lunedì 20 maggio 2013

Pere de Llibià, signore di Selegas

Pere de Llibià signore di Selegas


di Antonio Forci*

Pere de Llibià, cavaliere e consigliere reale, fu un alto funzionario del regno di Sardegna e Corsica nei primi anni della conquista, appartenente ad una famiglia della piccola nobiltà catalana attestata a partire dagli anni venti del secolo XIII[1]. Il cognome, nelle sue varianti ortografiche Llbià/Llebià/Llevià/Llavià/Llivià/Libià/Lebià/Labià (de Libiano, de Labiano o de Lebiano in latino), denuncia una chiara origine toponimica essendo Llabià o Llavià un piccolo paese in provincia di Girona, frazione del comune di Fontanilles (Baix Empordà)[2]. La villa e la sua parrocchia, nel basso medioevo, erano comprese nell’area di influenza politica ed economica di Torroella de Montgrí che dal 1273 – quando entrò a far parte del patrimonio reale – divenne il centro di riferimento dell’autorità dei re d’Aragona per tutta la zona settentrionale del Baix Empordà e sede di un procuratore reale[3]. Tale carica fui esercitata per vari anni da membri della famiglia Llibià.

Una fonte autorevole[4] identifica erroneamente



il nostro personaggio col Pere de Lebià che nel 1276, in occasione della rivolta dei saraceni valenzani, fu incaricato di organizzare una squadra navale della quale fu ammiraglio supplente l’anno successivo[5] e che ricoprì le cariche di justícia di Valenza (1276-1284)[6] e procuratore di Minorca al momento dell’occupazione col compito di ripopolare l’isola (1287-88)[7]. Definito dalla letteratura trecentesca «molt prohom e savi»[8] godette di grande considerazione alla corte d’Aragona come traspare dagli importanti uffici ricoperti sino 1297: maestro razionale[9], tesoriere del regno di Maiorca[10], baiulo maggiore del regno di Maiorca, Minorca e Ibiza[11], baiulo generale del regno di Valenza[12]. Il fatto tuttavia che questo Pere [I] de Llibià risulti deceduto anteriormente al 1° marzo 1300[13] esclude l’identificazione con l’omonimo giunto in Sardegna nel 1323, del quale era verosimilmente il nonno.

Il nostro Pere [II] de Llibià era con ogni probabilità figlio del cavaliere Bernat de Llibià, sposatosi nel 1293 con una figlia di Guillem Escrivà[14], che fu baiulo di Tortosa[15], Girona[16] e baiulo generale del regno di Valenza[17] nonché baiulo e procuratore reale a Torroella de Montgrí (Baix Empordà, Girona)[18]. Qui, per ordine del re Giacomo II, sovrintese alla costruzione di una imponente fortezza mai ultimata[19]. Sciolto l’ordine dei Templari fu stretto collaboratore e rappresentante del sovrano nel recupero dei castelli di Peñiscola (dicembre 1307) e Miravet (dicembre 1308)[20].

Nella documentazione d’archivio il nostro Pere [II] de Llibià compare a partire dal 1312 come procuratore reale «in Turricella de Montegrino et in honore de Crudiliis et Peratallada»[21], castelli tra i più strategici del Baix Empordà. Nel 1321, a ridosso quindi della spedizione dell’infante Alfonso in Sardegna, «Petrus de Libiano miles», padre di «Bernardus de Libiano», figura procuratore regio «in honore Turricelle de Montegrino, necnon castrorum de Pals et de Pontonibus»[22]. Un uomo quindi nel quale il re e l’infante riponevano la massima fiducia.

Nell’isola ricoprì ruoli di primo piano in seno all’amministrazione regia: fu dapprima vicario generale «in partibus Callari» (metà luglio 1323 - metà luglio 1324)[23] con giurisdizione sulle curatorie di Campidano, Bonavoglia, Trexenta, Siurgus, Galilla, Nuraminis e Sarrabus, nonché sulle Barbagie di Seulo e Girasole[24], poi amministratore generale delle regie entrate in coppia con Arnau de Caçà[25], quindi podestà e capitano di Villa di Chiesa con giurisdizione anche sulle curatorie di Sigerro, Sulci, Nuras e Gippi[26]. Inizialmente tenne cumulate le due ultime cariche poi, agli inizi del 1326, fu sostituito nell’ufficio di amministratore da Francesco Daurats[27].

