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mercoledì 19 aprile 2017

1355 ostaggi sardi

1355, cattura di ostaggi sardi
(di Sergio Sailis)
 
Nonostante pochi mesi prima, il 13 novembre 1354, tra Pietro IV e Mariano IV fossero stati sottoscritti gli accordi di Alghero, la situazione nel Regno di Sardegna e Corsica non era del tutto tranquilla e pacificata. Il 19 aprile 1355 Pietro IV ordina pertanto ad Artal de Pallars di recarsi a Sanluri e in altri luoghi contigui con la frontiera arborense per identificare i luoghi validi per la difesa dei confini e in quelle zone prendere degli ostaggi così come nei vicini territori soggetti al Comune di Pisa ossia Gippi e Trexenta.

Img. ACA
La cattura di ostaggi era frutto della decisione di Pietro IV formalizzata nella terza costituzione (vedasi l'articolo apposito) del Parlamento riunito a Cagliari nel precedente mese di marzo; gli ostaggi dovevano essere preferibilmente maschi mentre le donne e i bambini, qualora ritenuto necessario, dovevano essere condotti in luoghi fortificati. Per esempio venne disposto che gli abitanti di Villamassargia dovevano essere portati al castello di Acquafredda mentre quelli delle curatorie di Sulcis e Sigerro dovevano essere portati nei castelli di Iglesias e Gioiosa Guardia avendo però l’attenzione di non prendere donne e bambini al di sotto di sette anni.
L’ordine di prendere ostaggi venne reiterato il successivo 24 aprile quando le trattative diplomatiche, che pure erano in corso, lentamente stavano lasciando il posto a nuove operazioni militari e in effetti nel mese di giugno ricominciano le ostilità con Mariano IV. Il 1° luglio infatti Pietro IV scriveva al Consiglio Reale – che richiedeva il rientro del sovrano in terra iberica per via della minaccia castigliana - di non poter lasciare la Sardegna in quanto gli arborensi erano di nuovo in armi e avevano distrutto alcune ville reali.
Img ACA
Una delle zone colpite da questi eventi era la Trexenta i cui abitanti inviarono una supplica al sovrano che il 25 giugno rispondeva invitandoli a concentrarsi a Serrenti per partecipare alle operazioni militari contro gli arborensi mentre le rispettive famiglie avrebbero potuto trovare rifugio nell’appendice cagliaritana di Villanova. 


Essendo infatti la curatoria situata proprio in una zona di frontiera tra l'Arborea e il Regno di Sardegna e Corsica la lamentela degli abitanti faceva seguito a varie scaramucce di confine nonché a requisizioni di frumento ai pisani che commerciavano con l’Arborea cui si aggiunge il fatto che circolava la notizia secondo cui il veguer pisano fosse passato dalla parte di Mariano.
La problematica situazione sarda si sommava alle nuove tensioni con il Regno di Castiglia (che sfociarono in guerra aperta nel 1356) e inoltre si aveva il timore che anche a Genova, benchè sconfitta nella battaglia di Porto Conte del 1353, si stesse approntando una nuova flotta per danneggiare le coste catalane per cui l'Infante Pietro, zio e luogotenente del sovrano in terra iberica, dava disposizioni per la protezione delle zone rivierasche della Catalogna e dei Regni di Valenza e Maiorca.
La situazione in Sardegna si tranquillizzò solo dopo una decina di giorni, l’11 luglio 1355, quando a Sanluri venne sottoscritto il nuovo accordo di pace con Mariano (peraltro con condizioni più favorevoli per i catalani rispetto a quelle firmate ad Alghero) e nello stesso mese finalmente gli ostaggi poterono far ritorno alle proprie case mentre Pietro IV, ormai rasserenato, rientrò nella penisola iberica ai primi del successivo mese di settembre.
 

martedì 19 maggio 2015

La sconfitta di Leonardo d’Alagon a Macomer (1478)

La sconfitta di Leonardo d’Alagon a Macomer
(di Sergio Sailis)


Per non dimenticare.
Accadeva in quel di Macomer il drammatico 19 maggio 1478:

“… Fu strage da entrambe le parti e ovunque effusione di sangue: in questo frangente furono proprio i Sardi a dare, da par loro, prova di grande valore in battaglia. Tuonarono terrificanti le urla dei combattenti, volarono saette e sassi, furono scagliate torce infuocate e palle di piombo; accecati ormai dal furore bellico, non si curavano neanche più di scegliere il proprio bersaglio: tiravano in aria, provocando nel cielo una violenta tempesta di dardi che poi precipitavano a pioggia, e ne cadeva una tale miriade che la polvere sollevata da terra a un certo punto oscurò completamente la scena, proprio come se su quella battaglia fossero calate le tenebre; neppure i soldati chiusi nell’ammorsamento nemico si astenevano dall’usare le armi: con la lotta e col sangue tentavano disperatamente d’aprirsi un varco. Scudi in frantumi, corazze ed elmi passati dalle spade, petti trafitti, volti e membra coperti di sangue, mani e braccia amputate; si può dire, nessuno cadde in battaglia senza aver prima ferito di spada o aver ucciso qualcuno.

