catalani infatti, ancor prima della conclusione delle operazioni militari per la completa conquista dell’isola, procedettero al frazionamento degli antichi distretti amministrativi giudicali, le curatorìe, concedendo in feudo i vari villaggi sardi a personaggi che in un modo o nell’altro avevano contribuito alla conquista dell’isola in armi o finanziamenti. Così nel 1325 anche Corongiu viene concesso a Guillem Sorell unitamente a Pirri, Cebolla e San Vetrano nel Campidano di Cagliari.  

Guillem Sorell era un maiorchino approdato nell’isola al seguito dell’Infante Alfonso; inizialmente risiedeva a Bonaria — la cittadella fondata dagli aragonesi in contrapposizione e dirimpetto alla Castel di Castro pisana — dove godeva di una discreta reputazione anche politica. Nel 1325 infatti è uno degli ambasciatori (assieme a Bernat de Muntalegre) che si recheranno a Corte per conto del governatore e degli amministratori di Bonaria per protestare contro l’atteggiamento dei castellani pisani di Castel di Castro che, a loro dire, impedivano l’ingresso alla città; fautore della completa estromissione dei pisani dalla Sardegna nell’occasione espose al sovrano una serie di argomenti per dimostrare che l’intenzione dei toscani non fosse pacifica e che anzi avevano intenzione di proseguire la guerra.  E in effetti da lì a poco ripresero le operazioni militari che si conclusero con la definitiva sconfitta pisana nell’aprile del 1326.

Il possesso di Corongiu da parte del Sorell è però di breve durata; come molti altri feudatari che avevano scarsi e non troppo radicati interessi nell’isola appena un anno dopo infatti, monetizzò la concessione rivendendo i suoi feudi a Ramon Ça Vall.

L’interesse per la Sardegna di Ramon Ça Vall invece era più solido. Era infatti un importante mercante barcellonese che, assieme a suo fratello Bertran, era giunto nell’isola anch’egli al seguito dell’Infante Alfonso del quale era apprezzato collaboratore, consigliere e finanziatore.  Ben presto all’attività mercantile associò importanti cariche pubbliche e nel 1328 lo troviamo come Amministratore delle spese reali in Sardegna e nel 1329 ottenne l’amministrazione delle rendite della dogana. Per i loro servigi alla corona entrambi i fratelli vennero quindi ricompensati con la concessione in feudo di diversi villaggi.  

Ramon era sposato con una certa Caterina dalla quale ebbe due figli: Ramon II e Bertran II (questi nomi sono una costante nell’onomastica di questa famiglia sia nel periodo precedente alla loro presenza in Sardegna che nei secoli successivi) e muore tra il 1343 e il 1344. 

Nella conduzione dei feudi gli succedono quindi i suoi figli  ma Ramon II muore poco dopo, nel 1348,  forse per effetto della peste, e probabilmente Bertan lo seguirà a breve in quanto nello stesso anno i feudi passeranno a Ramon III (Ramonet),  figlio di Ramon II, che, in quanto ancora minorenne, verrà assistito dalla nonna Caterina che a sua volta si avvarrà di persone di fiducia come Arnau Rossinyol il quale nel 1351 per esempio provvedeva a versare il censo feudale per le ville di Cepola, Pirri, Sanvitrano, Gesico, Corongiu (per un importo di 80 fiorini pari a 160 lire alfonsine)  o di B. de Vilar che svolse lo stesso incarico nel 1353. 

La gestione dei feudi (ad iniziare da Ramon I la famiglia infatti come detto in precedenza aveva costituito un discreto patrimonio feudale sia per concessione del sovrano che per acquisto da altri feudatari) però non era una incombenza semplice specialmente in un periodo turbolento caratterizzato dall’inizio della guerra tra Aragona e Arborea pertanto Caterina nel 1355, approfittando della nuova politica di Pietro IV instaurata dopo il Parlamento del 1355 , cederà alla Corona tutti i possedimenti feudali sardi,  compresa Corongiu, e Ramon III, che forse non mise mai piede nell’isola, una volta maggiorenne assumerà delle cariche pubbliche a Barcellona dove diventerà membro del Consiglio dei Cento nel 1366.  

La rivolta di Mariano IV aveva quindi evidenziato la precarietà del sistema difensivo impostato dagli aragonesi. La frammentazione del territorio isolano in tanti piccoli feudi — che nelle intenzioni iniziali serviva a garantire la difesa dell’isola senza troppi oneri per le asfittiche finanze della Corona  e nel contempo ad impedire la concentrazione di grossi feudi in mano a poche famiglie con i conseguenti disordini interni che caratterizzavano i regni iberici — aveva mostrato tutti i propri limiti. Inoltre bisogna considerare che molti dei titolari feudali una volta concluse le operazioni militari erano ripartiti per la penisola o erano periti per cui i feudi sardi risultavano carenti dal punto di vista difensivo. Da qui la necessità di Pietro IV di riorganizzare il Regno di Sardegna e di riacquistare alcuni feudi per concederli ad altri personaggi in grado di difenderli con le armi.