Nell’agosto dello stesso anno gli fu concessa la castellania del castello di Acquafredda[28], mentre dall’ottobre 1328 operò ancora come amministratore generale[29], carica dalla quale fu momentaneamente sospeso nel corso del 1330 perché accusato di malversazione, subendo anche la confisca dei beni[30]. Sfuggì all’arresto solo grazie all’appoggio del governatore Ramon de Cardona ma nel luglio 1331 risulta reintegrato al vertice dell’amministrazione generale del regno[31] e nella carica di castellano del castello di Acquafredda con una provvigione annua di 7000 soldi[32]. Morì alla fine dello stesso anno perché una carta datata 5 marzo 1332 ci informa che era deceduto da quattro mesi[33].

A guerra di conquista non ancora conclusa, il primo maggio 1324, l’infante Alfonso gli donò in feudo secondo il costume d’Italia la villa di Selegas sita nella curatoria di Trexenta con le case e i beni appartenuti a tale Nicola Geraldi[34], ordinando contestualmente a Filippo Orlando, giudice di fatto «in certis curatoriis», di procedere alla relativa investitura[35].

La precocità della donazione – tra le più antiche che si conoscano per la Sardegna – giustifica l’estrema prudenza adottata dall’infante Alfonso nel riservare per sé il mero e misto imperio e tutta la giurisdizione completa, civile e criminale, compresi i crimini di lieve entità che tuttavia comportassero la fuoriuscita di sangue. Solo nei crimini di lieve entità senza fuoriuscita di sangue il feudatario poteva giudicare a suo piacimento. Particolarmente gravoso appare inoltre il servizio di due cavalli armati che detto Llibià era tenuto a fornire per tre mesi all’anno a sue spese, non solo in Sardegna al re d’Aragona ma anche in qualunque parte d’Italia al romano pontefice, qualora gli fosse stato richiesto.

Queste condizioni così sfavorevoli, comuni ad altre infeudazioni precedenti la fine del conflitto con Pisa[36], vennero solo in parte mitigate due mesi più tardi quando l’infante, fatta salva la riserva del mero e misto imperio – senza però la clausola «etiam in levibus criminibus» –, rinnovò al Llibià la carta di donazione eliminando l’obbligo di prestare il servizio militare anche al papa e riducendo il numero dei cavalli armati richiesti ad uno solamente, pur con l’aggiunta di un censo di 10 fiorini d’oro[37].

Nel volgere di un anno il patrimonio feudale del Llibià si accrebbe grazie alla donazione in feudo secondo il costume d’Italia di 3000 soldi di genovini sui redditi annui di qualsiasi villa del regno di Sardegna[38], cui seguì l’investitura della villa di Siliqua, sita nella curatoria di Sigerro, concessagli con la riserva del mero imperio e col servizio di un cavallo armato[39].

Dopo questa concessione anche per la villa di Selegas Pere de Llibià si vide finalmente riconosciuto l’esercizio del misto imperio con tutta la giurisdizione civile, fatto salvo il servizio di un cavallo armato, e senza più alcun cenno al censo annuo di 10 fiorini d’oro[40]. Il godimento di questi vantaggi fu tuttavia di breve durata perché con la seconda pace del 25 aprile 1326 stipulata tra Corona d’Aragona e Pisa, la villa di Selegas fu ceduta al comune toscano assieme a tutti gli altri centri delle curatorie di Trexenta e Gippi[41]. Al Llibià rimase il diritto a rientrarne in possesso qualora la Corona avesse avuto modo di recuperarla.

Così quando l’infante Alfonso, sulla base di un accordo raggiunto con i feudatari dell’isola di Sardegna che non detenevano il mero imperio, riconobbe a Pere de Llibià la metà del denaro proveniente dall’esazione delle machizie nella sua villa di Siliqua, tale concessione fu estesa anche alla villa di Selegas nel caso in cui il Llibià ne fosse rientrato in possesso[42].

