lunedì 24 giugno 2013

Sibilla de Vergua signora di Segariu

Sibilla de Vergua signora di Segariu
di Antonio Forci (*)


Sibilla de Vergua (o de Bergua) apparteneva a nobile famiglia di ricos hombres d’Aragona documentata sin dalla prima metà del sec. XI, quantunque la piena ascesa sociale del lignaggio si attui a partire dalla terza decade del secolo successivo quando ancora il regno d’Aragona, con Ramiro II (1134-1137), manteneva la sua autonomia rispetto al principato di Catalogna[1].
Il cognome denuncia una chiara origine toponimica, essendo
Bergua un piccolo centro oggi quasi spopolato della pirenaica valle di Broto, nella provincia di Huesca, dove sono segnalati i resti di un castello medievale[2].
Un panno di broccato conservato nella sacrestia della cattedrale di Huesca ci tramanda il blasone nobiliare della famiglia: di rosso con tre scettri d’oro; bordura d’argento caricata di otto scudetti con le armi d’Aragona[3]. Il noto nobiliario seicentesco di Juan del Corral separa le voci Bergua e Vergua, riferendo alla prima lo scudo sopracitato[4], alla seconda il seguente: di rosso con tre colonne d’argento; bordura d’argento caricata di otto scudetti con le armi d’Aragona[5]. Ancora in altre opere di genealogia e araldica è data la variante: d’azzurro con tre colonne d’argento; bordura d’argento caricata di cinque scudetti d’oro, ciascuno caricato a sua volta di due fasce di rosso oppure di quattro pali del medesimo colore[6].

Tra i nomina del casato abbonda inizialmente quello di Fortún poi, dalla metà del sec. XIII e per tutto il XIV, si impone la norma che il primogenito si chiami Pedro Fernárdez[7], così come il padre della nostra Sibilla. Un documento della cancelleria dell’infante Alfonso cita infatti la “dilectam nostram Sibillam filiam nobilis Petri Fernandi de Vergua”[8], mentre altre carte ricordano le concessioni fatte alla “nobili et dilecte nostre Sibilie filie nobilis Petri Fferrandi de Vergua”[9].
Questi è da identificare probabilmente col Pedro Fernádez [III] de Vergua (†ante 1359)[10], nipote di quel Pedro Fernandez [II] de Vergua (†1311), noto per essere stato implicato in un fallito attentato contro il re Federico III di Sicilia[11].

Il nobile Pedro Fernádez [III] de Vergua, supposto padre di Sibilla de Vergua, risulta convocato nel braccio dei ricos hombres alle Corti aragonesi del 1311, 1314, 1316, 1318, 1323, 1324, 1325 e 1327[12].
Racconta Zurita che nel 1323 il re Giacomo II allestì una flotta da mandare in Sardegna in soccorso dell’infante Alfonso, affidandone il comando, tra gli altri, a «don Pedro Fernández de Vergua y Blasco Maza de Vergua, ricos hombres de Aragón»[13]. Dallo spoglio della letteratura traspare che Pedro Fernádez [III] de Vergua si era impegnato a supportare la spedizione sarda con dieci cavalli armati e che, assieme a Blasco Maza de Vergua e altri nobili aragonesi, partecipò effettivamente all’occupazione dell’isola[14]. Ricoprì l’ufficio di sobrejuntero di Huesca e Jaca, carica dalla quale fu deposto per volontà del sovrano nel 1324[15], e fu signore di Peña d’Ueso, della villa di Gratal e del castello e villa di Puibolea. A questi feudi si aggiungevano il dominio sul nucleo originario del lignaggio, Bergua, vari possedimenti minori e immobili nella città di Huesca.

Era sposato con Venancia de Boyl o Buil[16], esponente di un altro casato di spicco cui apparteneva Pedro de Boyl, tesoriere di Giacomo II e maestro razionale agli inizi del secolo XIV[17]. La discendenza fu numerosa.
I de Vergua erano imparentati con gli Entença e gli Antillón, due famiglie a loro volta legate da stretti vincoli parentelari con la casa reale. Precisamente Vallés de Vergua (†ante 1236) aveva sposato Catalana de Antillón, nipote di quella Urraca de Antillón da cui Vallés era stato adottato ereditandone il cognome e parte del cospicuo patrimonio, mentre Pedro Fernádez [I] de Vergua (†ante 1288) aveva preso in moglie Sibilla de Entença, cugina del re Giacomo I[18]. Ciò spiega il perché l’infante Alfonso e la moglie Teresa de Entença, figlia di Gombau de Entença e di Constança d’Antillón, promisero di donare a Sibilla de Vergua, in occasione del suo contratto di matrimonio col nobile catalano Jofré Gilabert de Cruïlles, la villa di Segariu sita nella curatoria di Trexenta[19] oltre a provvedere la nubenda della dote necessaria a maritarsi[20]. Quanto stabilito nei suddetti capitoli matrimoniali si compì nel castello di Bonaria il 24 luglio 1324, quando l’infante Alfonso infeudò la villa di Segariu alla nobile aragonese riservando a sé il mero imperio, pur riconoscendole il denaro derivante dall’esercizio dello stesso. La donazione era inoltre franca d’ogni censo e servizio militare, dei quali non vi è alcun cenno[21].