E così, in un sol giorno, i Sardi furono quasi sterminati dagli stessi Sardi: fra loro non vi era nessuno che non avesse la spada grondante sangue …”[1].
Immagine tratta da
Proto ARCA SARDO, De bello et interitu Marchionis Oristanei, (a cura di Maria Teresa LANERI)
 

In questo modo Proto Arca Sardo (qui nella traduzione di M.T. Laneri) descrive il tragico epilogo della battaglia combattuta a Macomer 537 anni fa nella quale le milizie di Leonardo d’Alagon, marchese di Oristano e conte di Goceano, subirono una cocente quanto risolutiva sconfitta ad opera delle truppe capitanate dal viceré di Sardegna Nicola Carroç suo acerrimo e antico nemico. Si concluse così un annoso conflitto che aveva visto il fior fiore della feudalità sardo-catalana schierarsi e combattersi su fronti contrapposti senza esclusione di colpi a volte con scontri in campo aperto altre volte con scorrerie, ruberie omicidi e rappresaglie nei territori dei rispettivi rivali. Ma non solo, questa sconfitta sancì anche la definitiva fine delle lotte per una Sardegna indipendente dalla corona aragonese.


foto del castello di Xativa tratta da http://www.valenciaterraimar.org

Sbaragliato sul campo di Macomer il Marchese con alcuni fedelissimi (i suoi tre fratelli Salvatore, Giovanni e Luigi, i suoi due figli Giovanni e Antonio oltre che Giovanni de Sena visconte di Sanluri) fu costretto alla fuga e raggiunta Bosa, dove ricevette la notizia che nella battaglia era morto anche il figlio Artale, s’imbarcò per raggiungere la penisola ma in seguito al tradimento di Giovanni Saragozza, patrono della nave, venne consegnato all’ammiraglio aragonese Joan de Vilamarí e dirottato a Palermo da dove i prigionieri furono successivamente trasferiti a Barcellona, dove la pena capitale venne dal sovrano commutata in carcere a vita, finendo così rinchiusi nella fortezza di Xativa nel Regno di Valencia.

Entrata del castello

Due di questi prigionieri erano strettamente legati alla Trexenta: Salvatore d’Alagon signore dell'Incontrada, per aver sposato Isabella de Besora i Civiller, e Giovanni de Sena, cognato di Marchesia sorella di Isabella, a suo tempo rimasta vedova di Pietro de Sena.

 

Dell’episodio militare sopra citato esistono diverse versioni che, a seconda dell’orientamento politico dell’autore, mettono in risalto le responsabilità tattiche del Marchese Leonardo oppure del figlio Artale piuttosto che la capacità militare del Vicerè Carroç che comunque vale la pena ricordarlo soltanto qualche anno prima era stato duramente sconfitto da Leonardo nella battaglia di Uras combattuta nell’aprile del 1470.

 

Così lo Zurita: “ … Sabiendo esto el marqués, se puso muy en orden para esperallos en Machomer, a donde llegó el visorrey de Cerdeña un lunes a 18 del mes de mayo; y tuvo aquella noche su campo bien apercibido. Y otro día martes, a una hora del día, estando a una legua del lugar y castillo de Machomer, salió el marqués al campo a darles la batalla y fue en ella rompida y vencida su gente; y murieron peleando don Artal de Alagón su hijo y algunos caballeros y hombres de armas y mucha gente de caballo y de pie. Salióse de la batalla el marqués en un caballo muy corredor; y entendiendo que iba camino de Gociano deliberó el visorrey de combatir primero el castillo de Machomer y después ir en su seguimiento, pero aquel día se fue el marqués a Bosa …”.

Il castello di Xativa così come raffigurato nel 1563 da Anthonie van den Wyngaerde  
 

Le fonti concordano sul decisivo comportamento tattico del Vicerè. Sono controverse invece sulla responsabilità tra le file marchionali. Alcuni la imputano ad Artale mentre altri come B. Gerp (che assistette allo scontro) asseriscono che la responsabilità sia da addebitare a Leonardo Alagon.

