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giovedì 6 luglio 2017

San Basilio

Immagini della Trexenta ottocentesca: San Basilio



SAN BASILIO, villaggio della Sardegna, compreso nel mandamento di Senorbì della prefettura e provincia di Cagliari e nell’antica curatoria di Trecenta, parte del regno Cagliaritano.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39°, 32', 15" e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0°, 5'.

Siede nella pendice di una grossa eminenza incontro al ponente-libeccio, e però resta esposto a questi venti, e agli altri che sono nell’arco occidentale, ed è in parte difeso da venti dell’arco orientale, e specialmente dal greco, dal levante e anche dal sirocco.

È tradizione, che i primi abitatori di questo luogo sieno state le persone della famiglia d’un pastore, che nominavasi Virdano, o Birdano, e vuolsi pure che il nome di costui si leggesse in una carta antichissima, dove erano notate certe convenzioni col signore del territorio; come pare che la procedenza di questi primi popolatori fosse dalla regione prossima all’oriente, che dicesi Gerrei o Galilla, il che deve parere probabilissimo a chi riguardi la somiglianza nella foggia del vestire e nel parlare.

Di questo villaggio di s. Basilio è menzione nell’atto di donazione dell’Incontrada di Trecenta fatta dal giudice Torgotorio di Cagliari a suo figlio Salusio di Lacon nel 1119.

Componesi quest’abitato di circa 325 case, disposte irregolarmente, con vie irregolari, e nei tempi piovosi in gran parte fangose.

La temperatura nell’inverno è assai mite purchè non soffino il maestrale o il ponente; nell’estate è molto forte. L’aria sarebbe più salubre, se si togliessero tante cause di corruzione, e sorgenti di miasmi.

Il territorio è generalmente montuoso, tuttavolta tra le eminenze allargansi i piani, e sono coltivabili anche quelle come questi.

Il paese si trova prossimo a’ confini settentrionale e occidentale. Le eminenze minori sono nella parte meridionale di questo territorio e nella regione di levante.

Le parti incolte del territorio e destinate alla pastorizia hanno gran copia di grandi vegetabili, sebbene il ferro e il fuoco le abbiano spesso sgomberate.

Nelle specie ghiandifere notasi il leccio e il sovero, ma il numero è così ristretto, che appena negli anni di maggior fertilità producono abbastanza per i pochi armenti del paese.

Manca quindi il legname di costruzione, ma invece abbonda il legno minore per il fuoco e per i forni; onde i Sanbasiliani ritraggono gran profitto vendendone in gran copia a’ paesi della Trecenta, che ne abbisognano in modo, mentre in alcuni devonsi talvolta scaldare i forni con lo sterco delle vacche.

In questa industria sono occupati molti, e sovente per questa occupazione si trascurano i lavori agrari.

Gli olivastri trovansi passo passo: innestati, sarebbero un altro ramo di produzione; ma per la poca industria, e dirò per l’infingardaggine e negligenza del proprio interesse, i favori della natura sono ad essi inutili.

Cotesta infingardaggine è evidente in riguardo al lentisco. Questa pianta è sparsa per tutto e produce molto frutto, dal quale potrebbesi trarre olio e provvedere al proprio bisogno; ma essi e le loro donne, lasciano marcire quei frutti e comprano olio di lentisco da Gerrei.

Nelle regioni boscose trovansi molti cinghiali e occorrono pure sebbene rari i cervi; nelle altre parti sono in gran copia le volpi, le lepri, i conigli, le pernici, i colombi, ecc.

Nel paese i pozzi danno acqua poco potabile, e però bisogna provvedersi dalle fonti vicine, una che dicono di Calamata, distante d’un quarto d’ora, l’altra che appellasi Is mitziseddas, lontana d’un’ora, dalla quale, perchè migliore, bevono le famiglie agiate.

Scorre entro questo territorio un solo rivo, la cui fonte primaria è al greco del paese, e dicesi Funtana Romana. A questo primo rivolo se ne aggiunge poco dopo un altro quasi eguale che proviene dalle sorgenti occidentali di Monte Igi, quindi move verso ponente-libeccio, e cresciuto d’un altro rivolo, nato nello stesso territorio, e poi d’un altro, che ha sua origine nel territorio di s. Andrea Frius a greco-levante di detto paese, fa un arco in direzione ad Arigi, presso il qual paese si versa nel rio di Trecenta.

Questo rivo detto comunemente Bajoni, ne’ tempi piovosi ingrossa tanto, che nessuno può guadarlo, finchè non vengon meno i torrenti, da’ quali è accresciuto a dismisura. Per mancanza di ponte restano impedite le comunicazioni col villaggio s. Andrea, se pure non si voglia fare un giro troppo lungo, cioè una via quasi doppia.