All’inizio del 1331 poi lo stesso Alfonso, da qualche anno re d’Aragona, ricordava al governatore generale del regno di Sardegna che se la villa di Selegas fosse in qualche modo tornata sotto il controllo della Corona doveva essere restituita a Pere de Llibià senza attendere altra sua disposizione[43].

Tali diritti trapassarono verosimilmente al figlio ed erede Nicholay de Llibià che nell’agosto del 1332, tramite il cavaliere Ramon de Llibià suo procuratore, era investito della villa di Siliqua prestando omaggio e giuramento di fedeltà al re Alfonso[44].

 
 

 

* Antonio FORCI, Feudi e feudatari in Trexenta (Sardegna meridionale) agli esordi della dominazione catalano-aragonese (1324-1326), in “Sardinia. A Mediterranean Crossroads. 12th Annual Mediterranean Studies Congress (Cagliari, 27-30 maggio 2009)” a cura di Olivetta Schena e Luciano Gallinari, ora in “RiMe. Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea”, n. 4, giugno 2010, Cagliari 2010.

 

[1] Il più antico esponente conosciuto è un B. de Libiano documentato in vita nel 1228, forse lo stesso Bn. De Lebiano cavaliere di Episcopalis (attuale La Bisbal d’Empordà, Girona) marito di una Geralda, che risulta defunto in un’epigrafe del 1238: cfr. Pere CATALÀ I ROCA, Miguel BRASÓ I VAQUÉS, Castell de Montgrí, in Pere CATALÀ I ROCA (dir.), Els castells catalans, vol. II, Rafael Dalmau Editor, Barcelona, 1991 (II ediz.), p. 795, nota 7; Pere CANER, Incripcions a les llindes i teules pintades a Calonge, in “Annals de l’Institut d’Estudis Gironins”, 20, 1970, p. 380. L’apocrifo seicentesco noto col titolo di Trovas de Mossen Jaime Febrer, edizione a cura di Joaquín María BOVER, Palma de Mallorca, 1848, p. 157, narra le gesta di un Ramon Llibià al seguito di Giacomo I nella conquista cristiana di Valenza del 1238. Lo scudo del personaggio è così descritto: su campo d’azzurro una testa di leone d’oro con lingua di rosso. Secondo Martí DE RIQUER, Heràldica catalana des de l’any 1150 al 1550, Barcelona, 1983, vol. I, p. 231, n° 282, il blasone della famiglia Llibià contemplava un grifo d’oro linguato e armato di rosso in campo d’azzurro.
[2] Cfr. Gran Enciclopèdia Catalana (d’ora in avanti GEC), voci Fontanilles e Llabià. Anche nel caso del nome del paese la grafia è vacillante: cfr. Joan COROMINES (dir.), Onomasticon Cataloniae, vol. V (L-N), Barcelona, 1996, p. 54, s. v. Llebià, con attestazioni a partire dalla metà del secolo XI (Libiano).
[3] Cfr. José PELLA Y FORGAS, Historia del Ampurdán. Estudio de la civilización en las comarcas del Noreste de Cataluña, Barcelona 1883 (rist. anastatica Olot 1980), p. 609 e ss.; X. Soldevila i Temporal, Masades i servituds a Torroella de Montgrí i la seva comarca (1290-1340), in Rosa CONGOST, Lluís To (eds.), Homes, masos, hostòria.La Catalunya del Nord-Est (segles XI-XX), Barcelona, 1999, p. 93.
[4] Cfr. GEC, vol. 9, Barcelona 1976, p. 203, s.v. Llebià, Pere de [o de Llibià].
[5] Cfr. Ferran SOLDEVILA, Pere el Gran. Segona parte: el regnat fins a l’any 1282, Barcelona, 1995 (II ediz.), pp. 46-48, Apèndix I, docc. n. 40 e 85, pp. 75 e 99