“ … Di contro, come i fati avevano prescritto, lo sventurato marchese mosse disordinatamente all'assalto; cosicché, prima che il sole arrivasse allo zenit, il destino distruggeva le soldatesche dell'infelice Leonardo. Tuttavia era stato lui a scatenare per primo la battaglia.
Lo spazio perché la cavalleria (del marchese) potesse prendere la rincorsa era insufficiente; allorché il terrore invase i Sardi marchionali, (....) essendosi sparpagliata la moltitudine, tutti si diedero alla fuga prima che si sviluppasse la battaglia.
Comunque, l'esercito dell'infelice marchese aveva levato per primo il grido di guerra contro i nemici, però senza un piano di battaglia e senza un comando, e si era mosso all'attacco con i dardi; ma la cavalleria, mandata all'assalto senza comandante e con destino avverso, fu sopraffatta. Infatti il terreno era irto di sassi e scosceso, e il destino avverso. Gli eserciti si scontrarono e si consumò una battaglia tremenda … “
 
Lo sfortunato Marchese finì i suoi giorni rinchiuso nella fortezza valenzana e il mattino del 3 novembre 1494 passò a miglior vita "como bueno y catòlico" dopo 16 lunghi anni di prigionia.



 

 



[1] Proto ARCA SARDO, De bello et interitu Marchionis Oristanei, (a cura di Maria Teresa LANERI), Monastir 2003, pag. 80 con traduzione a pag. 81.

giovedì 19 giugno 2014

Santa Maria di Guasila

Santa Maria di Guasila
Lo stralcio del documento proposto probabilmente è la più antica attestazione scritta ad oggi nota (anni 1349-1350 circa) della chiesa di Santa Maria di "Goy de Sila". Infatti mentre in altri documenti antecedenti ritroviamo menzionata Guasila (trascritta in varie forme), la chiesa non veniva mai nominata. Si tratta di un registro conservato a Barcellona (ancora inedito) nel quale sono state annotate le decime che dovevano pagare le chiese dei villaggi sardi. L'importo di 40 libbre era abbastanza considerevole se rapportato a quanto dovevano versare gli altri paesi della zona. La trascrizione è la seguente:
"Item canonicatum ecclesie Doliensis qui habet pro prebenda ecclesiam Sante Marie de Goy de Sila - XXXX libres".
immagine A.C.A.
Come sappiamo la chiesa è stata in seguito demolita nel 1842 per consentire la realizzazione dell'attuale edificio di culto progettato dal Cima che tutti oggi conosciamo e ammiriamo.


giovedì 10 aprile 2014

La situazione dei “liberi ab equo” dopo la conquista aragonese

La situazione dei “liberi ab equo” dopo la conquista aragonese
di Sergio Sailis
Con la conquista della Sardegna da parte dei catalano-aragonesi e la conseguente introduzione del feudalesimo venne stravolta anche quella consolidata struttura sociale che ormai da diversi secoli connotava la società sarda. In particolare quelli che nei documenti del periodo giudicale venivano variamente indicati come “liberos de cavallu”, “lieros” ecc. mentre in quelli pisani “liberi et terralis ab equo” (nella “compositio” del 1359 per la Trexenta sono elencati 47 persone appartenenti a questa categoria - vedi elenco)  e che erano tenuti a loro spese a prestare servizio armato a cavallo, partecipare a mostre, cavalcate nonché alle “coronas” (in considerazione anche dell’onerosità dei loro servizi dal punto di vista fiscale avevano un trattamento diverso dagli altri essendo soggetti al pagamento del solo “donamentum” e non anche del “datium”) subiscono una sorta di ridimensionamento a tutto vantaggio dei nuovi feudatari iberici che, approfittando della loro posizione di forza, impongono loro nuovi servizi e si appropriano arbitrariamente dei loro cavalli.
A fronte di questi soprusi in occasione del Parlamento del 1355 i sardi fecero esplicita richiesta a Pietro IV di rimediare alle angherie subite:
“ … Item, senyor, molt humilment vos supliquen los dits Sarts, ço es a saber los liberos de cavall del dit regne de Caller, que placia ala Vostra Altea que d’esta hora a avant, que.ls lurs rocins que tenien e nudrien per fer, senyor, lo vostre servey, que no.ls sien levats per heretats ni per procuradors, axi ho solien fer entro ara que.ls dits heretats ho procuradors s’avien mesa en custuma, que.s prenien los dits rocins e que.ls consumaven en lurs servys. E com los dits liberos, senyor, eren citats per fer lo vostre servy, ells no havien roçins que peroguessen fer lo servy, axi com eren acustumats de fer perço com no podien fer d’un servy II, per que.us supliquen, senyor, que d’esta hora avant sien millor tractats que no solien esser entro ara e que tots lurs bens pusquen tenir e possehir hon que sien en regne de Caller axi com era acustumat en temps de Pisans. … “
Le suppliche dei sardi in questo caso vennero accolte dal sovrano desideroso forse più di salvaguardare la pace appena (e faticosamente) ristabilita dopo la rivolta degli anni precedenti che per un atto di vera giustizia.
Tra le lamentele che i sardi portarono all’attenzione di Pietro IV d'Aragona in occasione del citato Parlamento del 1355 vi era quella relativa alla rapacità, evidentemente molto diffusa, manifestata dal clero in occasione dei funerali dei “liberos de cavall” o dei loro congiunti:
“ … Encara, senyor, supliquen los dits liberos, que no era custuma lur que com algun libero venia o era mort, l’archabisbe o els bisbes del dit regne de Caller s’agen mesa en custuma que com lo dit libero es mort, que li prenen lo roçi e les armes e les vestidures. E si lo dit roçi no li par que sia de bon preu, volen que.l roçi romanga al hereu e que.l hereu que.l pach en diners. Item, senyor, an mes en custuma lo dit archebisbe e bisbes que com alguna muller dels dits liberos son mortes, prenen los les joyes en que la porten a l’esgleya e les vestidures e la roba del lit en que la aporten. E encara com los dits archebisbe e bisbes saben que les joyes de la dita deffuncta sien romases en casa e no le aien aportades a l’esgleya, que totes les volen aver, e iames no.l volen soterrar entro que ells an ço que demanen; per que, senyor, supliquen ala dita vostra real magestat que les dites custumes sien revocades e que sien tornats en la custuma que solien esser en temps de Pisans en les coses damunt dites e expressades … “
In questo caso invece il sovrano, per non alienarsi le simpatie del clero, ritenne opportuno non intervenire.