Alcuni pescatori vi prendono delle ottime trote.

 

Popolazione. Consta questa di anime 1530, distinte in maggiori di anni 20, maschi 410, femmine 425, in minori, maschi 340, femmine 355, distribuite in famiglie 312.

Il movimento della popolazione è espresso ne’ seguenti numeri, nascite 50, morti 20, matrimoni 16.

Sono applicati all’agricoltura a circa 420, alla pastorizia 50, a’ mestieri diversi 25.

Nelle professioni liberali sarebbero a notare i notai che sono 7, un chirurgo, un flebotomo ecc.

Gli abitanti di s. Basilio non sono così laboriosi come erano i loro maggiori, e pochissimo industriosi; però la massima parte delle famiglie vivono stentatamente, mentre in altri tempi era questo uno de’ paesi più agiati e ricchi della Trecenta.

Le donne filano e tessono solo quanto vuolsi dal bisogno della famiglia.

L’istruzione primaria è trascurata, i fanciulli che concorrono alla scuola non sono più di 10, e le persone che in tutto il paese sappiano leggere e scrivere non sommano a più di 20.

 

Agricoltura. I terreni di s. Basilio sono di molta forza produttiva, e se non sieno contrarie le stagioni ottienesi un frutto notevole.

I numeri ordinari della seminagione sono i seguenti, starelli di grano 900, d’orzo 300, di fave 200, di legumi 60, di lino 60.

La fruttificazione mediocre è del 12 per il frumento, del 15 per l’orzo, del 10 per le fave, dell’8 per i legumi.

L’orticultura è quasi affatto negletta.

Gli alberi fruttiferi sono di poche specie e varietà, il numero degli individui e ristretto.

La vigna è prospera; la vendemmia dà il sufficiente; la quantità de’ vini è mediocre perchè la manipolazione è fatta con non buoni metodi d’arte. Si ha appena il sufficiente per il consumo.

Le piccole terre chiuse per le vigne e per seminarvi e pascolarvi (is congiaus) forse non hanno una superficie complessiva di 1250 starelli; di grandi chiudende (tanche) non se ne può indicare alcuna notevole.

I terreni aperti coltivabili sono più di starelli 3600, gli incoltivabili 1500.

 

Pastorizia. Nel bestiame manso sono a indicarsi, buoi per l’agricoltura 200, vacche 100, cavalli 70, giumenti 120, majali 80. Nel bestiame rude vacche 600, cavalle 80, capre 2500, pecore 3500, porci 600.

Nelle terre incolte di s. Basilio il pascolo è abbondante.

È però a sapersi che l’indicata quantità di bestiame nelle proposte specie non è tutta di proprietà de’ Sanbasiliani, perchè questi pastori non sono ordinariamente che communari, come dicono, coi proprie-tari di Senorbì, Suelli e Sèlegas.

I formaggi sono di mediocre bontà e si rivendono ne’ paesi della Trecenta o a’ negozianti di Cagliari.

L’apicultura è mediocremente curata; il numero degli alveari non eccede i 300.

 

Commercio. Il soprappiù del frumento e degli altri cereali vendesi a Cagliari. Il lucro che da questi prodotti e da quei della pastorizia e dalla vendita del bosco può ottenersi in annate mediocri non somma a più di ll. n. 50000.

Questo paese trovasi alla distanza di circa miglia 3 1/2 dalla strada reale, e potrebbesi con poca spesa, alla quale contribuirebbe il paese di Arigi, formare una strada comunale sino a Senorbì, la quale fosse comoda a vettureggiare anche nel tempo invernale, quando per i fanghi è grande la difficoltà di trasportare le derrate.

Le altre vie da s. Basilio a’ paesi vicini sono molto più malagevoli, massime a’ paesi del Gerrei, il primo de’ quali, Silìus, dista circa miglia 5.

 

Religione. Questo popolo già compreso nel vescovado di Dolia, è ora soggetto alla giurisdizione del-l’arcivescovo di Cagliari, ed è amministrato nelle cose spirituali da un provicario.

La chiesa maggiore è dedicata all’Apostolo s. Pietro; le chiese minori sono intitolate, una da s. Sebastiano, eretta per voto dopo la strage d’una pestilenza, l’altra a s. Basilio, la quale fu già parrocchiale, e diede il nome al paese.

Esiste una sola associazione religiosa, la confraternita del SS. Rosario.

La chiesa parrocchiale ha una dote sufficiente in terreni; la Causa pria ne ha però in quantità molto maggiore.

 

Antichità. Non mancano in questo territorio i nuraghi; due di essi sono ad austro-sirocco, l’altro a sirocco. Essi sono in massima parte disfatti.