Tra le decisioni prese da Pietro IV nel 1355 vi era inoltre quella di inquadrare militarmente le ville ponendo i castelli al centro dell’organizzazione militare e nominando il sardo Alibrando de Asseni ed i catalani Huguet de Sent Just e Bernat de Ladrera a capitani affidando loro diverse curatorìe. Alibrando de Asseni si doveva occupare delle curatorìe di Sulcis e Sigerro, Huget de Sent Just le curatorìe di Nuraminis, Siurgus e Gerrei mentre Bernat de Ladrera quelle di Campidano, Dolia e Sarrabus; ognuno dei capitani aveva il comando di 100 uomini a cavallo e 200 a piedi. 

Pertanto nello stesso 1355 Pietro IV, dopo aver acquistato i feudi dei Ça Vall, concede Corongiu a Bernat de Ladrera, un militare che aveva rivestito anche l’incarico di Capitano di Iglesias, officio poi revocato in quanto incompatibile con l’essere anche feudatario. 


Nel cosiddetto “Repartimiento de Cerdeña” predisposto nel 1359 la villa di Corongiu risulta ancora in possesso di Bernat de Ladrera unitamente a Simbilia (Campita), Puuli (Galilla), Montecartello (Gallura), Vinyola (Vinyola), Fomennale (Campita), Napot (Sols), Sorpe (Galtali-Gallura), Nuruli Galtali) e Isarle e altri salti. 



Fig. 3: Stralcio ACA, CV, reg. 43, Componiment de Sardenya, fg. 28r


Proprio l’infeudazione al Ladrera è per noi importante al fine di stabilire la sua localizzazione poiché nell’atto il villaggio viene esplicitamente ascritto alla curatorìa di Trexenta;  di per sé l’errata indicazione della curatorìa non sarebbe un caso infrequente ma in questo caso ci consente di stabilire che il villaggio era situato in una posizione di confine tanto da indurre all’errore i funzionari regi.


                                         Fig. 4: Stralcio ACA, R.C., reg. 1028 f. 102r

Il possesso del Ladrera sarà comunque di breve durata in quanto muore nel 1361 per cui i feudi rientrano nuovamente nella disponibilità della Corona. 

Durante la nuova parentesi in cui il villaggio tornò alla Corona era scoppiata nuovamente la guerra tra Aragona e Arborea. Le truppe giudicali di Mariano IV avevano invaso il territorio del Regno di Sardegna e dopo aver portato un infruttuoso assedio a Cagliari sul finire del 1366 si erano acquartierate proprio in Trexenta.  L’acquartieramento di truppe, per quanto amiche o presunte tali, non era mai un fatto ben visto dalla popolazione locale in quanto spesso gli ordini venivano disattesi e si effettuavano azioni di razzie o furti a danno dei residenti. In questo periodo il nostro villaggio probabilmente si avviava verso un inesorabile tracollo demografico che raggiunse il suo apice verso la fine del secolo.  

Nonostante non ne avesse più la disponibilità materiale Pietro IV comunque continuava a elargire infeudazioni; così nel 1367 il villaggio di Corongiu e le altre ville già appartenute a Bernat de Ladrera site nei capi di Cagliari e Gallura vennero infeudate a Guillem de Canelles  anch’esso membro di una famiglia che possedeva altri feudi anche in terra iberica. 

Anche l’esperienza di Guillem de Canelles come feudatario di Corongiu è destinata ad essere di breve durata se già nel 1369 ne risulta in possesso Pere Bardoner cui Pietro IV concesse la signoria di Corongiu nel Dolia e altre ville che erano state in possesso del Lardera come Sorpe in Gallura, Cargeghe nel Figulinas e di Vignola nel Taras; probabilmente però anche questa volta si trattava più che altro di una concessione solo nominale e anche il Bardoner non riuscì ad entrarne materialmente in possesso per via della guerra. 

Nuovamente nel 1373 re Pietro IV infeuda a Ponç de Jardì (Poncio de Jardino) varie ville, tra le quali anche Corongiu che nel documento viene ascritta ancora una volta alla «Encontrada de Tragenta». 

Sono anni critici per i catalani: le guerre prima con Mariano IV poi con i suoi figli Ugone ed Eleonora (e con Brancaleone Doria) e successivamente con Guglielmo di Narbona costringono gli iberici sulla difensiva mantenendo nell’isola il possesso di pochi capisaldi. Per poter liberare Brancaleone Doria dalla prigionia seguita alla presa di potere di Eleonora questa viene costretta a sottoscrivere la pace del 1388 con gli aragonesi e tra i funzionari presenti figura anche il Jardì. 

La situazione per le armi palate si ribalta dopo la battaglia di Sanluri del 30 giugno 1409; la sconfitta di Guglielmo di Narbona infatti consente ai catalani di riprendere il controllo della maggior parte dei territori perduti in precedenza specialmente nel sud dell’Isola mentre nel nord la guerra continuerà ancora sino al 1420 allorché Guglielmo di Narbona si accorda per la cessione dei propri diritti alla Corona aragonese; resteranno comunque focolai di rivolta sino al 1448 con la definitiva capitolazione di Nicolò Doria.