mercoledì 19 marzo 2014

La Trexenta secondo Fara

"Trecenta, plana, irrigua, et amoena, cujusque generis frugum, et arborum domesticarum feracissima. In qua sunt oppida Seleghae, Seùnis, Goi-majoris, Goi-esìlae , Ortacèsi, Senorbini, Segolàis, Arìxis, S. Basilii; at jacent excisa oppida Segarìni, Bangii, Sèneghae, Alùrae , Sebòci , Sumieris, Arcuàssilis, Turris, Sèparae , Sebògi, et Gois. "
Farae Johannis Francisci

lunedì 11 novembre 2013

Bannati ed esiliati in Trexenta nella seconda metà del '300

BANNATI ED ESILIATI
di Sergio Sailis

Analogamente a quanto avvenuto per Arsocco Lati, reo di essersi macchiato dell’empio crimine di parricidio, dalla Composizione pisana del 1359 rileviamo che il Comune aveva incamerato anche altri beni di proprietà appartenute a persone che si erano rese colpevoli di omicidio o che avevano abbandonato il luogo di residenza per trasferirsi in territorio arborense.
E’ il caso di Barsuolo de Onni e Filippo Turrai entrambi di Seuni. Il primo doveva essere una persona abbastanza facoltosa in quanto proprietario di diversi appezzamenti di terreno e di edifici dei quali uno probabilmente fortificato. Questi beni dopo essere stati incamerati dal Comune vennero, come di consuetudine, concessi in affitto a terzi; tra gli affittuari figura Pietro Dezori, altro abitante di Seuni, che doveva corrispondere annualmente un importo di 2 libre e 14 soldi[1]. E’ interessante notare che nell’elenco dei possedimenti confiscati a Barsuolo de Onni sono elencate le località in cui questi erano situati e la maggior parte dei toponimi sono ancora oggi riconoscibili.


Il secondo invece possedeva delle proprietà all’interno del villaggio in una piazza denominata “Plassa de Murtas” che vennero concesse in affitto Guantino Cambuli di Suelli per le quali il Comune riscuoteva annualmente 13 denari di alfonsini minuti[2].
Un altro caso di un confisca a seguito di omicidio era quello di Guantino De Orru del villaggio di Arigi; anch’egli aveva diversi appezzamenti di terreno e edifici per i quali il Comune incamerava a titolo di affitto una libra e 10 soldi[3].

Altri abitanti della Trexenta invece, forse in occasione della rivolta del Giudice Mariano d’Arborea, decisero di abbandonare i loro possessi e rifugiarsi in territorio giudicale. E’ questo il caso di Petri Polle di Bangiu Donnico che si trasferì poco oltre il vicino confine arborense nel villaggio di Mara Arboree (l’attuale Villamar); anche i suoi beni furono pertanto incamerati e concessi in affitto[4].