[6] Cfr. Francisco A. ROCA TRAVER, El justicia de Valencia, 1238-1321, Valencia, 1970,pp. 96-97, 428.
[7] Cfr. Ramón MUNTANER, Crónica catalana, edizione a cura di A. de Bofarull, Barcelona, 1860, cap. CLXXII, pp. 326-327; Elena LOURIE, La colonización cristiana de Menorca durant el reinado de Alfonso III “El Liberal”, rey de Aragón, in “Analecta Sacra Tarraconensia”, 53-54, 1980, p. 181 e ss.
[8] Cfr. Ramón MUNTANER, Crónica catalana, cit, cap. CLXXII, p. 327.
[9] Cfr. Giuseppe LA MANTIA, Codice diplomatico dei re aragonesi di Sicilia (1282-1355), vol. I, Palermo, 1918, doc. LXXXVII, p. 174 (anno 1285).
[10] ACA, Real Cancillería, reg. 76, f. 22 (1288 febbraio 24, Barcellona). Lettera di Alfonso II d’Aragona a «Petro de Libiano, thesaurario nostro in regno Maioricarum» edita, tra gli altri, da Jocelyn N. HILLGARD, Diplomatari Lul·lià. Documents relatius a Ramon Lull i a la seva família, Universitat de Barcelona, Barcelona, 2001, p. 49, doc. 22.
[11] Elena LOURIE, La colonización cristiana de Menorca cit., pp. 139, 154.
[12] Cfr. Maria Teresa FERRER I MALLOL, Organització i defensa d’un territori de fronterer. La governació d’Oriola en el segle XIV, Barcelona 1990, p. 24. Del luglio dell’anno precedente è una lettera dello stesso re ai giurati di Vila-real dove è nominato «Petrus de Libiano, baiulus noster in regno Valencie generalis»: ACA, Real Cancillería, reg. 194, f. 151v.
[13] Cfr. Juan Manuel DEL ESTAL, Corpus documental del Reino de Murcia bajo la soberanía de Aragón (1296-1304/5), vol. I/3, Alicante 1999, pp. 55-56, ove sono citati «Petrus de Libiano quondam» e il figlio «Bernardus de Libiano» in riferimento alla custodia del castello valenzano di Bayern.
[14] ACA, Real Cancillería, reg. 261, f. 127v (1293 settembre 1, Saragozza).
[15] Cfr. Antoni CONEJO DA PENA, Assistència hospitalària i defensa del territori al Baix Ebre: la fortalesa-hospital de Sant Jordi d'Alfama i l'hospital del Perelló, in “Recerca”, 8, 2004, p. 256.
[16] Cfr. Christian GUILLERÉ, Girona al segle XIV, Publicacions de l’Abadia de Montserrat, Barcelona 1993, vol. I, p. 133.
[17] Cfr. Juan Manuel DEL ESTAL, Itinerario de Jaime II de Aragón (1291-1327), Institución «Fernando el Católico», Zaragoza, 2009, p. 243 e ss.
[18] Esercitò la carica sino al 1312: cfr. Juan Manuel DEL ESTAL, Itinerario de Jaime II de Aragón cit., pp. 320, 322, 422.
[19] Cfr. Eduardo DE MARIÁTEGUI, Arquitectura militar de la edad media en España: castillo de Torruella de Montgrí (Cataluña). Siglo XIII, in “El Arte en España”, VI, 1867, pp. 143-150; J. DE CAMPS I ABOIX, Records històrics de Torroella i del castell de Montgrí, Barcelona 1911, ora in “Papers de Mongrí”, 12, 1994, pp. 48-54; Pere CATALÀ I ROCA, Miguel BRASÓ I VAQUÉS, Castell de Montgrí cit., pp. 790-791.
[20] Josep Maria SANS I TRAVE, La fi dels Templers catalans, Pagés Editors, Lleida, 2008, pp. 135-137.
[21] ACA, Real Cancillería, reg. 150, f. 37r (1312 agosto 5, Barcellona).
[22] Arxiu Diocesà de Girona: http://www.arxiuadg.org/arxiu/annex/rubriques.htm, n. 154.