Nel frattempo la nostra Corongiu era rientrata per l’ennesima volta in possesso della Corona che come al solito, proprio a causa della guerra, aveva urgenti necessità finanziarie per cui Alfonso il Magnanimo nel 1432 decide di vendere alcune ville: Senis, Sipola, Corongiu e Barrala. La prima, situata nel Parte Valenza venne ceduta a Pietro Jofre  mentre le ultime due, assieme a Nuraminis, Nuraguens e Borro tutte situate nella curatorìa di Nuraminis e tutte spopolate, vennero concesse in feudo a Roger de Besora il primo marzo 1436 in ricompensa per i suoi servigi in occasione della guerra contro i Doria ed in modo particolare nella presa del castello di Monteleone. 

In questo modo Roger de Besora si ritrovava ad essere confinante con il fratello Jaume che già dal 1421 era entrato in possesso dell’intera Encontrada di Trexenta  e che, come vedremo, in seguito porterà alla ricongiunzione dei due feudi.

Roger de Besora, sposatosi con Bartolomea, non avendo figli maschi alla sua morte lasciò come erede sua unica figlia Angelina sotto la tutoria della madre e degli zii. Per la giovane ereditiera venne concordato il matrimonio con Manuel de Ribelles  ma i feudi di Corongiu e Barrali, forse a causa di operazioni finanziarie, finirono in mano ad Antonio de Sena che li utilizzò, con la baronia di Ussana, per costituire la dote di sua figlia Antonia in occasione del suo matrimonio con Francesc d’Erill.

Antonia de Sena, nel frattempo rimasta vedova del suddetto Francesc d’Erill, nel 1464 acconsentì al riscatto dei villaggi disabitati di Corongiu, Barrala e Funtana Siuni da parte di Galceran de Besora;  da questo momento queste ville, benché spopolate, entreranno a dar parte definitivamente dell’Encontrada de Tregenta seguendone le vicende storiche.

Finito il periodo delle guerre con la Corona d’Aragona non cessò però quello delle epidemie e delle carestie pertanto la zona, nonostante la fertilità del suolo, continuò a restare spopolata per un periodo di tempo piuttosto lungo sino al periodo delle rifondazioni Seicentesche. Durante quel secolo infatti, per iniziativa dei signori feudali, in questa zona assistiamo alla fondazione (o rifondazione) di diversi villaggi con gli insediamenti di Donori (1619),  Barrali (1646)  e di Pimentel (1698).  Proprio quest’ultimo sarà destinato ad avere come “fundamentu”, ossia come dotazione territoriale, i territori già appartenuti agli ormai scomparsi villaggi medioevali di Corongiu, Funtana Siuni, forse di Nuraxi nonché probabilmente una parte di quello di Siocco.

Infiniti passaggi di mano quindi per un modesto villaggio di confine tra due curatorìe ma soprattutto pericolosamente vicino alla frontiera tra due entità statuali, quella arborense e quella aragonese, che si sono combattute mortalmente per decenni senza esclusione di colpi.


martedì 5 aprile 2016

Carta de Logu di Eleonora d'Arborea

Carta de Logu di Eleonora d'Arborea
di Sergio Sailis

In occasione delle festività pasquali del 1392 (o secondo alcuni tra il 1388 e il 1389), Eleonora d’Arborea promulga l’aggiornamento della Carta de Logu che, nel 1421, verrà estesa a tutta la Sardegna dai catalano-aragonesi.

“Sa Carta de Logu sa quali cum grandissimu providimentu fudi facta peri sa bona memoria de Juyghi Mariani padri nostru in qua direttu Juyghi de Arbaree non essendo corretta per ispaciu de seighi annos passados commo per multas variedadis de tempus bisognando de necessitadi corrigerla, et emendari, considerando sa variedadi, e mutacioni dessos tempos, chi sunti istados seghidos posca, ed issa condicioni dessos hominis, chi est istada dae tando inoghi multu permutada, e plus pro chi ciascunu est plus inchinevili assu mali faghei, chi non assu beni dessa Republica Sardisca, cun delliberadu consigiu illa corrigimus, e faghimus, e mutamus dae beni in mengius, e cumandamus, chi si deppiant osservari integramenti dae sa Santa die innantis peri su modu infrascrittu, ciò est.”
Proemio della (scorretta) edizione della Carta de Logu di Giovanni Maria Mameli de’ Mannelli del 1805.
 
 

mercoledì 30 marzo 2016

1263, la visita pastorale Federico Visconti

1263, la visita pastorale Federico Visconti
di Sergio Sailis

753 anni orsono, il 30 marzo 1263, nel porto di Civita (l’attuale Olbia) con grande sfarzo e seguito sbarcava Federico Visconti, Arcivescovo di Pisa e primate di Sardegna; viene accolto dal Giudice di Gallura Giovanni Visconti, suo nipote, e dal vescovo di Civita; il presule pisano dava così inizio alla sua Visitatio Sardinee – della quale ci lascerà un ampio resoconto – e nella quale, oltre a dedicarsi alla “cura animarum” dell’isola non disdegnò argomenti più squisitamente politici.