 



[1] Francesco ARTIZZU, L'Aragona e i territori pisani di Trexenta e Gippi, in Annali delle Facoltà di Lettere, Filosofia e Magistero dell'Università di Cagliari - estratto vol. XXX - 1967, Sassari 1968, pag. 75-76
[2] Francesco ARTIZZU, L'Aragona e i territori pisani di Trexenta e Gippi, in Annali delle Facoltà di Lettere, Filosofia e Magistero dell'Università di Cagliari - estratto vol. XXX - 1967, Sassari 1968, pag. 78
[3] Francesco ARTIZZU, L'Aragona e i territori pisani di Trexenta e Gippi, in Annali delle Facoltà di Lettere, Filosofia e Magistero dell'Università di Cagliari - estratto vol. XXX - 1967, Sassari 1968, pag. 83.
[4] Francesco ARTIZZU, L'Aragona e i territori pisani di Trexenta e Gippi, in Annali delle Facoltà di Lettere, Filosofia e Magistero dell'Università di Cagliari - estratto vol. XXX - 1967, Sassari 1968, pag. 95-96.

giovedì 17 ottobre 2013

Pietro Penna mancato signore di Arili

Pietro Penna mancato signore di Arili
di Antonio Forci*

(scheda su Aliri)
 Pietro Penna, unico personaggio non iberico coinvolto nella prima feudalizzazione della Trexenta, è sufficientemente noto in letteratura per essere stato notaio di Ugone II d’Arborea[1] del quale fu anche ambasciatore presso la corte d’Aragona[2]. Sin dai primissimi tempi della conquista ottenne vari benefici da parte dell’infante Alfonso[3] e nel 1328 fece parte della comitiva che accompagnò a Barcellona il domicello Pietro per essere armato cavaliere da Alfonso IV in occasione dei festeggiamenti per la sua incoronazione[4]. Pare che in quella circostanza abbia

venerdì 11 ottobre 2013

Francesc II Carroz signore di Arili, Siocco, Donigala Alba e Segolay

Francesc II Carroz signore di Arili, Siocco, Donigala Alba e Segolai
di Antonio Forci*
(Scheda Aliri) (Scheda Sioccu) (Scheda Donigala Alba) (Scheda Segolay)

Francesc II Carroz apparteneva ad una delle più insigni famiglie della nobiltà valenzana, essendo il figlio primogenito dell’ammiraglio Francesco Carroz, signore del castello di Rebollet[1]. I Carroz furono tra i principali protagonisti della spedizione per la conquista del regno di Sardegna, in quanto l’ammiraglio Francesco, oltre ad essere stato nominato comandante della

giovedì 3 ottobre 2013

Arnau de Caçà signore di Dei

Arnau de Caçà signore di Dei
di Antonio Forci*

(scheda di Dei)
Arnau de Caçà era un mercante cittadino di Maiorca[1] noto per aver partecipato alla conquista della Sardegna come “patronus” di una cocca[2]. Precedentemente era stato amico personale e fidato consigliere dell’infante Ferdinando, fratello del re Sancio I di Maiorca, del quale fu procuratore in importanti atti diplomatici[3] e che accompagnò in Grecia nella sfortunata campagna di Morea (Acaia) ove detto infante trovò la morte (1316)[4].
In virtù dell’esperienza maturata tra gli almogàvers negli scenari di guerra del

lunedì 16 settembre 2013

Guillem Sapera signore di Bangio Donico

Guillem Sapera signore di Bangio Donico
di Antonio Forci*
 scheda di Bangiu Donnico
Guillem Sapera o ça-Pera (Guillelmus de Petra nei documenti in latino) è un personaggio noto per aver preso parte alla spedizione di conquista della Sardegna del 1323-24 tra le fila dell’armata catalano-aragonese.
Narrano le fonti che durante il primo assedio a Castel di Cagliari, alla testa di soli otto cavalieri, si distinse in un temerario assalto alla porta di San Pancrazio, rischiando poi di soccombere dinanzi alla controffensiva dei pisani. Uomo di guerra dunque, verosimilmente cavaliere, al quale nel 1325 fu affidato il comando delle truppe inviate via mare a Porto Torres per sedare la ribellione di Sassari[1].