Sono in due siti delle vestigie di antica popolazione; il primo si indica a libeccio nel luogo detto Gennas de Susu, l’altro a mezzogiorno nel luogo, che dicono Gennas de Jossu.

 

 
 

mercoledì 3 luglio 2013

Guillem Sa Joncosa signore di San Basilio e Aluta

Guillem Sa Joncosa signore di San Basilio e Aluta
(scheda sul villaggio di Aluda)
di Antonio Forci*
Guillem Sa Joncosa è uno dei protagonisti meno conosciuti della prima età feudale in Trexenta. Del resto assai scarse sono le notizie che riguardano la sua vita, così come oscure sono la sua condizione e le ascendenze familiari[1].
Il cognomen denuncia una chiara origine catalana, forse dalla regione del Penedès a cavallo tra le attuali province di Tarragona e Barcellona, dove il toponimo Sa/La Joncosa (femminile dell’aggettivo joncós, lett. ‘luogo pieno di giunchi’)[2] è documentato alle falde orientali de El Montmell (Baix Penedès)[3] e presso Gelida (Alt Penedès) dove, nell’attuale località di Can Rossel de la Muntanya, gli studi più recenti concordano nel localizzare la commenda templare de la Joncosa. Il toponimo, oggi estinto, è documentato per la prima volta nel 1142 quando ai templari fu donato il mas de Sant Pere, situato nei confini del castello di Gelida «infra Junchusam et Valilongam». Successivamente, nel 1309, il re Giacomo II d’Aragona cita il «castrum nostrum de Gilida cum Masone sive domo de la Joncosa que fuit Militie Templi», dato in permuta alla contessa di Pallars. A titolo di curiosità notiamo che circa trent’anni dopo il castello di Gelida e l’antico possesso templare de la Joncosa passarono al giudice d’Arborea[4].

L’attestazione di un Bartholomeus Joncosa operante come notaio a Vilafranca del Penedès nel 1345[5] è un dato di supporto a questa ipotetica provenienza, non dimenticando che in provincia di Lerida esiste il paese di Juncosa (Les Garrigues), la cui pronuncia era Joncosa nel corso del secolo XIV[6].
Partecipò attivamente alla campagna di conquista della Sardegna tanto da perdere due cavalli al servizio della Corona[7] ed era, per un qualche incarico a noi sconosciuto, in contatto con la corte se inviò all’infante Alfonso una relazione sulla nomina di Miguel Perez de Guasillo a podestà di Sassari[8].
Con carta del 5 novembre 1324 l’infante gli concesse in feudo secondo il costume d’Italia e col servizio di un cavallo armato le ville di Aluta e San Basilio site nella curatoria di Trexenta: in pianura l’una, oggi scomparsa, localizzabile qualche chilometro a sud di Senorbì ove sopravvive il toponimo Corte Auda[9], in territorio collinare al confine col Gerrei l’altra, ancora esistente. Le clausole della donazione prevedevano a vantaggio dell’infante le riserve del mero e misto imperio, del laudemio, della fatica di trenta giorni e del diritto di appello da parte degli abitanti così che la giurisdizione del feudatario risultava alquanto limitata[10].
Il nostro Guillem, attirato dalla concessione di questi feudi, aveva venduto tutto ciò che aveva in Catalogna destinando le sue risorse finanziarie al miglioramento dei nuovi possessi sardi, piantando alberi, costruendo edifici, facendo lavorare le terre[11]. Il suo investimento tuttavia non fu ben ripagato.
Del tutto ignaro di diritto feudale, lui che non deteneva né il mero né il misto imperio, aveva riunito il tradizionale tribunale di villaggio, la corona, determinando la condanna a morte di alcuni suoi vassalli e l’incendio delle loro case. Per ciò era stato perseguito e condannato al sequestro dei beni, pena poi revocata dopo la presentazione di una memoria difensiva presso il re Giacomo II[12].
Inoltre dopo la seconda pace stipulata tra Aragona e Pisa[13] perse nel 1326 le sue ville di San Basilio e Aluta giungendo ad implorare l’infante Alfonso affinché gli concedesse un indennizzo pecuniario indispensabile al suo sostentamento. L’infante, accolta benignamente la supplica, ordinò ai suoi amministratori generali dei redditi nel regno di Sardegna di ammettere Guillem Sa Joncosa nel novero degli stipendiati per un cavallo armato[14] e che vi fosse mantenuto fin tanto che non fosse stato completamente risarcito[15]. In alternativa, che gli fosse conferito un ufficio dal salario congruo, tale da permettergli una vita decorosa[16]. In un’altra lettera, prima spedita poi fatta restituire e distruggere, l’infante ordinava semplicemente che fosse corrisposto al Joncosa quanto a lui dovuto dalla regia curia per la perdita delle suddette ville trexentesi[17].
Quando, a partire dal 1328 circa, furono espulsi dal castello di Cagliari gli ultimi pisani che ancora vi risiedevano, a Guillem Sa Joncosa fu assegnato un alloggio in ruga mercatorum dal valore di 60 libbre[18], dopo di che non abbiamo più sue notizie.
  