Il suo intento iniziale infatti era quello di visitare le diocesi suffraganee di Massa e, in Sardegna, di Civita e Galtellì - direttamente dipendenti dall’arcivescovato di Pisa - ma, anche per effetto delle richieste effettuate da Comune di Pisa, estese la visita anche alle altre diocesi isolane nella sua veste di legato pontificio in modo da rinsaldare l’influenza pisana nell’isola dove ormai il Comune aveva il predominio essendo il Giudicato di Gallura in mano a Giovanni Visconti, quello d’Arborea in quelle di Guglielmo di Capraia, quello di Cagliari - ormai smembrato – era in mano a questi ultimi e ai Donoratico; quello più problematico in qualche modo restava il Giudicato di Torres dove la situazione politica era invece molto più fluida data la presenza di diversi attori che si contendevano la leadership nonchè per l’ostilità del Vescovo turritano Prospero che non riconosceva la supremazia di Federico Visconti e con il quale aveva avuto dei dissapori già in precedenza.

Il 2 aprile il Visconti si recò in visita alla Diocesi di Galtellì sbarcando nel porto di Santa Lucia. Da qui sempre via mare raggiunse Cagliari dove sbarcò il giorno 8 e il giorno successivo ricevette l’omaggio (non solo figurato ma anche quello monetario ben più tangibile) dei vescovi suffraganei di Sulci, Dolia e Suelli ma non quello dell’arcivescovo Ugone che invece era stranamente assente dalla città essendosi recato a Roma quasi in concomitanza con l’arrivo del prelato toscano.

Durante la sua permanenza a Cagliari peraltro gli venne comunicata la volontà di papa Urbano IV di non riconoscergli i diritti di legazia sull’isola probabilmente a causa dell’appoggio pisano alla parte ghibellina nelle lotte con i guelfi.

Comunque sia, incurante delle lettere papali, dopo avere ricevuto adeguata scorta armata e cavalli per il suo seguito, il prelato, lasciata Cagliari, si dirige verso settentrione raggiungendo Nuraminis il 6 maggio e Sanluri il giorno successivo. Il giorno 8 sosta invece a Terralba dove incontra l’arcivescovo d’Arborea e due giorni dopo si trova ad Oristano dove soggiorna nel palazzo giudicale. In città non potè però incontrare il Giudice in quanto si trovava impegnato nell’assedio del castello di Goceano. Il Visconti pertanto decide di andare incontro al Giudice e il 17 maggio lo troviamo a Bonarcado e il giorno successivo a Olmetum sulla strada per Ottana dove, assieme ai vescovi di Sulci, di Terralba, di Santa Giusta e di Bosa, riuscirà finalmente ad incontrare Guglielmo di Capraia ma non il vescovo di Ottana in quanto la sede era vacante.

Accomiatatosi dal Giudice e archiviata la possibilità di visitare la diocesi di Torres per via della guerra in corso decide di rientrare a Cagliari e si dirige a Santa Giusta quindi nuovamente a Terralba e successivamente ad Ales. Sempre sulla via del ritorno, dopo essersi fermato a Furtei, attraversando la Trexenta raggiunge Suelli e poi Dolia per recarsi a Cagliari dove l’aspettava la nave pronta per il definitivo rientro a Pisa e s’imbarcò il 17 giugno, non prima di toccare nuovamente la diocesi di Galtellì, raggiungendo il porto toscano il 25 di giugno.

 

 

Bibliografia di riferimento:

Raimondo TURTAS, La cura animarum in Sardegna tra la seconda metà del sec. XI e la seconda metà del XIII. Da Alessandro II, 1061-1073, alla visita di Federico Visconti, marzo-giugno 1263, in "Theologica & Historica. Annali della Pontificia Facoltà teologica della Sardegna", n. XV – 2006. Cfr. Raimondo Turtas in Eukosmia: studi miscellanei per il 75° di Vincenzo Poggi S.J. (a cura di Vincenzo Ruggieri, Luca Pieralli)

Simonetta SITZIA, Congregavimus totum clerum et visitavimus eum. Le visite pastorali in Sardegna, dal Medioevo all'età moderna. Approcci metodologici per l'utilizzo delle fonti visitali sarde.

Felice Antonio MATTEI, Ecclesia Pisanae Historia, Lucca 1772, tomo II.

Pasquale TOLA, Codex diplomaticus Sardiniae tomo I, ristampa edizione Torino 1861, Roma 1984.

Franco Cardini, CAPRAIA, Guglielmo da, Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 19 (1976)

Roberto LAI, La Diocesi medievale di Ottana e la cronotassi dei suoi vescovi(1065-1503), Cagliari 2013.

martedì 1 marzo 2016

Mariano IV e la razzia a Gergei del 1340

Mariano IV e la razzia a Gergei del 1340
di Sergio Sailis

Nel settembre del 1340 Pietro IV scriveva a Mariano d’Arborea (all’epoca semplice Conte di Goceano e signore della Marmilla non essendo ancora assurto al trono giudicale) lamentandosi della scorreria effettuata da un manipolo di arborensi i quali, al comando del castellano di Marmilla, vessilli inalberati e a mano armata, avevano razziato il territorio di Gergei all’epoca detenuto in feudo da Guglielmo de Petra (o Guillem Sapera il 28 aprile 1325, aveva infatti ottenuto una rendita annua di 4000 soldi di genovini a valere sui redditi di ville del Regno di Sardegna che vennero individuate appunto con Gergei (Siurgus) e con Bangiu Donnico (Trexenta villaggio scomparso nei pressi di Ortacesus) e delle quali venne investito il successivo 4 maggio 1325).