Pur non essendo di origini nobili – il padre Bonanat Sapera era cittadino di Barcellona[2] – non apparteneva certo ad una famiglia di secondo piano: il fratello, di nome anch’egli Bonanat, era infatti notaio regio e fido guardasigilli dell’infante Alfonso[3], ed egli stesso suo domestico e segretario[4].
Come premio per i servigi prestati alla Corona l’infante gli concesse una rendita di 4000 soldi di genovini annui sopra i redditi di qualsiasi villa del regno di Sardegna, affidando al governatore e agli amministratori generali il compito di individuare la villa o le ville da assegnargli in feudo secondo il costume d’Italia e col servizio di due cavalli armati[5]. La donazione avveniva con la riserva del mero imperio, del laudemio, della fatica dei trenta giorni e del diritto di appello da parte degli abitanti, ed era seguita a distanza di pochi tempo dalla relativa investitura[6].
La scelta degli amministratori cadde sulle ville di Gergei, sita nella curatoria di Siurgus, e su quella di Bangio Donico, sita nella curatoria di Trexenta, precedentemente concessa a Teresa Gombau de Entença alla fine del 1323 senza che la donazione avesse avuto esito effettivo.
Dopo la seconda pace stipulata tra la Corona d’Aragona e Pisa, Guillem Sapera perse la sua villa di Bangio Donico a vantaggio del comune toscano essendogli per ciò riconosciuto un non meglio specificato diritto a titolo di indennizzo senza apparente riduzione del servizio militare, oltre alla promessa di rientrarne in possesso qualora i pisani l’avessero perduta o ceduta alla Corona[7].
Quando il primo agosto 1327 l’infante Alfonso, nell’ambito di un accordo con i feudatari del regno di Sardegna che non detenevano il mero imperio, gli riconobbe la metà del denaro ricavato dall’esazione delle machizie nella sua villa di Gergei, tale diritto fu esteso anche alla villa di Bangio Donico nel caso in cui la Corona l’avesse in qualche modo recuperata[8].
Da documenti posteriori si evince che Guillem Sapera aveva donato sin dal 1325 al fratello Bonanat la rendita di 4.000 soldi di genovini annui concessagli in feudo dall’infante Alfonso, mantenendone tuttavia l’usufrutto[9] e continuando ad amministrare la villa di Gergei da effettivo feudatario tanto da prestare giuramento di fedeltà al nuovo re Pietro IV nel 1336[10].
Non conosciamo la data della sua morte: di certo era ancora in vita nel 1340 quando operava come tutore del nipote Bonanat, figlio omonimo del defunto fratello[11].
 
* Antonio FORCI, Feudi e feudatari in Trexenta (Sardegna meridionale) agli esordi della dominazione catalano-aragonese (1324-1326), in “Sardinia. A Mediterranean Crossroads. 12th Annual Mediterranean Studies Congress (Cagliari, 27-30 maggio 2009)” a cura di Olivetta Schena e Luciano Gallinari, ora in “RiMe. Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea”, n. 4, giugno 2010, Cagliari 2010.
 
 


[1] Cfr. Antonio ARRIBAS PALAU, La conquista de Cerdeña por Jaime II de Aragón, Barcelona, 1952, pp. 248, 294; Marco TANGHERONI, È utile studiare i documenti di cancelleria ? Un interessante esempio sardo, in Luisa D’ARIENZO (ed.), Sardegna, Mediterraneo e Atlantico cit., vol. II, p. 274.
[2] ACA, Real Cancillería, reg. 403, f. 152r (1325 maggio 24). Il personaggio è da identificare probabilmente col Bonanat Sapera morto nel 1308 e il cui sepolcro, esistente presso il museo provinciale di Barcellona, reca come blasone araldico una pera d’oro in campo rosso: cfr. Alberto y Arturo GARCIA CARRAFFA, El solar catalan, valenciano y balear cit., tomo IV, p. 156.
[3] Cfr. Marco TANGHERONI, È utile studiare i documenti di cancelleria? cit., pp. 272- 274.
[4] Cfr. Cécile CRABOT, Noblesse urbaine et féodalilté: les citoyens catalanoaragonais feudataires en Sardaigne, in “Anuario de Estudios Medievales”, 32/2, 2002, pp. 818-819.
[5] ACA, Real Cancillería, reg. 398, ff. 121r-122v (1325 aprile 28, Valencia).
[6] ACA, Real Cancillería, reg. 398, f. 128v (1325 maggio 4, Valencia).
[7] ACA, Real Cancillería, reg. 403, ff. 29v-30v (1326 dicembre 30, Teruel). Riguardo al generico diritto che il Sapera aveva sulla perduta villa di Bangio Donico  potrebbe trattarsi, come in casi analoghi, di nuove rendite fino a ristabilire la cifra assegnata nella donazione.
[8] ACA, Real Cancillería, reg. 403, f. 192r (1327 agosto 1, Morella).
[9] ACA, Real Cancillería, reg. 403, ff. 151r -154r (1327 agosto 5, Morella).
[10] Cfr. Giuseppe SPIGA, Feudi e feudatari nel regnum Sardiniae et Corsicae fra il 1336 e il 1338, in Atti del XIV Congresso di Storia della Corona d’Aragona (Sassari-Alghero, 19-24 maggio 1990), vol. II/2, Carlo Delfino editore, Sassari, 1995, p. 874.
[11] Cfr. Marco TANGHERONI, È utile studiare i documenti di cancelleria? cit., p. 270 e ss.