* Antonio FORCI, Feudi e feudatari in Trexenta (Sardegna meridionale) agli esordi della dominazione catalano-aragonese (1324-1326), in “Sardinia. A Mediterranean Crossroads. 12th Annual Mediterranean Studies Congress (Cagliari, 27-30 maggio 2009)” a cura di Olivetta Schena e Luciano Gallinari, ora in “RiMe. Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea”, n. 4, giugno 2010, Cagliari 2010.
 

[1] L’ipotesi di una sua estrazione cittadina, a dire il vero poco convincente, è in Cécil CRABOT, Noblesse urbaine et féodalité: les citoyens catalano-aragonais feudataires en Sardaigne, in “Anuario de Estudios Medievales”, 32/2, 2002, p. 843.
[2] Cfr. DCVB, s.v. Juncosa.
[3] Cfr. Pere CATALÀ I ROCA, Miquel BRASÓ I VAQUÉS, Castell de Montmell, in Pere CATALÀ I ROCA (ed.), Els castells catalans, vol. III, Rafael Dalmau Editor, Barcelona 1992, pp. 810-812; Generalitat de Catalunya (ed.), Nomenclàtor oficial de toponímia major de Catalunya, Barcelona 2003, s.v. el Montmell, pp. 414-415.
[4] Cfr. Ramon ROVIRA-TOBELLA, Un mas de l’Orde del Temple a Gelida: fundació d’un nucli?, in “Miscel·lània Penedesenca”, XVII, 1993, pp. 229-244; Joan FUGUET I SANS, Ramon ROVIRA-TOBELLA, Aclariments sobre la comanda templera de la Joncosa del Penedès, in “Analecta Sacra Tarraconensia”, LXVII, 1, 1994, pp. 569-576; Joan FUGUET I SANS, L’arquitectura dels templers a Catalunya, Barcelona, 1995, pp. 291-297.
[5] Cfr. Jocelyn Nigel HILLGARTH, Giulio SILANO, The Register Notule Communium 14 of the Diocese of Barcelona (1345-1348): A Calendar with Selected Documents, Toronto 1983, pp. 27, 34.
[6] Nomenclàtor oficial de toponímia major de Catalunya cit., s.v. Juncosa, pp. 454- 455.
[7] ACA, Real Cancillería, reg. 396, ff. 22r (1323 ottobre 27, assedio di Villa di Chiesa), 72v (1324 marzo 13, assedio del Castello di Cagliari).
[8] ACA, Real Cancillería, reg. 396, f. 39v (1323 ottobre 28, assedio di Villa di Chiesa).
[9] Cfr. Luisanna USAI, Tracce di insediamenti dalla preistoria al Medio Evo in località Corte Auda di Senorbì (Sardegna), in “Studi per l’Ecologia de Quaternario”, VIII, 1986, pp. 147-167; Luisanna USAI, Donatella SALVi, Corte Auda, in Museo Sa Domu Nosta, Cagliari 1990, pp. 86-91.
[10] ACA, Real Cancillería, reg. 398, ff. 51r-52r (1324 novembre 5, Lerida).
[11] Cfr. Marco TANGHERONI, La «Carta de Logu» del giudicato di Cagliari. Studio ed edizione di alcuni suoi capitoli, in Italo BIROCCHI, Antonello MATTONE (eds.), La Carta de Logu d’Arborea nella storia del diritto medievale e moderno, Laterza, Roma-Bari, 2004, p. 217.
[12] Ibidem; ACA, Real Cancillería, reg. 403, ff. 59v-60r (1327 aprile 2, Saragozza).
[13] ACA, Real Cancillería, reg. 400, ff. 205r-212r: cfr. Pasquale TOLA, Codex Diplomaticus Sardiniae cit., t. I/2, sec. XIV, doc. XXXII, pp. 677-681.
[14] ACA, Real Cancillería, reg. 403, ff. 53v-54r (1327 marzo 9, Daroca).
[15] ACA, Real Cancillería, reg. 403, ff. 59v-60r (1327 aprile 2, Saragozza).
[16] Cfr. supra, nota 292.
[17] ACA, Real Cancillería, reg. 403, ff. 53v-54r (1327 marzo 9, Daroca).
[18] Cfr. Rafael CONDE Y DELGADO DE MOLINA, Antonio Maria ARAGÓ CABAÑAS, Castell de Càller. Cagliari catalano-aragonese cit., p. 66, n° 269.