La razzia aveva fruttato agli arborensi ben 18 buoi, 500 pecore oltre a grano e orzo; questo ricco bottino con tutta probabilità venne poi portato al sicuro nel vicino castello di Las Plassas per soddisfare le esigenze della sua guarnigione.

Il fatto avvenne in località “mora era” (attualmente Murera ai confini tra Barumini e Gergei) nonostante la presenza, proprio nella zona, dei cippi di confine tra il Giudicato di Arborea e il Regno di Sardegna pertanto, secondo il sovrano, si trattava di un deliberato atto di aggressione e per questo motivo ammoniva Mariano a riparare i danni causati.

Prime avvisaglie di una certa (forse nascente) insofferenza verso gli iberici o normale "dialettica" tra signori confinanti?


Il presente documento già noto agli studiosi sardi da oltre un trentennio è stato recentemente illustrato dal Dott. Giovanni Serreli nella conferenza "Amore e Guerra nel Medioevo" tenutasi a Las Plassas il 23 maggio 2015.
 
img. ACA, Barcellona

img. ACA, Barcellona
 

lunedì 28 settembre 2015

Barisone I d’Arborea e il primo documento sul Castello di Marmilla


Barisone I d’Arborea e il primo documento sul Castello di Marmilla. (*)

Di Giuseppe Seche

 
Castello di Marmilla o di Las Plassas (immagine da http://www.sardegnadigitallibrary.it/)

Personaggio di primo piano nell’Arborea del XII secolo, com’è noto Barisone I portò avanti un’abile e complessa politica diplomatica per legittimare quel progetto di espansione arborense sull’intera Sardegna già inseguito da suo padre Comita; fino al successo, celebrato nell’estate del 1164 a Pavia, con la corona di re di Sardegna ricevuta dalle mani dell’imperatore Federico I.

Fonti privilegiate per analizzare la politica barisoniana sono gli Annales genovesi di Oberto Cancelliere e gli Annales pisani di Bernardo Maragone, opere contemporanee ai fatti e curate da autori che, per il ruolo politico ricoperto nelle rispettive città, avevano una visione privilegiata degli avvenimenti mediterranei del XII secolo. Altra insostituibile fonte sono i Libri Iurium, che raccolgono le copie dei più importanti documenti ‘internazionali’ riguardanti il Comune di Genova tra il IX e il XVII secolo, pubblicati dal Ricotti, dall’Imperiale ed infine dal Puncuh.

In questa raccolta sono conservate tre carte, datate 16 settembre 1164, alla vigilia del viaggio di rientro in patria di Barisone, appena incoronato. Pur non essendo precisamente noti i termini degli accordi stabiliti, secondo gli Annales genovesi Barisone avrebbe dovuto pagare all’imperatore quattromila marchi d’argento in cambio della dignità regale. Non avendo portato con sé una simile cifra, minacciato di arresto dai funzionari imperiali, il sovrano chiese l’appoggio finanziario di Genova, diventandone debitore. Le tre carte rappresentano dunque gli impegni presi dal sovrano con i consoli genovesi: non a caso inserite nel registro cittadino, esse sono anche la testimonianza dei vantaggi isolani inseguiti da Genova nell’appoggiare e finanziare il giudice arborense.

Con la prima il re si impegnava a pagare un contributo di centomila lire in caso di guerra genovese, e di quattrocento marchi d’argento come censo annuo al Comune. Concedeva due «curarias» all’opera di San Lorenzo, prometteva di costruire un palazzo nella città di Genova e garantiva libertà e sicurezza nel commercio, in particolare quello del sale, a tutti i mercanti genovesi. Assicurava l’appoggio militare in caso di impegno ligure nell’isola contro i pisani, con i quali non avrebbe firmato alcun patto di tregua, pace o alleanza. I genovesi da parte loro si impegnavano ad armare, a richiesta del re, otto galee, di cui quattro a spese arborensi, assicurargli un quarto degli utili provenienti dalla guerra di corsa, aiutarlo in caso di attacco pisano, ancora ripartendo le spese, infine a non firmare alcuna pace o tregua con i pisani senza il suo assenso. Se con un secondo documento Barisone assicurava l’appoggio alla candidatura dell’arcivescovo di Genova a primate e legato apostolico in Sardegna, con il terzo s’impegnava a pagare il debito contratto. Nell’analizzare l’elenco dei creditori, il Pistarino ha sottolineato come fossero personalità appartenenti al mondo mercantile, permettendoci di ipotizzare che essi mirassero ad ottenere particolari privilegi commerciali, magari non limitati all’Arborea ma estendibili all’intero regno di cui si prospettava la conquista.