venerdì 30 agosto 2013

Diego Zapata signore di Ortacesus

Diego Zapata signore di Ortacesus
di Antonio Forci*
 
Diego Zapata discendeva da antica famiglia aragonese legata agli ambienti di corte sin dalla prima metà del secolo XII[1]. Secondo alcuni autori, tra cui l’erudito Gregorio Garcia Ciprés, noto genealogista e araldista vissuto a cavallo dei secoli XIX-XX, gli Zapata sarebbero originari del paese di Uncastillo (Saragozza). Alcuni membri del casato, per essersi segnalati nelle guerre di Reconquista al seguito dei re d’Aragona, furono premiati con feudi a Calatayud e nel regno di Valenza[2]; altri ancora, nel corso della seconda metà del secolo XIV, si trasferirono in Castiglia[3]. Si formarono così rami distinti per quanto discendenti da un ceppo comune, riflessi nella varietà dei blasoni riconducibili al casato. Ne diamo alcuni: di rosso con cinque scarpe (zapatos) d’argento scaccate d’oro e di nero ai margini; di rosso con tre scarpe d’argento scaccate d’oro e d’argento ai margini e bordura di rosso caricata di otto scudetti d’oro con banda nera; di rosso con tre o cinque scarpe scaccate d’oro e di nero e bordura identica alla precedente; d’argento con tre scarpe di nero poste in triangolo maggiore e bordura di verde caricata di otto scudetti d’oro con banda rossa[4].

I discendenti del ramo di Valenza furono successivamente signori di Provencio, del Real, di Pedralba e Monserrat, ottenendo dal re Filippo II il titolo di Conti del Real.
Dal ramo di Calatayud discendono illustri personaggi quali Giovanni Zapata, justicia d’Aragona nell’anno 1289, padre di quel Miguel Pérez Zapata signore di Cadrete († c. 1358), che fu valente capitano sotto i re Alfonso IV e Pietro IV.
Nonostante molti autori abbiano trattato degli Zapata in opere di genealogia e araldica non vi sono riferimenti a questo Diego della prima metà del secolo XIV, per cui non è possibile stabilire una parentela col citato Miguel Pérez Zapata (†c. 1358), elencato dallo Zurita tra i partecipanti alla spedizione per la conquista della Sardegna assieme al figlio Rodrigo[5]. Le uniche notizie desumibili dalla letteratura danno Diego Zapata discendente dal ramo valenzano della famiglia, senza che si possa appurare l’esistenza o meno di un legame genealogico con i successivi Zapata residenti, da nobili, nel castello di Cagliari e che tanta parte ebbero nella storia cittadina del secolo XVI[6].
Tuttavia il nome Diego non è di origine valenzana essendo documentato per la prima volta da quel ramo degli Zapata che, fin dal secolo XII, si muove nell’areale circostante la città di Calahorra (La Rioja Baja), zona cuscinetto tra la Navarra e la Castiglia, prossima ai confini settentrionali dell’Aragona[7].
Nella cosiddetta ‘Guerra de los dos Pedros’ che oppose i re Pietro IV d’Aragona e Pietro I di Castiglia (1356-1369), un cavaliere di nome Diego Zapata figura alcaide del castello aragonese di Los Fayos (Saragozza)[8] quando l’omonimo giunto in Sardegna nel 1323 era già morto da diversi anni.
Per definire la condizione sociale di questo lignaggio in epoca basso medievale sono stati utilizzati a seconda degli autori una varietà di termini quali bassa nobiltà, aristocrazia locale, cavalieri locali. A quest’ultima categoria sembrerebbe appartenere il Diego Zapata che seguì l’infante Alfonso nella spedizione di conquista della Sardegna e che compare nei registri di cancelleria della serie Sardiniae col titolo di miles[9].
In ricompensa dei servigi prestati alla Corona detto infante gli concesse in feudo secondo il costume d’Italia e col servizio di due cavalli armati 4.000 soldi di genovini annui sopra i redditi di qualsiasi villa del regno di Sardegna, riservando per sé il mero imperio, il laudemio, la fatica di trenta giorni e il diritto di appello da parte degli abitanti. Contemporaneamento affidò a Pere de Llibià e Arnau de Caçà, amministratori generali dei redditi nell’isola, il compito di individuare la villa o le ville da assegnargli in feudo, le cui rendite non eccedessero i 4000 soldi annui[10]. A questa donazione fece seguito l’investitura delle ville di Ortacesus e Quirra, site rispettivamente nelle curatorie di Trexenta e Sarrabus[11].
Dopo il secondo trattato di pace stipulato tra Aragona e Pisa (25 aprile 1326)[12] Diego Zapata perse la sua villa di Ortacesus a vantaggio del comune toscano, essendogli riconosciuto il diritto a rientrarne in possesso qualora la Corona l’avesse in qualche modo recuperata[13].
Nel corso della sua breve esperienza di feudatario del regno di Sardegna entrò in contrasto col castellano di Quirra al quale non forniva quanto avrebbe dovuto per il mantenimento del castello[14] e risulta deceduto alla data del 10 marzo 1332 quando il re Alfonso IV ingiunse al suo erede (non nominato) di prestare il servizio militare nella guerra contro i genovesi con un cavallo armato e uno alforrato[15].
Da fonte letteraria apprendiamo che gli succedette il figlio Garcia, il cui nome, come quello del padre, è ben attestato tra gli Zapata del ramo riojano. Garcia Zapata morì pochi anni dopo il padre e i suoi discendenti non riuscirono a conservare il feudo che passò sotto il controllo del conte di Quirra[16].