[23] Cfr. Maria Bonaria URBAN, L’istituto del veguer e l’amministrazione della città di Cagliari. Alcune note preliminari, in El món urbà a la Corona d’Aragó, XVI Congrés d’Història de la Corona d’Aragó (Barcelona-Lleida, 7-12 setembre del 2000), Actes, vol. III, Barcelona, 2003, pp. 1024-1026.
[24] ACA, Real Cancillería, reg. 389, f. 56r (1323 luglio 16, assedio di Villa di Chiesa).
[25] ACA, Real Cancillería, reg. 390, ff. 139r-140v (1324 luglio 13, castello di Bonaria).
[26] ACA, Real Cancillería, reg. 390, ff. 193v-194r (1324 ottobre 29, Lerida). Nel 1326 percepiva un salario semestrale di 200 lire, oltre a 140 lire per mantenere sei cavalli armati: cfr. Marco TANGHERONI, La città dell’argento cit., pp. 237-238.
[27] Cfr. Marco TANGHERONI, Sardegna mediterranea cit., pp. 12-13.
[28] ACA, Real Cancillería, reg. 402, f. 141r-v (1326 agosto 12, Fraga).
[29] La carta della nuova nomina è in ACA, Real Cancillería, reg. 508, ff. 165v-166v (1328 ottobre 26, Barcellona).
[30] Cfr. Francesco Cesare CASULA, Carte reali diplomatiche di Alfonso III il Benigno, re d’Aragona, riguardanti l’Italia, Cedam Padova 1970, docc. 59, 92, 95, pp. 80, 99-101, 103.
[31] ACA, Real Cancillería, reg. 512, ff. 184v-185r (1331 luglio 20, Barcellona); ASC, Antico Archivio Regio, BC5, f. 23r-v (stesso documento).
[32] ACA, Real Cancillería, reg. 512, f. 220v (1331 luglio 31, Barcellona).
[33] Cfr. Francesco Cesare CASULA, Carte reali diplomatiche di Alfonso III il Benigno cit., doc. 122, p. 119.
[34] ACA, Real Cancillería, reg. 398, ff. 3r-4r (1324 maggio 1, assedio del castello di Cagliari).
[35] ACA, Real Cancillería, reg. 398, ff. 4v-5r (1324 maggio 1, assedio del castello di Cagliari).
[36] Identico formulario e riserve, mutatis mudandis, presentano le concessioni della villa di Geridu a Guillem Oulomar (ACA, Real Cancillería, reg. 389, ff. 91r-92r) e della villa di Santadi a Gomita d’Acene de Pixina (ACA, Real Cancillería, reg. 390, ff. 125r-126r), rilasciate tra il 12 febbraio e il 23 marzo 1324.
[37] ACA, Real Cancillería, reg. 398, ff. 12v-14r (1324 luglio 5, castello di Bonaria).
[38] ACA, Real Cancillería, reg. 398, ff. 142v-144r (1325 giugno 7, Daroca).
[39] ACA, Real Cancillería, reg. 398, ff. 144r-v (1325 giugno 7, Daroca). Il documento si riferisce propriamente all’investitura della sola rendita, essendo affidato all’altro amministratore generale Arnau de Caçà il compito di individuare la villa da concedergli in feudo. Da una lettera dell’infante Alfonso posteriore di oltre un anno apprendiamo che la scelta cadde su Siliqua: ACA, Real Cancillería, reg. 402, ff. 140v-141r.
[40] ACA, Real Cancillería, reg. 398, ff. 144v-145v (1325 giugno 7, Daroca).
[41] Il testo del trattato, pubblicato in Pasquale TOLA, Codex Diplomaticus Sardiniae, Tomo I, Parte seconda, sec. XIV, doc. XXXII, pp. 677-681, è consultabile anche in ACA, Real Cancillería, reg. 400, ff. 205r-212r.
[42] ACA, Real Cancillería, reg. 403, ff. 230r-232v (1327 agosto 1, Morella).
[43] ACA, Real Cancillería, reg. 511, f. 59r (1331 gennaio 13, Valenza).
[44] ACA, Real Cancillería, reg. 514, f. 219r-v (1332 agosto 24, Valenza).

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