Oltre ai tre documenti, è pervenuta una quarta carta, non presente nei Libri Iurium ma conservata presso l’Archivio di Stato di Genova. Considerata dagli archivisti una copia informale del XVII secolo, anch’essa è datata 16 settembre 1164 e ripropone i termini del primo trattato tra Barisone e il Comune di Genova, ma con tre significative varianti: oltre gli obblighi già noti, Barisone si era impegnato anche a concedere ai liguri i castelli di Marmilla e Arcuentu e un quartiere della città di Oristano, abbastanza grande da potervi costruire cento «mansiones » come abitazioni e fondachi per i mercanti; e in calce, accanto al giuramento di Barisone, compare qui anche quello della regina Agalbursa.

Nella sua edizione dei Libri Iurium, il Puncuh segnala l’esistenza del documento e delle sue varianti, mettendone però in dubbio l’autenticità. Una prima versione era apparsa nel 1634, nell’opera dell’intellettuale genovese Federico Federici che probabilmente costituì la fonte per l’edizione curata dall’Ughelli nel 1644. Sempre al Federici ricorre il Fanucci nel pubblicarne una traduzione italiana. Di poco successiva, l’edizione curata da Stefano Logomarsino è basata su un testo manoscritto conservato presso la Biblioteca Reale di Torino. Ancora nel 1855 il Banchero ripubblicava la carta, che nel 1861 il Tola inseriva, secondo la versione dell’Ughelli, nel monumentale Codex Diplomaticus Sardiniae. E fu proprio l’inserimento in questa raccolta fondamentale, a dare alla carta valore e spazio storiografico. Tuttavia, conoscendo anche gli altri documenti citati, lo stesso Tola la classificava come una copia incompleta della precedente convenzione, cui rimandava.

In merito a questo documento, che sembrerebbe dunque essere stato pubblicato per la prima volta dal Federici, l’analisi delle precedenti cronache ed opere storiografiche interessate alla figura di Barisone, non ha evidenziato i dati riportati dalla carta in esame. Né il contemporaneo Oberto informa su un accordo politicamente e strategicamente importante come quello di un passaggio in mano genovese dei due castelli di Marmilla e Arcuentu nel 1164, fortezze a guardia di una ricca pianura e delle riserve argentifere arborensi.

Avendo accesso agli archivi cittadini ed alla facile conoscenza di un simile accordo, l’autore non mancherà di segnalare lo strategico passaggio documentabile tra il 1168 e 1169. E sugli Annales di Oberto si basano le successive opere storiografiche: così la duecentesca Cronica civitatis Ianuensis di Iacopo da Varagine, tratta esclusivamente del giuramento di fedeltà pronunciato da Barisone in favore ligure e del suo impegno a pagare un censo annuo di cento libbre d’argento a Comune e Arcivescovo. Ancora, il cinquecentesco Agostino Giustiniani riprende gli Annales e la Cronica, come anche Paolo Interiano e Uberto Foglietta. Debitrici delle opere precedentemente citate sono anche il De Rebus Sardois del Fara e la Historia general de la Isla y Reyno de Sardeña del De Vico, che appunto non utilizzano le informazioni contenute nella nostra carta.

La situazione cambia invece all’indomani della pubblicazione curata dal Federici, per poi complicarsi con le successive edizioni, soprattutto quella dell’Ughelli. Se già, sul finire del Seicento, Charles du Fresne si fida dell’Ughelli nel riportare l’errata parola «curiaria», nell’Ottocento il Manno, analizzando il giuramento dalla regina Agalbursa sottolineava l’impegno a farlo pronunciare ad un suo figlio «antequam regnum Galluriae accipiat»: dunque una notizia importante quanto unica di una fantomatica successione arborense in Gallura, non a caso diversamente interpretata dagli storici. Se il Tola, ipotizzando un eccesso di sicurezza di Barisone, affermava che questi «già si credeva padrone di tutti i giudicati dell’isola», il Besta, pur dubitando dell’esattezza dell’informazione, ipotizzava una complessa questione di successione gallurese apertasi con la morte di Costantino. In realtà non possiamo che rendere giustizia proprio ai dubbi del Besta, in quanto l’edizione dell’Ughelli, e quindi quella del Tola, è viziata da un errore di lettura: la parola letta come «Galluriae» è in realtà «bailiam».

Ancora in base alla stessa carta, la storiografia sarda ha poi datato al 1164 la concessione ai genovesi dei castelli di Marmilla e Arcuentu e del quartiere oristanese in cui costruire le cento case per i mercanti liguri: così per esempio il Tola, il Besta, il Carta Raspi, il Fois, mentre il Serreli e il Casula accettano le ipotesi del Puncuh.