* Antonio FORCI, Feudi e feudatari in Trexenta (Sardegna meridionale) agli esordi della dominazione catalano-aragonese (1324-1326), in “Sardinia. A Mediterranean Crossroads. 12th Annual Mediterranean Studies Congress (Cagliari, 27-30 maggio 2009)” a cura di Olivetta Schena e Luciano Gallinari, ora in “RiMe. Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea”, n. 4, giugno 2010, Cagliari 2010.
 


[1] Cfr. Endika DE MOGROBEJO (ed.), Diccionario hispanoamericano de heráldica, onomástica y genealogía, vol. XIV, Editorial Mogrobejo-Zabala, Bilbao 1999, s.v. Zapata; Gran Enciclopedia Aragonesa, Zaragoza, 2000 (II ediz.), vol. XVI, s.v. Zapata, linaje de los.
[2] Cfr. Gregorio GARCÍA CIPRÉS, Datos curiosos para la historia del apellido Zapata, in “Linajes de Aragón”, VII, 4, 1916, pp. 73-78; Onofre ESQUERDO, Nobiliario valenciano cit., tomo I, pp. 253-274; José HINOJOSA MONTALVO, Diccionario de historia medieval del Reino de Valencia, tomo IV, Valencia, 2002, s. v. Zapata, pp. 457-459.
[3] Cfr. Alonso LOPEZ DE HARO, Nobiliario genealogico de los reyes i titulos de España, parte segunda, Madrid, 1622, pp. 220-228.
[4] Cfr. Alonso LOPEZ DE HARO, Nobiliario genealogico de los reyes i titulos de España, parte segunda, Madrid 1622, pp. 220-228; Gregorio GARCÍA CIPRÉS, Datos curiosos para la historia del apellido Zapata, in “Linajes de Aragón”, VII, 4, 1916, pp. 73-78; GEA, s.v. Zapata, linaje de los; Endika DE MOGROBEJO (ed.), Diccionario hispanoamericano de heráldica, onomástica y genealogía, vol. XIV, s.v. Zapata.
[5] Cfr. Jéronimo ZURITA, Anales de Aragón cit., libro VI, cap. XLIII.
[6] Cfr. Francesco FLORIS, Feudi e feudatari in Sardegna, cit, vol. II, pp. 420-421.
[7] Cfr. Tomás SAENZ DE HARO, Los Zapata (1148-1340). Un ejemplo de aristocrazia local en la Rioja Baja durante la edad media, in José Ignacio DE LA IGLESIA DUARTE (coord.). Los espacios de poder en la España medieval, XII semana de Estudios Medievales (Nájera, 30 de julio al 3 de agosto de 2001), Instituto de Estudios Riojanos, Logroño, 2002, pp. 556, 569, 573-574.
[8] Cfr. Jéronimo ZURITA, Anales de Aragón cit., libro IX, cap. X.
[9] ACA, Real Cancillería, reg. 403, f. 116r (1327 luglio 27, Morella).
[10] ACA, Real Cancillería, reg. 398, f. 119v-121r (1325 aprile 16, Valenza).
[11] Cfr. Francesco FLORIS, Feudi e feudatari in Sardegna cit., vol. II, p. 420.
[12] Cfr. Pasquale TOLA, Codex Diplomaticus Sardiniae cit., tomo I, Parte seconda, sec. XIV, doc. XXXII, pp. 677-681; ACA, Real Cancillería, reg. 400, ff. 205r-212r.
[13] ACA, Real Cancillería, reg. 403, f. 110v-111v (1327 luglio 23, Morella).
[14] Cfr. Francesco FLORIS, Feudi e feudatari in Sardegna cit., vol. II, p. 420; Id., Dizionario delle famiglie nobili della Sardegna, Edizioni della Torre, Cagliari, 2009, vol. 2 (N-Z), p. 356, s. v. Zapata.
[15] ACA, Real Cancillería, reg. 513, f. 94r.
[16] Cfr. Francesco FLORIS, Feudi e feudatari in Sardegna cit., vol. II, p. 420; Id., Dizionario delle famiglie nobili, op. cit, vol. 2 (N-Z), p. 356, s. v. Zapata.