Detta nobile dovette affidare al marito la gestione della villa come traspare da una carta del 1326 riguardante una lite per i confini tra Segariu e Serrenti sullo sfruttamento del salto di Fraus che oppose i vassalli di Jofré Gilabert de Cruïlles a quelli di Bonanat Sapera. La questione, affidata inizialmente all’arbitrato di Pere de Llibià, fu infine rimessa alla decisione del giudice Ugone II d’Arborea, governatore dei sardi[22].
Col secondo trattato di pace tra la Corona d’Aragona e la repubblica di Pisa Sibilla perdette il feudo di Segariu a vantaggio del comune toscano e fu risarcita con una rendita annua di 198 libbre e 2 soldi, pari al reddito della villa perduta, nell’attesa di una nuova assegnazione[23].

Si arrivò così al novembre 1327 quando l’infante Alfonso, sempre a titolo di indennizzo per la cessione a Pisa di Segariu, corrispose a Sibilla de Vergua una rendita annua di 3.000 soldi di genovini sopra i redditi di una o più ville della curatoria di Romangia. Anche in questo caso la donazione era franca d’ogni censo e servizio essendo riconosciuta a detta nobile, come ulteriore beneficio, parte del denaro proveniente dall’esercizio del mero imperio[24].
Con altra carta Alfonso ordinò inoltre a Ramon Desvall e Guillem de Riu che fossero versati alla medesima 6.000 soldi di genoini per la mancata riscossione di due anni di rendite della sunnominata villa trexentese, oltre al resto dei 20.000 soldi a lei assegnati in occasione del matrimonio col de Cruïlles[25]. Nel gennaio del nuovo anno, ormai divenuto re d’Aragona, sollecitava inoltre il potestà di Sassari e il governatore di Sardegna a procedere all’assegnazione della rendita di 3.000 soldi su luoghi della curatoria di Romangia[26].

La complessa vicenda del risarcimento per la perdita della villa di Segariu si concluse nell’ottobre del 1331 quando Alfonso, ormai divenuto re d’Aragona, concesse in feudo secondo il costume d’Italia a Sibilla de Vergua la villa di Sennori, sita in Romangia, riservando a sé il mero imperio, il laudemio, la fatica di trenta giorni e il diritto di appello da parte dei vassalli. La donazione avveniva nel rispetto degli antichi diritti che sulla villa di Sennori vantava la città di Sassari, così che al vicario di detta città era consentito l’esercizio del mero imperio all’interno dei confini della villa e alla cittadinanza fare uso di tutti gli ademprivi concessi dalla Corona con speciali privilegi[27]. È lecito tuttavia immaginare che non sarebbero mancati motivi di scontro e attrito tra la municipalità ed il potere feudale, come per casi analoghi siamo informati dalle fonti.
Come nel caso di Segariu anche per la villa di Sennori rispondeva il marito Jofré Gilabert de Cruïlles come traspare dalla ‘chiamata alle armi’ del 1335 in occasione della guerra contro i Doria[28].

L’avventura feudale di Sibilla de Vergua in Sardegna terminò verosimilmente con la morte in battaglia nel 1339 del marito e ammiraglio Jofré Gilabert[29]. Una testimonianza archivistica prova la sua esistenza in vita nel febbraio 1359 quando a lei si rivolge in una lettera Berengario de Cruïlles, vescovo di Girona, fratello del coniuge defunto[30], dopo di che non abbiamo più sue notizie.

 

 

(*) Antonio FORCI, Feudi e feudatari in Trexenta (Sardegna meridionale) agli esordi della dominazione catalano-aragonese (1324-1326), in “Sardinia. A Mediterranean Crossroads. 12th Annual Mediterranean Studies Congress (Cagliari, 27-30 maggio 2009)” a cura di Olivetta Schena e Luciano Gallinari, ora in “RiMe. Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea”, n. 4, giugno 2010, Cagliari 2010.