Conclusione

Obiettivo dei Libri Iurium era raccogliere le carte più importanti riguardanti il Comune di Genova: in particolare si sarebbe dovuta prestare attenzione ai trattati ‘internazionali’ con pontefici, imperatori o altre realtà politiche straniere, e ai principali documenti di politica interna. Come ci informa Oberto, anche le carte redatte il 16 settembre 1164 vennero raccolte in un pubblico registro riguardante gli atti più importanti del Comune: una sorta di antenato dei Libri Iurium. La nostra carta, pur essendo una convenzione internazionale, tra Genova e il re di Sardegna, e pur contenendo importanti notizie, come la concessione ai liguri dei castelli di Marmilla e Arcuentu e di un vasto quartiere nella città di Oristano, non è presente nella raccolta. Possiamo quindi fare nostri i dubbi del Tola e del Puncuh, ipotizzando che la stessa non sia una copia autentica ma un sunto, peraltro efficace, dei diversi documenti riguardanti la questione barisoniana.

Dunque una probabile costruzione documentaria, la cui bontà può essere messa in dubbio anche dall’analisi storica degli eventi: secondo gli Annales di Oberto, nel settembre 1164 i consoli genovesi non potevano ancora immaginare che al rientro in patria, Barisone avrebbe stracciato gli accordi avvicinandosi ai pisani; inoltre sembra abbastanza improbabile che, appena nominato re di Sardegna, lo stesso intendesse sacrificare parte della propria sovranità concedendo castelli e un quartiere della capitale ai genovesi che avevano già ricevuto tanti, importanti e ‘pericolosi’ favori.

Come ancora ci informano gli Annales, solo dopo l’arrivo della spedizione in Sardegna Barisone iniziò a tergiversare e ad allungare i tempi per il pagamento; i suoi continui incontri con i pisani rafforzarono i sospetti del console genovese Piccamiglio che, alla notizia dell’imminente arrivo di una spedizione toscana, decise di rientrare in patria con l’ormai prigioniero re. Dopo quattro lunghi anni di prigionia e l’insuccesso del suo piano di espansione che aveva ormai perso la legittimazione imperiale, quando nell’Arborea si rincorrevano già le voci sulla sua morte, e ogni giorno che passava lontano da Oristano aumentavano le probabilità di perdere il regno, nel 1168 il sovrano aveva argomenti ormai convincenti per ottenere di poter rientrare in Sardegna. Infatti, consapevoli che la sua caduta avrebbe significato anche un indebolimento delle proprie posizioni nell’isola e l’impossibilità di vedere risarcito l’ingente debito, i genovesi permisero al giudice di rientrare temporaneamente in patria, non prima di aver ottenuto precise garanzie. Queste sono testimoniate dal documento presente nei Libri Iurium: Barisone s’impegnava a saldare il debito contratto, a consegnare il castello di Arcuentu con viveri per un anno, a pagare quattromila lire in oro, argento e panni serici, assicurando il suo rientro a Genova con centoquaranta ostaggi più la moglie ed i figli, che sarebbero stati rilasciati solo a risarcimento avvenuto.

Da questo momento, secondo le fonti documentarie, il castello di Arcuentu sarebbe passato sotto controllo ligure; descritto il rientro della spedizione a Genova, gli Annales informano sulla permanenza in Sardegna di Alinerio de Porta col compito di organizzare la raccolta del denaro dovuto e «castra tenenda».

Dunque i castelli in mano genovese sarebbero stati più di uno, indicati nel 1169, quando i consoli armarono una nuova spedizione nell’isola al fine di rendere più sicuri i «castra nomine Arculento et Mamilla». Secondo Oberto i due castelli furono consegnati tra il 1168 e il 1169; la documentazione conferma per il 1168 la sola concessione di quello di Arcuentu, mentre per quello di Marmilla dobbiamo aspettare il 17 gennaio 1172, al definitivo rientro in Sardegna di Barisone.

E nello stesso documento si parla per la prima volta della concessione del quartiere oristanese da destinare ai mercanti liguri e del giuramento di Agalbursa.

Partendo quindi dalle constatazioni del Tola e del Puncuh, dall’analisi dei diversi momenti della vicenda barisoniana e dal silenzio delle opere storiche sulla nostra carta prima dell’edizione pubblicata dal Federici, questa si può considerare una produzione grafica successiva, il cui contenuto, in base agli importanti documenti disponibili e ad un’accurata analisi storica non può essere datato al 16 settembre 1164 ma ad un periodo posteriore, in accordo a mutati equilibri politici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(*) Giuseppe SECHE, Barisone I d'Arborea e il primo documento sul castello di Marmilla, in Insula, Quaderno di cultura sarda, n. 7, giugno 2010, Cagliari 2010.

giovedì 4 aprile 2013

Barisone I d'Arborea

BARISONE d'Arborea

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 6 (1964)
di Francesco Artizzu
 
BARISONE d'Arborea. - Nacque dal giudice d'Arborea Comita II e da Elena de Orrubu nei primi decenni del sec. XII. Succedette direttamente al padre, ma non si conosce la data precisa della sua assunzione al trono giudicale d'Arborea, né se vi sia stato un periodo di correggenza. Sposò in prime nozze Pellegrina de Lacon, appartenente a una delle più antiche e nobili famiglie dell'isola, e ne ebbe i figli Pietro, Barisone, Ispella e Susanna. La prima testimonianza riguardante la sua attività risale al 1146. In quell'anno, infatti, in occasione della consacrazione della nuova chiesa annessa al monastero di Santa Maria di Bonarcado, egli, nella sua qualità di giudice dell'Arborea, assistito dai maggiorenti e dall'alto clero del giudicato e da Villano, arcivescovo di


mercoledì 13 marzo 2013

Eleonora d'Arborea

ELEONORA d'Arborea

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 42 (1993)
di Antonello Mattone
 