 



[1] Cfr. Juan F. UTRILLA, Linajes aristocraticos aragoneses: datos prosopograficos del linaje de los Bergua y notas sobre sus dominios territoriales (siglos XII-XV), in Homenaje a la Profesora Emérita Maria Luisa Ledesma Rubio (= “Aragón en la Edad Media”, X-XI), Zaragoza, 1993, pp. 859-894.
[2] Cfr. Gran Enciclopedia Aragonesa, tomo III, s.vv. Bergua; Bergua, castillo de.
[3] Cfr. Santiago BROTO APARICIO, La heráldica en la catedral de Huesca, in “Hidalguía”, XLV, 262-263, 1997, pp. 381-383, scudo n. 23. Cfr. anche, sul web, il sito http://www.armoria.info, s.v. Bergua.
[4] Cfr. Andrés J. NICOLÁS-MINUÉ SÁNCHEZ, El Nobiliario original, Linajes de Aragón de Juan del Corral, in “Emblemata”, XII, 2006, p. 81.
[5] Ibidem, p. 122.
[6] Cfr. Alberto y Arturo GARCIA CARRAFFA, El solar catalan, valenciano y balear, San Sebastian, 1968, tomo IV, p. 330, lam. 27, escudo 69.
[7] Ancora nel 1409 un Pedro Fernandez de Bergua faceva testamento a favore dell’omonimo figlio: cfr. Iurisprudencia civil. Coleccion completa de las sentencias dictadas por el tribunal supremo de justicia en recursos de nulidad, casacion è iniusticia notoria, t. XI, Madrid 1865, n° 214, pp. 696-697.
[8] ACA, Real Cancillería, reg. 398, f. 37r.
[9] ACA, Real Cancillería, reg. 403, ff. 221r, 223v, 224v.
[10] Cfr. Juan F. UTRILLA, Linajes aristocraticos aragoneses: datos prosopograficos del linaje de los Bergua cit., p. 881 e ss.
[11] Cfr. Maria-Mercè COSTA, Un atemptat frustrat contra Frederic III de Sicilia, in La società mediterranea all’epoca del Vespro, Atti dell’XI Congresso di Storia della Corona d’Aragona (Palermo-Trapani-Erice, 25-30 aprile 1982), Palermo, 1983, pp. 447-459; Clifford R. BACKMAN, The Decline and Fall of Medieval Sicily. Politics, religion and economy in the reign of Frederick III, 1296-1337, Oxford, 2002, p. 117; Antonino MARRONE, Repertorio della feudalità siciliana (1282-1390), Palermo, 2006, pp. 451-452.
[12] Cfr. Luis GONZALEZ ANTON, Las cortes aragonesas en el reinado de Jaime II, in “Anuario de Historia del Derecho Español”, XLVII, 1977, p. 645.
[13] Cfr. Jerónimo ZURITA, Anales de Aragón cit., Libro VI, cap. XLVI.
[14] Cfr. Antonio ARRIBAS PALAU, La conquista de Cerdeña por Jaime II de Aragón, Barcelona, 1952, pp. 170, 217.
[15] ACA, Real Cancillería, reg. 233, f. 36v.
[16] Cfr. Juan F. UTRILLA, Linajes aristocraticos aragoneses: datos prosopograficos del linaje de los Bergua cit., p. 882.
[17] Cfr. G. García Ciprés, Los Boyl, in “Linajes de Aragón”, VI, 14-15, 1915, pp.294-303.
[18] Cfr. Juan F UTRILLA, Linajes aristocraticos aragoneses: datos prosopograficos del linaje de los Bergua cit., pp. 870-871, 875-876.
[19] Cfr. infra, nota 221.
[20] Ancora nel settembre 1326 Jofré Gilabert de Cruïlles doveva riscuotere dall’infante Alfonso parte del denaro relativo alla dote della moglie: ACA, Real Cancilleria, reg. 402, f. 160v.
[21] ACA, Real Cancillería, reg. 398, ff. 37r-38r (1324 luglio 14, castello di Bonaria).
[22] ACA, Real Cancillería, reg. 401, ff. 112v-113r (1326 agosto 4, Lerida).
[23] ACA, Real Cancillería, reg. 402, ff. 159v-160r (1326 settembre 1, Saragozza).
[24] ACA, Real Cancillería, reg. 403, ff. 221r-222v (1327 novembre 3, Saragozza). La relativa investitura è sempre in ACA, Real Cancillería, reg. 403, ff. 224v-225r (1327 novembre 4, Saragozza).
[25] ACA, Real Cancillería, reg. 403, ff. 223v-224v (1327 novembre 4, Saragozza).
[26] ACA, Real Cancillería, reg. 508, f. 9v (1328 gennaio 12, Barcellona).
[27] ACA, Real Cancillería, reg. 512, ff. 278v-279v (1331 ottobre 27, Tortosa).
[28] ACA, Real Cancillería, reg. 518, f. 173r: Lo noble en Jofré Gilabert de Cruilles desus dit te per madona sa muller prop Sasser / Senoli.
[29] Cfr. José Vicente CABEZUELO PLIEGO, Poder público y administración territorial en el Reino de Valencia, 1239-1348. El ofico de la procuración, Universidad de Alicante (Tesis doctoral), Alicante 1996, vol. I, p. 515.
[30] Arxiu Diocesà de Girona, Llibre U-20, f. 8.

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