ELEONORA d'Arborea. - Nacque probabilmente in Catalogna intorno al 1340 da Mariano de Bas-Serra e da Timbora de Rocaberti.
Suoi fratelli furono Ugone, nato nel 1337, Beatrice ed un'altra femmina, di cui non conosciamo il nome, morta in tenerissima età intorno al 1346.
Fin dai suoi primi anni Eleonora visse ad Oristano dove la famiglia si era trasferita.
Agli inizi del 1347 il giudice Pietro III morì improvvisamente senza lasciare discendenti diretti. La Corona de Logu del Giudicato (cioè l'assemblea che manifestava la volontà dei personaggi più eminenti del Rennu, i prelati, i funzionari, i maiorales delle

venerdì 8 marzo 2013

Mariano IV d'Arborea

MARIANO d’Arborea

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 70 (2007)
di Antonello Mattone
MARIANO d’Arborea. – Giudice d’Arborea, quarto di questo nome, nacque a Oristano probabilmente nel 1319, secondogenito del giudice Ugone de Bas-Serra. Il padre aveva svolto un ruolo decisivo nella conquista catalano-aragonese della Sardegna alleandosi con Giacomo II re d’Aragona e fornendo al corpo di spedizione dell’infante Alfonso un consistente aiuto economico e militare. Per ricompensare Ugone, che in base agli ordinamenti altomedievali esercitava una sovranità piena, già nel 1323 il re gli concesse in feudo «totum iudicatum Arboree» e i territori extragiudicali allora in suo possesso. Per suggellare l’alleanza con Giacomo II, Ugone inviò Mariano e il fratello Giovanni a Barcellona per ricevere un’educazione pari al loro grado; i due furono trattati come membri della famiglia regnante: d’altra parte gli

martedì 4 settembre 2012

Mariano III d'Arborea

MARIANO d’Arborea
Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 70 (2007)
di Mauro G. Sanna

MARIANO d’Arborea. – Giudice d’Arborea, terzo di questo nome, visconte di Bas, nacque nella seconda metà del secolo XIII, figlio del giudice Giovanni, detto Chiano, e di una concubina di nome Vera Cappai. Probabilmente Mariano fu associato al trono dal padre, che nel 1300 forse lo inviò a Pisa come ostaggio su richiesta del Comune, del quale era vassallo. Giovanni morì tra il 1304 e il 1307 senza aver avuto figli maschi dal matrimonio con Giacomina Della Gherardesca, figlia del conte Ugolino, che lasciò incinta di una bambina, Giovanna, morta minorenne. È possibile, ma non dimostrabile, che l’ascesa al trono di Mariano in condominio con il fratello Andreotto, di cui si ignora il nome della madre, fosse il risultato di accordi tra fazioni politiche. La prima attestazione del suo regno con il fratello è del 3 apr. 1307.

venerdì 3 agosto 2012

Mariano II d'Arborea

MARIANO d’Arborea
Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 70 (2007)
di Mauro G. Sanna
MARIANO d’Arborea. – Giudice d’Arborea, secondo di questo nome, visconte di Bas; era figlio del giudice d’Arborea Pietro (II) e di una non meglio identificata Sardinia. La data di nascita è da collocarsi entro i primi anni Quaranta del XIII secolo, periodo nel quale morì suo padre, vivo ancora nel 1241. Morto Pietro (II), salì al trono Guglielmo da Capraia, che vantava imprecisate parentele con i giudici, la ricostruzione delle quali, tentata da Boscolo, resta congetturale. Sulla mancata elezione di Mariano potrebbe

giovedì 19 luglio 2012

Guglielmo da Capraia

CAPRAIA, Guglielmo da
Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 19 (1976)
di Franco Cardini

CAPRAIA, Guglielmo da. - Appartenne alla famiglia di quei conti di Capraia che, forti di possessi nei contadi fiorentino, lucchese e pistoiese, si erano stabiliti in Pisa e mischiati di buon ora alle cose sarde.
Incerta è la sua paternità, che pur sarebbe essenziale conoscere per stabilire la reale portata dei suoi diritti sull'Arborea e sul Cagliaritano. Taluno lo ritiene figlio di quel Bertoldo che nel 1221 era riconosciuto da Onorio III signore di Usellus in Arborea, e che sarebbe a sua volta figlio di Anselmo di Guido (Borgognone). Prevale però l'idea ch'egli sia non figlio, bensì fratello di Bertoldo e di Anselmo, entrambi signori di Usellus, nonché di un Rodolfo (II) da Capraia; e che tutti e quattro siano nati dal matrimonio contratto nel 1193 da Bina, già moglie del giudice Pietro d'Arborea, con un conte Ugo il quale sarebbe figlio di Guido Borgognone o, comunque, imparentato strettamente con i da Capraia.